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“AVEVO UN’OSSESSIONE PER LA NUDITÀ. NON CI HO MAI RINUNCIATO, NEMMENO PER UN MOMENTO” – BIANCA CENSORI SI RACCONTA A TUTTO TONDO A “VANITY FAIR”, DALL’INCONTRO CON KANYE WEST, LE USCITE ANTISEMITE DEL MARITO, I SUOI “OUTFIT” AI LIMITI DEL PORNO E I PROBLEMI DI SALUTE MENTALE: “NESSUNO HA MAI AVUTO COSÌ TANTA VISIBILITÀ SENZA PARLARE. DIMOSTRA ANCHE CHE IL MISTERO HA ANCORA POTERE” – “KANYE NON È UN ANTISEMITA. MIO PADRE È EBREO, E LO È ANCHE METÀ DELLA MIA FAMIGLIA” – LE ACCUSE DI MOLESTIE DA PARTE DEI DIPENDENTI DI “YEEZY” (L’AZIENDA DI WEST PER CUI LAVORAVA ANCHE CENSORI), LA DIPENDENZA DA BENZODIAZEPINE E QUEL “BOCCAGLIO” SULLA LAGUNA DI VENEZIA: “È STATA LA PRIMA VOLTA CHE MI SONO SENTITA IN IMBARAZZO. NON STAVO FACENDO SESSO ORALE, ERO SEMPLICEMENTE…
bianca censori fotografata da katy grannan per vanity fair 5
Estratto dell’articolo di Anna Peele per www.vanityfair.it
Bianca Censori ne ha abbastanza di stare nuda. Nei suoi tre anni di vita pubblica, da quando ha sposato Ye, l'artista precedentemente noto come Kanye West, la sua nudità era diventata ostentazione. Quando le faccio notare che il giorno precedente, al nostro primo incontro, la sua tuta trasparente e la mancanza di reggiseno lasciavano intravedere i capezzoli, mi risponde: «Questa, per me, fondamentalmente non è nudità».
[…] «Avevo un’ossessione evidente per la nudità», dice la trentunenne australiana. Siamo in una stanza silenziosa al piano superiore dello spazio in cui, a dicembre, a Seoul, si è tenuta la sua prima mostra d’arte – vestita. È presente anche Ye, com’è ora legalmente conosciuto, ma se ne sta in disparte: secondo Censori, lo fa per lasciare che i riflettori della mostra – e di questa intervista – restino puntati su sua moglie. Fino a oggi, racconta, «ero nuda ovunque. Non ci ho mai rinunciato, nemmeno per un momento. Ho mostrato la stessa immagine, ancora e ancora e ancora». Poi chiarisce: «Io vivo la mia opera».
La nudità di Censori è stata letterale: dolci trasformati in abiti, come nel caso del bikini fatto di caramelle dure che indossava durante una riunione di lavoro sulla pianificazione di «BIO POP», il primo capitolo di un progetto di performance art della durata di sette anni, che in Corea ha presentato in anteprima.
Oppure le spalle scoperte che il mondo ha intravisto, grazie a foto rubate dei paparazzi, in un momento privato con Ye sul retro di un motoscafo veneziano. O, più memorabile, sul red carpet dei Grammy lo scorso febbraio: Censori è scesa dalla limousine, ha voltato le spalle alle telecamere e ha lasciato cadere a terra la sua pelliccia nera firmata Galliano, rivelandosi in un abito di rete quasi invisibile, cucito direttamente addosso a lei da Simon Carle, futuro couturier di Maison Margiela.
[…] «Cerco di non sembrare vanitosa, ma nessuno, nella storia, ha mai avuto così tanta visibilità senza parlare», dice. «Se fosse stata solo nudità, molte persone avrebbero potuto ottenerla. Ma dimostra anche che, in un’epoca di sovraesposizione e vulnerabilità, il mistero ha ancora potere».
