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LA BANALITÀ DEL MARE: LA CRISI DEI COMMERCI MONDIALI SPIEGATA CON “ONE PIECE” – NEL MANGA DI EIICHIRO ODA, DIVENTATO UN ANIME DI SUCCESSO, IL POTERE È NELLE MANI DI UN UNICO GOVERNO MONDIALE, E IL GLOBO È ORGANIZZATO ATTORNO A DUE DIRETTRICI: LA RED LINE, UN UNICO CONTINENTE CHE FORMA UN ANELLO CONTINUO ATTORNO AL GLOBO, E LA GRAND LINE, UNA FASCIA DI OCEANO CHE LO CIRCONDA INCROCIANDOSI IN UN SOLO PUNTO - DALLA CADUTA DELL’UNIONE SOVIETICA, IL SISTEMA INTERNAZIONALE È PARSO UNA GRAND LINE GARANTITO DA UN SOLO ATTORE, GLI STATI UNITI, DETENTORE DELLE CHIAVI DEGLI OCEANI. POI È ARRIVATA LA RIVOLUZIONE DEI DRONI E LA GUERRA DI TRUMP – STATI UNITI, CINA, RUSSIA, INDIA, CHE SI SOGNANO IMPERO, SONO COSTRETTI A INTERVENIRE IN OGNI CRISI CHE TOCCHI I LORO MARI VITALI…

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Estratto dell’articolo di Niccolò Bianchini per “Limes”

 

one piece 5

In un mondo popolato da pirati arrembanti, la geografa dei mari è il protagonista silenzioso della storia. Nel manga One Piece di Eiichiro Oda, serializzato dal 1997, il pianeta è organizzato attorno a due direttrici: la Red Line, un unico continente che forma un anello continuo attorno al globo, e la Grand Line, una fascia di oceano che lo circonda incrociandosi in un solo punto.

 

la red line in one piece

L’ordine politico è disegnato dall’acqua: i quattro mari periferici – East, West, North e South Blue – sono ai margini, mentre il centro, dove si decidono destini e confitti, è una rotta estrema dove si addensano isole, porti e fotte di pirati.

 

In questo mondo i veri battitori liberi sono coloro che hanno mangiato i frutti del diavolo (Akuma no Mi): rari e sgradevoli, conferiscono poteri unici al prezzo di un difetto mortale, non poter più nuotare.

 

La storia ruota attorno a una ciurma sgangherata guidata da Monkey D. Rufy, ragazzo dal cappello di paglia che può allungare il proprio corpo come gomma. Rufy ha un obiettivo semplice: trovare il leggendario tesoro One Piece e diventare re dei pirati. A muovere lui e gli altri bucanieri è una frase pronunciata da Gol D. Roger, il re dei pirati, prima di essere giustiziato. Il suo tesoro è nascosto lungo la Grand Line.

 

donald trump - stretto di hormuz

Non è un trattato a cambiare l’ordine del mondo, ma una frase sul patibolo: da qualche parte, lungo la Grand Line, c’è un tesoro per chi osa salpare. Vivere tranquilli in un porto periferico non è più un’opzione percorribile. Bisogna entrare in una competizione serrata per una manciata di stretti e passaggi, sotto lo sguardo panoptico di un governo mondiale sfidato ogni giorno da attori irregolari.

 

One Piece coglie per via istintiva il nucleo della globalizzazione: il controllo dei mari come chiave del potere. La Marina pattuglia la Grand Line da egemone talassocratico; i pirati – cooptati o ribelli – sfruttano varchi e zone grigie.

one piece 2

 

I frutti del diavolo, metaforicamente, non sono solo tecnologie o armi, ma il potere più raro: la coscienza di sé come popolo che si sogna impero. Alcuni paesi – Stati Uniti, Cina, Russia, India – rifiutano il ruolo di semplice spazio di transito, sia pure in forme e su scale diverse. Possono proiettare forza, influenzare rotte, riscrivere regole.

 

Ma, come i personaggi di Oda che non possono più nuotare, pagano un prezzo: non hanno il lusso di adagiarsi. Sono costretti a intervenire in ogni crisi che tocchi i loro mari vitali.

STRETTI PASSAGGI E CANALI NEL MONDO - MAPPA LIMES

 

Sin dalla caduta dell’Unione Sovietica, il sistema internazionale è parso una Grand Line: un corridoio centrale garantito da un solo attore, gli Stati Uniti, detentore delle chiavi degli oceani. Una manciata di colli di bottiglia – Suez, Hormuz, Bab al-Mandab, Malacca, Panamá, Gibilterra, Dardanelli – ha funzionato da circuito obbligato per merci ed energia.

 

Una dozzina di corridoi marittimi convoglia ancora oggi l’80% del commercio mondiale e il 70% del petrolio trasportato su navi; in condizioni normali, il solo Stretto di Hormuz vede passare un quinto del greggio mondiale e una quota analoga del gas liquefatto.

