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BEVI E GODI CON CRISTIANA LAURO – A ‘VIVITE’, IL FESTIVAL DEL VINO COOPERATIVO DI MILANO, BRINDA IL GOVERNO CON DI MAIO SALVINI E CENTINAIO - DALLE COOPERATIVE ARRIVA IL 60 PER CENTO DEL VINO ITALIANO PER UN FATTURATO DI OLTRE 4,5 MILIARDI DI EURO - ECCO PERCHE’ IL LINGUAGGIO DEL VINO DEVE ESSERE POP
Cristiana Lauro per Dagospia
Si è conclusa a Milano VIVITE un’interessante manifestazione dell’Alleanza delle cantine cooperative italiane che in Italia - distribuite su tutto il territorio - producono vini di eccellente rapporto qualità/prezzo. L’idea balzana che il vino sia buono solo se prodotto dai piccoli produttori è una mezza boiata perché “piccolo” non è garanzia di buono e benfatto, o di artigianale. Oltretutto la parola “artigianale”, di per sé, non assicura la qualità perché dipende, ovviamente, dall’artigiano.
La cooperazione del vino in Italia fattura 4,5 miliardi di euro e garantisce occupazione a 9mila dipendenti. Le cantine cooperative italiane sono una realtà produttiva importantissima che rappresenta il 58% della produzione lorda vendibile del vino. Sono dati molto importanti per l’export che registra una crescita del vino negli ultimi cinque anni del 27%.
Ma come si fa a parlare di vino, a fare divulgazione in maniera efficace, semplice e comprensibile a tutti?
Troppo spesso il vino viene raccontato come qualcosa di nobile, argomento di nicchia solo per pochi, col risultato che spesso allontana, impaurisce. Ma il vino buono, l’eccellenza qualitativa possono coniugarsi con la popolarità e questo sarebbe a maggior ragione adeguato ad incrementare i consumi attraverso il racconto semplice di cosa c’è dietro una bottiglia di vino. Tradizione, territorio, lavoro, cultura, persone, sostenibilità ed etica.
Se n’è parlato al festival del vino cooperativo, con Ruenza Santandrea, che coordina il settore vino dell’Alleanza delle cooperative italiane, Gianni Bruno, direttore di Vinitaly, il giornalista Daniele Cernilli (Doctor Wine) e lo sceneggiatore Umberto Contarello.
Purtroppo il mondo del vino tende ad incoraggiare il dialogo col proprio ombelico, si parla addosso attraverso metafore oscure e accostamenti a campi semantici assurdi. Così gli altri non ci capiscono una mazza e il vino rimane un prodotto “intellettuale” che allontana perché intimorisce. Il linguaggio del vino può e deve essere pop.
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