Ha ragione: la sua nudità potrebbe non essere l’unica ragione di quei numeri impressionanti. Eppure, le altre ragioni non sono poi un mistero tanto fitto. In questa, che è l’unica intervista davvero approfondita che abbia mai concesso. […]
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Cinque giorni dopo i Grammy, Ye ha pubblicato su X «Sono un nazista», seguito dal messaggio: «HO POTERE SU MIA MOGLIE. QUESTE NON SONO CAZZATE FEMMINISTE WOKE. LEI STA CON UN MILIARDARIO». Due giorni più tardi, Ye è comparso in uno spot del Super Bowl che rimandava al suo sito, Yeezy.com, dove ha iniziato a vendere magliette con svastiche.
Se il progetto di Censori consisteva nel provocare il mondo mostrando tutto senza dire nulla, quello di Ye era dire tutto e molto – e molto di ciò che diceva era terribile. A gennaio di quest’anno si è scusato, e la traiettoria della storia di Censori – e di questa storia – è cambiata ancora una volta.
[…] Censori sa che gli amici che non hanno accesso alla sua vita, spesso itinerante – prima della Corea era stata a Los Angeles, in Australia e in Giappone – finiscono per vederla soltanto nelle foto dei tabloid, oppure nuda e silenziosa sullo sfondo dei video del marito miliardario e della sua cerchia di… colleghi? Amici? Complici? Come gran parte del pubblico, anche loro si chiedono se nelle sue performance pubbliche ci sia consenso, o se sia Ye a manovrare l’esibizione del suo corpo. Vogliono sapere se tace perché non le è consentito parlare. Vorrebbero chiederle ciò che, un anno fa, le ho chiesto per prima: sta bene?
bianca censori fotografata da noah dillon 2
«Non mi interessa granché», dice Censori a proposito di quello che pensiamo di lei. «Mi limito a pensare: un giorno capiranno. E se non capiranno, pazienza. Finché posso esprimermi al massimo del mio potenziale, questa è l’unica cosa che conta per me».
LA PELLE DELL'ALTRO
Prima di diventare la donna più cercata su Google al mondo, Censori è stata una bambina precoce di Melbourne. I suoi genitori, ancora sposati, hanno tre figli: Bianca, la sorella minore Angelina e un fratello «brillante» che non vuole avere nulla a che fare con questi pettegolezzi. La famiglia era «super greco-ortodossa», racconta Censori, precisando che lei è ancora «molto religiosa».
[…] Suo padre, che prima della sua nascita era stato condannato per possesso di eroina e reati legati alle armi da fuoco, possedeva una flotta di macchine da gioco acchiappa-peluche abbastanza redditizia da consentirgli, da uomo della classe media, di mandare i figli alla scuola privata.
[…] «Non sono stata capace di darmi delle regole nella vita», dice. «E poi mi lego in modo così intenso, così profondo, che quella persona diventa parte di me. È la mia persona. Ha presente quel film, Together, in cui i protagonisti finiscono per entrare uno sotto la pelle dell’altro? L’ho adorato. Io sono fatta così». […] del marito ripete in continuazione: «Lo amo... Lo amo tantissimo»; quando ci salutiamo, mi dice che le sembra di essersi fatta un’amica. «Nella vita mi ha portato solo gioia», dice a proposito della codipendenza affettiva. «Io amo quella persona così profondamente, così intensamente, che voglio starle accanto».
Dopo aver preso in considerazione l’idea di specializzarsi in scultura, Censori si è iscritta al corso di architettura dell’Università di Melbourne, dove ha conseguito prima la laurea e poi il master. Racconta che l'università fu uno dei periodi più difficili della sua vita.
[…] Quando non era ancora laureata, Censori ha trascorso quattro anni in quello che lei definisce uno studio di architettura «normale», dove ha scoperto che fare l’architetta consisteva più nel presentare pratiche per ottenere permessi – per esempio, per installare il numero giusto di bagni – che nel realizzare idee geniali.