MEME SULLO STRETTO DI HORMUZ

Da qui parte il rovesciamento. Gli stretti restano cruciali, ma proprio l’evoluzione tecnologica e geopolitica che li ha resi centrali inizia a eroderne il primato. Con l’irruzione dei droni e dell’intelligenza artificiale (Ai) sul campo di battaglia, la territorializzazione degli spazi marittimi e l’emergere di nuovi colli di bottiglia invisibili – sistemi finanziari, semiconduttori, software logistico – la profondità strategica che un tempo garantiva sicurezza si assottiglia.

 

Ogni centro nevralgico diventa potenzialmente attaccabile, spesso a costi ridicoli rispetto al valore che può distruggere. Quando tutti i nodi della rete sono vulnerabili, il peso relativo dei singoli stretti diminuisce: non sono più le uniche porte d’accesso alle debolezze altrui, ma giunzioni in una trama molto più fitta di passaggi e strozzature fisiche e digitali, che attraversano mare, terra ed etere.

 

In questo senso, come osserva Isaac Kardon, la lunga stagione dei «mari liberi» non si sta incrinando per una contingenza, ma si avvia a conclusione per ragioni strutturali: mutamenti tecnologici, economici e strategici rendono sempre meno sostenibile un ordine fondato sulla garanzia implicita del transito. I mari restano globali, ma non più pienamente aperti .

 

one piece 3

Ogni rivoluzione militare principia con un dettaglio tecnico per poi ridisegnare la geografa del potere. Tra XVI e XVII secolo la diffusione delle armi da fuoco rende vulnerabili mura che avevano protetto città e principati per secoli. Il castello medievale, con i suoi torrioni verticali, diventa un bersaglio. Nasce la fortificazione bastionata, la tracé à l’italienne: terrapieni bassi e angolati pensati per assorbire il fuoco dell’artiglieria.

 

Dietro c’è una verità economica: difendersi costa più che colpire. È la «rivoluzione militare» descritta da Michael Roberts e ripresa da Geoffrey Parker: un salto tecnologico e organizzativo che lega artiglieria, finanza pubblica e costruzione dello Stato moderno.

ESPLOSIONE A UNA CISTERNA DELLA RAFFINERIA DI KAPOTNYA A MOSCA COLPITA DAI DRONI UCRAINI

 

Ogni colpo di cannone è relativamente economico; costruire o adattare una cinta bastionata richiede ingegneri, manodopera specializzata e un fisco all’altezza. Come ha sottolineato Jeremy Black, non è solo la tecnologia a cambiare, ma il sistema che deve adeguarsi. Solo alcuni soggetti geopolitici […] riescono a finanziare grandi armate d’assedio e reti di fortezze moderne. Chi non tiene il passo viene lentamente espulso dal novero delle grandi potenze; una parte delle signorie italiane, diversi principati tedeschi e altri Stati privi di capacità fiscale scivolano in ruoli secondari, pur protetti da mura all’avanguardia.

 

Gli stretti marittimi sono, in fondo, una versione geografica di quelle mura: per secoli hanno funzionato come fortificazioni naturali, oggi rischiano la sorte delle rocche medievali investite dall’artiglieria. […] Oggi droni e Ai stanno producendo un ribaltamento analogo nella geografa di ciò che è vulnerabile e di ciò che resta al riparo. Nel confitto in Ucraina, i droni sono passati in pochi anni da curiosità tattica a strumento principale di offesa: analisi recenti attribuiscono a sistemi senza pilota fino a tre quarti delle perdite sul campo.

 

[…]  

 

stretto di hormuz

L’equivalente contemporaneo della «fortezza inespugnabile» non è più un canale stretto, ma l’illusione che basti controllare pochi varchi per proteggere interi sistemi. La reazione degli Stati segue la diagnosi di Sims: costruire un nuovo Leviatano, insieme sovrano armato e sistema pervasivo di sorveglianza e analisi predittiva. Ogni chiamata, transazione o movimento fisico diventa un potenziale indizio; ogni deviazione statistica, un allarme.

 

Il Leviatano del XXI secolo non si limita a schierare flotte presso gli stretti: ricostruisce artificialmente la profondità cancellata dalla tecnologia stendendo un velo digitale di controllo sul territorio. È il prezzo che i paesi che si pensano imperi pagano per i loro frutti del diavolo: non possono più fortificare poche linee, devono vigilare su ogni nodo.

I CHOKEPOINT PETROLIFERI

 

In questo contesto i colli di bottiglia tradizionali s’intrecciano con una nuova geografa di chokepoints intangibili. Edward Fishman ha mostrato come gli Stati Uniti abbiano imparato a trasformare infrastrutture invisibili – sistema dei pagamenti in dollari, piattaforme di compensazione, accesso a semiconduttori avanzati, servizi in cloud – in strumenti di coercizione.

 

Bloccare l’accesso al dollaro o a una rete di messaggistica finanziaria può mettere in ginocchio un’economia più rapidamente di una fotta davanti a Suez. Limitare l’export di macchinari litografici o di chip di ultima generazione rallenta l’innovazione militare e industriale per anni.

