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UNA TRAGEDIA CHE SI POTEVA EVITARE – ORA CHE SONO STATE EMESSE LE CONDANNE PER 32 IMPUTATI PER IL CROLLO DEL PONTE MORANDI DEL 2018, È BENE RICORDARE LE PAROLE PRONUNCIATE IN AULA DA GIANNI MION, EX AD DI EDIZIONE, LA HOLDING DEI BENETTON CHE CONTROLLAVA AUTOSTRADE: “NEL 2010 SEPPI CHE IL PONTE POTEVA CADERE MA NON DISSI NULLA. PERCHÉ NON HO PARLATO? TEMEVO DI PERDERE IL LAVORO” – UNA FRASE SIMILE A MOLTE ALTRE DI MANAGER E ADDETTI AI CONTROLLI, CHE SI TROVANO NELLE CARTE DEL PROCESSO, TRA INTERCETTAZIONI E DEPOSIZIONI. E CHE DIMOSTRA UNA VERGOGNOSA GESTIONE DELLA RETE AUTOSTRADALE, CHE PUNTAVA SOLO AI PROFITTI FREGANDOSENE DELLA SICUREZZA…
Estratto dell’articolo di Alessandro Fulloni per il “Corriere della Sera”
«Nel 2010 seppi che poteva cadere ma non dissi nulla. Perché non ho parlato? Forse temevo di perdere il lavoro». Tribunale di Genova, 23 maggio 2023, udienza al processo per il crollo del Morandi. In aula risuonano le parole di un testimone-chiave, Gianni Mion, ex ad di Edizione, la holding dei Benetton che all’epoca della tragedia controllava Autostrade per l’Italia (Aspi).
Frase choc, ma per niente diversa da altre – tante, e giunte da manager e addetti ai controlli – trovate nel mosaico giudiziario di intercettazioni, deposizioni, documenti. Per arrivare all’ultima verità sul ponte Morandi, quella verità fotografata nella sentenza di ieri che ha messo a fuoco le responsabilità dei 32 condannati in primo grado, quel mosaico giudiziario va ricomposto inserendo al posto giusto ogni tessera.
[…] Un atto d’accusa di circa 2.000 pagine che ricostruisce la vita della struttura, sin dalla nascita. «Tra l’inaugurazione del 1967 e il crollo, per 51 anni, non fu eseguito il benché minimo intervento manutentivo di rinforzo sugli stralli, i tiranti che sorreggevano l’infrastruttura, della pila 9, quella collassata» esordirono i pm. Che divisero in due la vita del ponte: fino al 1999 gestito da un concessionario pubblico e poi l’affido ad «Autostrade».
Eloquenti alcuni dati che illustrano il cambio di passo: gli interventi strutturali sul viadotto videro, da parte del pubblico, «una spesa media giornaliera di 3.665 euro al giorno. Cifra che con il privato scese a 71 euro, con un decremento del 98,05%».
Nel complesso, un’incuria, per gli inquirenti, «non giustificabile con l’insufficienza delle risorse finanziarie visto che dal 1999 al 2005 Autostrade aveva chiuso in forte attivo, con utili tra 220 milioni di euro e 528 milioni».
Lo stesso tra il 2006 e il 2017, quando gli utili conseguiti da Aspi «furono compresi tra i 586 milioni e i 969 milioni». Altro che manutenzione... i soldi piovvero sugli azionisti con percentuali tra l’80% e il 100%.
Per i pm, il ponte crollò perché era malandato, era malandato perché non venivano fatte le manutenzioni e le manutenzioni venivano evitate per contenere le spese e aumentare i profitti. Riguardo la sorveglianza, si rasentava il ridicolo: «Le ispezioni visive degli stralli venivano sistematicamente eseguite dal basso, con binocolo o cannocchiale». Senza contare la corrosione che divorò le pile del viadotto, tra cui la 9, mai sottoposta a interventi protettivi.
Quanto di questa «fotografia» scattata dall’accusa sia stato accolto dal collegio, lo si vedrà nelle motivazioni della sentenza. Agli atti, di sicuro, ci sono altre frasi choc che inquadrano «l’ultima verità» attorno al crollo.
Eccone alcune: «Andò così: nel 2015 si ruppero i cavi delle fibre ottiche che collegavano i sensori al sistema di monitoraggio del Morandi. L’avevamo installato noi, il sistema, e quindi Aspi ci contattò per capire quanto costasse ripristinarli. Facemmo un prezzo, 10 mila euro, ma tutto finì lì. E i cavi rotti non vennero riparati» ( 23 febbraio 2020, è la testimonianza di un tecnico della ditta ).
Intercettato dopo il disastro, l’ex dirigente Autostrade Michele Donferri Mitelli (condannato a 11 anni) rivela: «Ma io non so... cosa mandavano, i ciechi? Mandavano i ciechi a fare ispezioni questi! I ciechi!».
[…]
Ancora Mion, in aula, con l’ultima sintesi: «Noi sapevamo che il Morandi aveva un problema di progettazione, lo sapevamo. A quella riunione c’erano proprio tutti: i consiglieri di amministrazione di Atlantia, gli ad, il direttore generale, il management...».
GIANNI MION
CROLLO DEL PONTE MORANDI DI GENOVA
GIOVANNI CASTELLUCCI IN TRIBUNALE
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