Stava finendo la tesi nel 2020 quando il general manager di Yeezy le scrisse: Ye aveva visto un’immagine che Censori aveva pubblicato su Instagram – non un selfie nudo, ma una maschera digitale dalle proporzioni aliene. Censori rispose inviando il suo portfolio e incontrò Ye in Svizzera, nel pieno della pandemia.
Lui le offrì un lavoro come «responsabile dell'architettura» a Los Angeles, dove Censori entrò in contatto con un giro di persone della moda e dell’arte, tra cui Gadir Rajab, stilista che avrebbe iniziato a vestirla e fotografarla, e Leo Becerra, il regista di «BIO POP» e testimone dei primi giorni del progetto di nudità di Censori, quando lei cominciò a procurarsi quasi-vestiti nei negozi di danza e nei sex shop. «Rideva sempre, ballava sempre», ricorda Becerra.
In Yeezy, Ye e Censori hanno iniziato a collaborare. Gran parte di ciò su cui lavoravano non ha mai visto la luce, comprese versioni più sviluppate delle strutture a cumulo che Ye aveva costruito nel 2019 sulla sua proprietà a Calabasas, in California, con l’idea di rivoluzionare l’edilizia sostenibile.
Censori è stata coinvolta anche nella «ristrutturazione» di una casa a Malibu progettata dall’architetto Tadao Ando, vincitore del Pritzker Prize, che Ye acquistò nel 2021 per 57,3 milioni di dollari e poi svuotò completamente. Anche se molti l’hanno considerato un peccato architettonico – un portavoce di Ando disse al New Yorker che «non ama molto parlarne» – Censori si sente assolta. Stava cercando di far sì che una casa su un piccolo appezzamento fronte oceano risultasse grandiosa quanto l’opera di Ando meritava. Così facendo, Censori e Ye l’hanno rovinata – con sua evidente gioia. (Ando non ha risposto a Vanity Fair).
[…] L’anno in cui Ye acquistò la casa, Kim Kardashian presentò la richiesta di divorzio, decisione che in seguito Ye legò in parte a quei momenti di esaurimento, di forte stress, raccontati dai media, documentati da lui stesso e spesso trasformati in musica. Più o meno nello stesso periodo, Censori e Ye si stavano innamorando. «La prossimità», dice lei, per spiegarlo. «Lavorare insieme. Passi così tanto tempo con qualcuno. Quindi eravamo sempre o al telefono o insieme, continuamente». La sua aura la sovrastava e, insieme, si accordava con la sua. «Dovrebbe vederlo», dice Censori a proposito del suo magnetismo. «Siamo così simili».
All’improvviso Censori si è ritrovata a sperimentare quella che il suo produttore Ted Lawson definisce «la banalità dello sfarzo. Quando vivi nella bolla [in cui vive Ye], è onnipresente». Censori è entrata in una sorta di caos del privilegio, quello raccontato nel documentario del 2025 su Ye, In Whose Name? […]
«Non ho sposato mio marito perché volevo un palco», dice Censori. «L’ho sposato perché lo amo. È la cosa più melensa del mondo?».
bianca censori fotografata da katy grannan per vanity fair 1
Forse un palco non lo cercava, ma una volta che ne ha ottenuto uno, ci è salita sopra – nuda. Sa che a nessuno interesserebbe di lei se non fosse quella che definisce una «nepo wife», una famosa per associazione. «Ma la tua immagine viene replicata senza il tuo consenso, in continuazione. Viene replicata, viene svilita, viene smontata pezzo per pezzo, tutte quelle cose lì».
La percezione pubblica sembrava quella di una prigioniera silenziosa, tenuta in cattività e poi venduta in pieno giorno e vestita dal marito come una bambola del sesso – un racconto che l’episodio di Venezia non ha certo aiutato a smentire. Le chiedo se sa cosa la gente crede sia successo nel taxi boat. «Sì», risponde. «Che abbia fatto sesso orale sulla barca?». Non è vero.
