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SOLO BRUTTE NOTIZIE PER GLI ITALIANI - IN UN PAESE DOVE IL COSTO DELLA VITA E L'INFLAZIONE CONTINUANO A SALIRE, CI MANCAVA SOLO LA MAZZATA SUGLI STIPENDI: A SETTEMBRE 2025 LE PAGHE DEI LAVORATORI, IN TERMINI REALI, RESTANO INFERIORI DELL’8,8% RISPETTO AI LIVELLI DI GENNAIO 2021 - È L’ISTAT A CERTIFICARE LA PERDITA DI POTERE D’ACQUISTO DEGLI ITALIANI CHE HANNO LA RETRIBUZIONE MEDIA ANNUA TRA LE PIÙ BASSE TRA I 34 PAESI OCSE: CON UNA MEDIA DI CIRCA 38.600 EURO A PARITÀ DI POTERE D’ACQUISTO, L’ITALIA SI COLLOCA AL 21° POSTO, QUANDO LA MEDIA OCSE È DI CIRCA 45.900 EURO…
Estratto dell’articolo di Massimiliano Jattoni Dall’asén per il "Corriere della Sera"
In un Paese dove il costo della vita continua a salire e l’inflazione non ha ancora smesso di mordere, il nuovo dato pesa come un macigno: a settembre 2025 gli stipendi in termini reali restano inferiori dell’8,8% rispetto ai livelli di gennaio 2021.
È la fotografia scattata dall’Istat, che mette in luce la perdita di potere d’acquisto accumulata negli ultimi anni, nonostante la crescita nominale delle buste paga e i tentativi di adeguamento dei contratti collettivi.
Dunque, il recupero non è bastato a compensare pienamente l’aumento dei prezzi e la capacità di spesa delle famiglie italiane resta sotto pressione.
[…]
Come rileva l’Istituto, a settembre l’indice delle paghe orarie è rimasto fermo rispetto ad agosto e in aumento del 2,6% su base annua. Nel pubblico impiego gli incrementi sono stati un po’ più generosi (+3,3%) rispetto all’industria (+2,3%) e ai servizi privati (+2,4%), anche per effetto del pagamento delle indennità di vacanza contrattuale.
Considerando l’intero periodo gennaio-settembre, la media oraria risulta più alta del 3,3% rispetto allo stesso arco del 2024. In questo contesto, la retribuzione media annua nel nostro Paese rimane tra le più basse tra i 34 Paesi Ocse: con una media di circa 38.600 euro a parità di potere d’acquisto, l’Italia si colloca al 21° posto, quando la media Ocse è di circa 45.900 euro.
SALARI E POTERE D AQUISTO IN ITALIA
Alla base del ritardo pesano fattori strutturali: contratti collettivi scaduti, produttività stagnante e la diffusione di lavori a basso salario. In molti settori gli aumenti vengono assorbiti dai rincari e l’inflazione ha eroso gran parte dei progressi.
Ne deriva un potere d’acquisto debole, con effetti sulla fiducia delle famiglie e sul ritmo dell’economia. Quel –8,8% non è solo un numero statistico, ma la misura concreta di un Paese che lavora, spende quanto può, ma continua a guadagnare troppo poco.
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