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“IO NON SAPEVO DELL’ASPROMONTE E DELLA ‘NDRANGHETA, NON AVEVO QUESTE CONOSCENZE, ME LE SONO FATTE, AHIMÈ, QUANDO POI SONO RIMASTO PRIGIONIERO” – CESARE CASELLA RACCONTA IN UN PODCAST I SUOI 743 GIORNI DI SEQUESTRO IN ASPROMONTE, DAL 18 GENNAIO 1988 AL 30 GENNAIO 1990, INCATENATO TRA TOPI - "I PRIMI GIORNI MI CHIEDEVANO SE VOLESSI QUALCOSA, GLI RISPOSI: ‘MAGARI DELLO YOGURT’ E QUESTO MI FA: ‘E CHE COS’È UNO YOGURT?’- E ALLORA LÌ HO CAPITO DOVE ERO FINITO - VIDEO
Da corriere.it
Cesare Casella all’epoca ha 18 anni e vive a Pavia, «città di provincia dove ho ancora dei bellissimi ricordi». La compagnia degli amici, il bar, le vacanze, i motorini truccati, 50 mila lire sempre in tasca ma in fondo una vita semplice, poco appariscente. La mamma casalinga, il papà titolare della concessionaria della Citroën. «Io non sapevo dell’Aspromonte, non sapevo della ‘ndrangheta, non avevo queste conoscenze, me le sono fatte, ahimè, quando poi sono rimasto prigioniero».
Dal 18 gennaio 1988 al 30 gennaio 1990, per 743 giorni, la stagione dei sequestri di persona lunghissimi, dalla Lombardia alla montagna della Calabria, in «tane», le chiama così, che sono dei buchi scavati nella terra, un giaciglio fatto di assi di legno, una catena al collo, i topi.
Un mondo sconosciuto in cui neanche la lingua gli pare la stessa. «Faccio un esempio: i primi giorni mi chiedevano se volessi qualcosa in particolare, ho detto “magari dello yogurt” e questo mi fa “E che cos’è uno yogurt?” E allora lì ho capito dove ero finito». Un altro pianeta. «Se me l’avessero detto prima “Guarda che adesso ti teniamo in un rifugio, in alta montagna in mezzo ai topi per due anni”, avrei risposto “No, impossibile”».
Eppure in questa situazione estrema Cesare scopre di avere delle risorse, si dà una routine, cerca di muovere le gambe, di tenere pulita la buca, si lava i denti con il sapone per i piatti. Legge qualunque pezzo di carta a disposizione per impegnare la testa, giornali, riviste. E scopre così che non solo non è stato dimenticato, ma che sua mamma Angela - «madre coraggio» - è in Calabria per attirare l’attenzione e liberarlo. Per la prima volta in un podcast, dopo anni di silenzio, Cesare Casella - il più famoso dei rapiti in Italia - racconta la storia della sua prigionia. Che ha segnato una svolta per il Paese intero.
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