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Ye era seduto a poppa, dice Censori, e lei era semplicemente in ginocchio su uno sgabello, con la testa appoggiata sulle sue ginocchia. A bordo, aggiunge, c’era anche sua zia, quella della foto dell’epoca del college. La copertura mediatica l’ha umiliata. «È stata la prima volta che mi sono sentita davvero in imbarazzo», dice. «Mi sono vergognata per via di mio padre».[…]
«Non farei qualcosa che non voglio fare», afferma. Ogni volta che è apparsa nuda, sostiene, è stata una sua scelta. Quando assembla un look, chiede a Ye un parere perché lo considera un genio. «Io e mio marito lavoriamo insieme sui miei outfit», dice. «Quindi era una collaborazione, non è mai stato “mi dicono di fare qualcosa”... Se tu fossi sposata con un grande stilista, non ti regalerebbe un vestito o qualcosa del genere?». […]
«QUESTA È ARTE, CAZZO»
Nel 2024 diversi ex dipendenti e persone che avevano lavorato con Ye nel corso degli anni lo hanno citato in giudizio, con accuse che includevano abusi, aggressioni e un ambiente di lavoro ostile. In un atto depositato si sostiene che il musicista indossasse una maglietta con una svastica e affermasse che Kardashian fosse controllata da ebrei.
In un’altra causa, un’assistente che lavorava a Donda ha dichiarato che Ye le avrebbe offerto uno stipendio annuo di 1 milione di dollari per essere disponibile per lui «24-7»; le avrebbe poi dato un ulteriore milione perché cancellasse il suo account OnlyFans e si sarebbe masturbato davanti a lei, costringendola a praticargli sesso orale, prima di licenziarla senza alcuna indennità.
In un ulteriore atto, la stessa donna ha accusato Ye di aver segnalato alla polizia la sua casa, assumendo una terza parte per presentare segnalazioni false – inclusa una secondo cui lei avrebbe ucciso sua madre – con l’obiettivo di provocare raid armati delle forze dell’ordine. (Ye ha respinto le accuse).
Una modella che aveva partecipato a un videoclip con Ye del 2010 ha sostenuto che, durante le riprese, lui le avesse stretto le mani al collo e infilato le dita in gola urlando: «Questa è arte, cazzo. Io sono come Picasso». Ye chiede che l’accusa venga respinta, sostenendo in una memoria depositata in tribunale che, tra le altre argomentazioni, la ripresa fosse una «performance davanti alla telecamera» che includeva «comportamenti inscenati» per simulare un’aggressione sessuale e altre forme di violenza, e che la modella non avrebbe sollevato obiezioni né tentato di lasciare il set.
Censori sembra concordare con l’idea – attribuita a Ye – che fare grande arte possa essere osceno e lasciare cicatrici, e riconosce che qualcuno possa sentirsi ferito da quel processo. «È il percorso di alcune persone», dice. «Bisogna rispettare il fatto che, per alcuni, sia quello che hanno bisogno di fare».
[…] È evidente che ciò che accade nel lavoro di Ye e Censori sarebbe inappropriato, se avvenisse, per esempio, in uno studio di architettura. Censori lascia intendere che il disagio nei confronti di un ambiente abbia a che fare con lo status lavorativo: come a dire che, quando questi ex dipendenti facevano parte del team, andava bene anche il modo in cui si facevano le cose. «C’è sempre una carica emotiva», dice Censori. «E ovviamente ci sono momenti in cui qualcuno soffre perché non lavora più lì». Ora, racconta, quando assume un producer si assicura che sia a suo agio con elementi come la nudità.
Prima di condividere qualsiasi cosa che possa essere considerata pornografica, Censori chiede: «Ho il tuo consenso per mostrarti questa immagine?». […]
Fino a febbraio 2025, Censori non si era lasciata disturbare dal fatto che la sua nudità venisse recepita come qualcosa di dozzinale e in cerca di attenzione, invece che come un lavoro artistico capace di formulare un discorso su controllo e sessualità – o, se anche veniva letta in quel secondo modo, dal fatto che si mettesse in dubbio la sua autonomia. «Quella parte non mi dispiaceva», dice.
