FLASH! – NESSUN GIORNALE HA MESSO IN RILIEVO UN FATTO MAI SUCCESSO PRIMA: QUEL DISTURBATO MENTALE…
BEVI E GODI CON CRISTIANA LAURO! – “FINIAMOLA CON LA DISPUTA TRA VINI NATURALI E TRADIZIONALI, SE N’È PARLATO FIN TROPPO! LA SOSTANZA È CHE IL VINO DEVE ESSERE BUONO, DEVE FARSI RICORDARE. IL MODO ATTRAVERSO IL QUALE LO SI PRODUCE NON PUÒ ESSERE DETERMINANTE PER LA QUALITÀ. È TEMPO CHE SI TORNI A PARLARE NEL MERITO, E MENO DELL’ASPETTO IDEOLOGICO CHE PER TROPPO TEMPO HA CONTRASSEGNATO IL TEMA..."
Estratto dell’articolo di Cristiana Lauro per “Il Sole 24 Ore”
Di vini naturali se n’è parlato fin troppo, cominciando dal termine improprio che li definisce – fuorviante per certi versi – fino ad arrivare alle rovine che negli anni passati hanno generato opposte fazioni oltranziste, quasi scissioniste a dire il vero. Da un lato il movimento “vinnaturista” e dall’altro quello dei produttori cosiddetti convenzionali. Con tanta confusione in mezzo.
È tempo di affrontare l’argomento in maniera più pacata e di conseguenza di porre fine alle “ostilità” che, a mio avviso, sarebbe anche la cosa migliore da fare. Occorre seppellire l’ascia di guerra, finirla di mettere a confronto “curva nord” e “curva sud” (in un senso e nell’altro), analizzare invece ciò che è stato quel movimento, cosa ha portato e gli effetti positivi che ha generato, seppur con derive che ora è meglio analizzare a distanza. Un conto è stata l’avanguardia – quindi rivendicare questa rottura – però adesso, paradossalmente, i primi avanguardisti si stanno distaccano quasi con disagio dalla definizione di “vino naturale”.
A questo punto la domanda è: la funzione di avanguardia del presunto “vino naturale” ha finito la sua “spinta propulsiva” (cit)?. La risposta, detto con molta franchezza, è sì! L’avanguardia ha prodotto cambiamenti; invero alcuni molto positivi, come la sempre maggiore attenzione alla “sostenibilità” da parte di tutti, oltre a un diffuso rispetto e amore per la terra. […]
Probabilmente è tempo che si torni a parlare nel merito di ciò che viene prodotto e meno dell’aspetto ideologico che per troppo tempo ha contrassegnato il tema. Non si può vivere di sola avanguardia poiché alla fine l’avanguardia stessa diventa parte del sistema e finisce per istituzionalizzarsi. […]
Per farla breve: la sostanza è che il vino deve essere buono, deve farsi ricordare; il modo attraverso il quale lo si produce (nel rispetto delle regole e delle certificazioni) è di per sé incidentale e non può essere certamente quello a determinare la qualità.
Mi sovviene un esempio un po’ datato e riferito alle Langhe dei tempi di “Barolo Boys”. Si creò una forte spaccatura tra i cosiddetti “modernisti” e i “tradizionalisti”. Orbene, a distanza di quasi 40 anni da quel movimento, nessuno più fa distinzione tra le modalità di produzione: per il consumatore, non di rado indifferente alla tecnica produttiva, vince la qualità del vino.
È sicuramente tempo, dunque, di un confronto tra i due mondi e di cercare di viaggiare insieme per il futuro del bere bene italiano al quale personalmente (e lo dico e ridico a costo di ripetermi), tengo in modo particolare.
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