 

ribelli houthi 6

 I nuovi punti di strozzatura non sono più solo passaggi d’acqua, ma macchine, co- dici, infrastrutture di calcolo. Questa geografa invisibile ha anche una dimensione fisica sempre più contesa. Come mostrano le recenti riconfigurazioni delle reti di cavi sottomarini, spinte dalla domanda di intelligenza artificiale e dalla competizione geopolitica, i grandi operatori tecnologici stanno ridisegnando le rotte dei dati per evitare acque contese e strettoie politiche. Il fondale marino diventa così un’infrastruttura strategica, dove la connessione non segue più la distanza minima ma il rischio minimo.

 

[…] Con la fine della guerra fredda e il collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti emergono come unico egemone talassocratico. […]

 

STRETTO DI HORMUZ - CRISI ENERGETICA

I satelliti di Washington presidiano molti di questi punti, mentre le fotte statunitensi garantiscono la sicurezza dei traffici in nome di un ordine detto universale. Questa eredità oggi entra in crisi, non perché Suez, Hormuz o Malacca smettano di contare, ma perché tre dinamiche ne erodono il monopolio: la rivoluzione tecnologica che ha ridotto il costo dell’offesa, la territorializzazione degli spazi marittimi e la nascita di punti di strozzatura invisibili nei sistemi finanziari, tecnologici e logistici.

 

Quegli stessi stretti convogliano circa l’80% del commercio marittimo globale. In condizioni normali Hormuz vede transitare circa il 20% del greggio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto; Malacca collega Oceano Indiano e Mar Cinese Meridionale e canalizza circa un quarto del traffico marittimo e quasi un terzo di quello container.

 

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Nonostante decenni di retorica sulla diversifcazione, gran parte di ciò che possediamo deve passare per una dozzina di punti di strozzatura che pochi saprebbero indicare su una carta. Le crisi recenti hanno reso visibile questa dipendenza: interruzioni e rallentamenti nei principali punti di strozzatura marittimi generano 14 miliardi di dollari l’anno di perdite dirette per il commercio globale, senza contare gli effetti su costi assicurativi, noli, scorte e investimenti.  […]

 

MOTOSCAFI DRONI AMERICANI PATTUGLIANO LO STRETTO DI HORMUZ

Nel manga di Oda, a un certo punto nemmeno il governo mondiale riesce più a tenere insieme il proprio mare. Alcuni equipaggi di pirati diventano potenze regionali, flotte che controllano interi tratti di Grand Line; gruppi ribelli conquistano isole, poteri intermedi occupano zone grigie tra legalità e anarchia.

 

La Grand Line resta la dorsale del sistema, ma non appartiene più a un solo attore: è uno spazio conteso, fatto di alleanze mutevoli, confitti, porti franchi. Gli stretti non spariscono; perdono però il monopolio sul potere e sulla vulnerabilità. Il mare torna a essere un campo di competizione tra Stati, compagnie, milizie, piattaforme tecnologiche che lo usano per colpire o proteggersi, mentre i colli di bottiglia si moltiplicano sulla terra e nelle reti invisibili.

 

one piece 1

Come in One Piece, il «centro» non è più un palazzo sopra il mondo, ma l’intreccio di rotte, basi, isole e informazioni che ciascun attore riesce a mobilitare. La domanda, dunque, non è più se un centro unico controllerà per sempre Suez, Hormuz o Malacca, ma quali popoli avranno il coraggio e la capacità di muoversi in un oceano in cui ogni rotta, non solo gli stretti, diventa terreno di scontro.

 

In One Piece, la ciurma di Rufy entra nella Grand Line sapendo che non esiste una carta affidabile: il mare cambia correnti, clima, campi magnetici e l’unico vero strumento è la capacità dell’equipaggio di fidarsi di sé stesso e improvvisare. Rufy non ha un piano perfetto: ha una direzione e una ciurma che sceglie di condividere quel rischio.

 

one piece film red

 

Non si limita a sopravvivere dentro l’ordine dato: lo sfida e talvolta lo manda in frantumi. Il nostro mondo non è un manga, ma qualcosa di simile vale per gli stretti: possiamo continuare a considerarli il centro del gioco, come se bastasse aggiungere una nave di scorta a Suez o a Hormuz, oppure riconoscere che il baricentro del potere si sta diffondendo altrove: nei droni, nei chip, nei dati, nei porti ridondanti, nei corridoi di terra.

 

Decidere che cosa farne non è un esercizio di geografia, è un testamento esistenziale. In un mondo in cui gli stretti conteranno relativamente meno, la differenza la farà chi saprà navigare questo mare come una ciurma consapevole e non come un carico alla deriva: scegliere rotte, alleanze e investimenti, anziché subirli.

 

Il modo in cui ciascun popolo sceglierà di attraversare questo oceano – da passeggero o al timone – dirà più di qualsiasi mappa su chi, domani, sarà davvero al centro. Per parte nostra, ciurma forza all’arrembaggio!