«Non mi è mai capitato di tornare a casa e addormentarmi piangendo per qualcosa che qualcuno aveva detto. Mi interessa quando la reazione non coincide con l’intenzione, perché è semplicemente ciò che abita dentro ciascuno di noi. Una volta lo stavo spiegando a uno che mi ha detto: “Be’, allora la tua intenzione è andata perduta”. Va bene se l’intenzione si era persa. Non importava. Io avevo potuto esprimermi. Era l’unica cosa che contava».[…]
SUPERATO IL LIMITE
Dopo i post filonazisti di Ye e quello in cui rivendicava il proprio dominio sulla moglie e compagna, è trapelata una canzone intitolata «Bianca».[…] Chiedo a Censori se sia antisemita. «No», risponde. In una conversazione successiva specifica: «Il fatto che l’antisemitismo sia mainstream è terrificante». Le faccio notare che il suo silenzio e la sua permanenza nel matrimonio hanno permesso a molti di pensare che lei appoggi le dichiarazioni del marito – dichiarazioni alle quali, insiste, nemmeno lui crede davvero. Mio padre è ebreo, e lo è anche metà della mia famiglia. […]
Chiedo a Censori se abbia mai domandato a Ye perché stesse concentrando tante energie sugli ebrei e sul nazismo. Dice di sì, ma di non aver ricevuto una risposta abbastanza sensata da restarle impressa. «Deve pensare alle altre ossessioni che ha avuto», dice. «Perché questa può essere stata percepita come dannosa…». S’interrompe e si corregge. «…ovviamente era dannosa. Ma non ha forse avuto anche altre ossessioni estreme, in passato?». Ed elenca: il cristianesimo, l’architettura, l’ex moglie durante il divorzio.
bianca censori e la madre alexandra
«In quel momento, il pubblico non era la prima delle mie preoccupazioni», spiega. «Non stavo pensando al lavoro di ripulitura delle pubbliche relazioni. Ero davvero concentrata su lui e su me stessa. E, in fondo, mi dicevo: ok, prima o poi avremo questa conversazione. Avrò l’occasione di dirti che non sono antisemita».
«Di recente ha incontrato un rabbino», dice. «Sa, deve attraversare il suo processo, capire come riparare, e io sono qui per sostenerlo, amarlo, stargli accanto. Lo amo tantissimo. Siamo come la stessa persona». […]
«Tutto quello che posso fare è esserci e aiutare», dice Censori, con le lacrime agli occhi. «Quest’anno è stato un po’ come fare rianimazione cardiopolmonare per mesi. Io ho l’amore e l’empatia necessari per riuscirci, ma capisco che il mondo non li abbia». Ci sono stati momenti in cui, racconta di aver sentito di non poter più continuare la relazione, anche se oggi dice di capire che quelle sensazioni erano «di superficie» e che, nel profondo, lei sapeva che sarebbero rimasti insieme.
Nonostante le proteste di Ye, che sosteneva che non avrebbe intrapreso alcun trattamento, l’anno scorso si è fatto ricoverare in una struttura di riabilitazione in Svizzera. In un’intervista del 2019 con David Letterman, Ye aveva parlato del trauma della prima volta in cui era stato ospedalizzato per disturbo bipolare. «Ti ammanettano, ti imbottiscono di farmaci, ti legano al letto e ti separano da chiunque tu conosca», aveva detto Ye a Letterman. Questa volta è stato diverso, anche perché Censori aveva da poco affrontato a sua volta un trattamento in una sede spagnola della struttura.
[…] Inoltre, si stava curando da sola con le benzodiazepine. La riabilitazione, dice, «mi ha cambiato la vita. Com’è possibile che fossi una persona completamente diversa? Ero emotivamente fuori controllo. Ora riesco a funzionare». Censori riconosce anche il privilegio di potersi permettere quel tipo di trattamento, quello che lei e Ye hanno ricevuto. […] Vorrebbe avere un figlio, anche se non sa bene quando. «Quando è mai il momento giusto per avere figli?», si chiede. Il prossimo capitolo della sua serie sarà dedicato ai bambini, e in particolare a come la società li «consumi». […]
bianca censori con la madre e le sorelle
Il suo prossimo lavoro affronta anche il modo in cui i bambini vengono esposti dai genitori sui social media. «Non mi sembra giusto guardare dei bambini che “performano” così», mi dice quando ci sentiamo qualche settimana dopo. «Ovviamente esiste il lavoro minorile, che è un caso estremo di utilizzo dei bambini per il tornaconto altrui. Ma anche se hai un account sui social o qualcosa del genere da cui trai profitto grazie a tuo figlio, dove si traccia il confine? Mi mette a disagio l’idea che un bambino diventi parte di un meccanismo. La sovraesposizione in età così prematura, probabilmente fa danni».
Mentre lei e Ye pensano di avere un figlio, Censori considera il fatto che quel bambino non potrà avere alcun controllo sull’inevitabile nepotismo, e valuta l’idea di trasferirsi in un Paese con leggi più severe sulla pubblicazione di foto di minori; se i loro futuri figli cresceranno in America, saranno quasi certamente sotto i riflettori, com’è successo ai figli di Ye quando lui e Censori li hanno portati a Disneyland durante le feste. «Io e mio marito ne parliamo», dice. «Lui ha un vero problema con Los Angeles proprio per quell’idea che qui sia possibile fotografare i bambini».
Nonostante le voci secondo cui Ye non vedrebbe i figli da sei mesi, Censori dice che non è vero: ha lasciato il suo servizio fotografico per Vanity Fair per andare da loro a casa, e quando la giornata è finita i bambini erano lì ad aspettare Censori. «È un papà davvero fantastico», dice. «È divertente e fa cose tipo costruire dei mondi per loro. Una volta, mi ricordo, sono venuti e lui ha rivestito tutta la stanza di gommapiuma in modo che potessero saltare ovunque… È dolcissimo, soprattutto se sei un bambino, un bimbetto piccolo».
Censori mi ricorda che durante il covid lui aveva creato una vera e propria scuola. L’accademia, non accreditata, ha chiuso dopo una serie di incidenti, tra cui il post di Ye: «Quando mi sveglio entro in modalità Defcon 3 contro gli EBREI». Le chiedo se, visto che ha chiuso, quella scuola non sia stata un fallimento. «Io non credo nei fallimenti», mi risponde. «Vedo tutto come ciclico, o come una ruota; è sempre in movimento, e succede per una ragione, o per una lezione». Poi però aggiunge: «Può anche trattarsi di una ragione sbagliata».
[…] «Le sembra di avermi capita?», chiede prima di andarsene. Le dico che è la persona che ho intervistato meno somigliante alla propria versione pubblica. Avevo temuto che avesse ragione, che fosse interessante proprio perché una scatola nera, un mistero, e che una volta risolto avrebbe smesso di affascinare, una versione umana del volo Malaysia Airlines 370. Ma mettere a confronto ciò che abbiamo proiettato su di lei è, in realtà, ancora più appassionante del non sapere. Le faccio la domanda più ovvia: perché ha scelto di parlare proprio ora?
«Perché ho qualcosa di cui parlare», risponde. «In quel periodo non avevo necessariamente qualcosa da dire, perché la pressione a parlare proprio in quei momenti… Di cosa avrei parlato? È come se in quel momento mi avessero chiesto del mio matrimonio».
«Pretendere che io parli», dice, «è di per sé una forma di controllo».
[…]
«La mia vita è la mia arte», mi aveva detto Censori poco prima. «Non è fastidiosissimo?».
Quindi non si può separare l’arte dall’artista? «Non credo. Non per me, almeno. So che per altri sarebbe possibile». Ye? «Nemmeno per lui, credo», dice. […]
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