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LA SALUTE E’ UN LUSSO PER POCHI - CURARE UN TUMORE COSTA 40 MILA EURO L’ANNO TRA TERAPIE, VISITE NON COPERTE DA TICKET, TRASPORTI E RICADUTE SUI FAMILIARI - DA QUI LE SCELTE DRASTICHE DI MOLTE FAMIGLIE: LIMITARSI ALLO STRETTO INDISPENSABILE, LASCIAR PERDERE RIABILITAZIONI, PROTESI E ASSISTENZA PSICOLOGICA, TIRARE IL PIÙ POSSIBILE LA CINGHIA, ASPETTARE MESI E MESI PER UNA RICOSTRUZIONE AL SENO E…
Maria Sorbi per “il Giornale”
Non tutti i pazienti oncologici si possono permettere le cure allo stesso modo. Quasi fosse un lusso ammalarsi. Uno degli effetti collaterali sociali del cancro è nascosto nelle pieghe dei costi a carico del malato: 40mila euro a testa nei cinque anni successivi alla diagnosi. Significa una spesa complessiva di 5,3 miliardi di euro.
Da qui le scelte drastiche di molte famiglie: limitarsi allo stretto indispensabile, lasciar perdere riabilitazioni, protesi e assistenza psicologica, tirare il più possibile la cinghia, aspettare mesi e mesi per una ricostruzione al seno, lasciar perdere le diete anti cancro, troppo care. In sintesi: curarsi male.
A scattare la triste fotografia italiana è l' undicesimo rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici che la Favo (federazione delle associazioni di volontariato in oncologia) presenterà oggi in Senato.
È vero che il sistema sanitario spende 16 miliardi all' anno per i 3,3 milioni di pazienti oncologici, ed è altrettanto vero che si tratta pur sempre del 15% della spesa sanitaria, non poco. Ma evidentemente non è sufficiente. Per far fronte alle liste d' attesa troppo lunghe i pazienti si rivolgono alle strutture private e pagano di tasca propria interventi ricostruttivi (con una spesa media all' anno di 2.600 euro), colf e badanti (1.400 euro), trasposti (800 euro), visite non coperte dal ticket (400 euro).
E soprattutto perdono più di sei mesi di lavoro e di guadagno. Aspetto che non rappresenta un problema per chi ha un contratto a tempo indeterminato ma che è un guaio per chi lavoro con partita Iva o con contratti senza garanzie.
La malattia manda all' aria l' intero bilancio famigliare: anche i caregiver, cioè i parenti che assistono il malato, sono costretti a rinunciare al lavoro per affiancare la badante o per prendere il suo posto.
Dall' indagine Favo emerge che in media hanno perso 20 giorni di lavoro in un mese e il 26% di loro ha subito una riduzione del reddito attorno al 30%. «Il nostro sistema sanitario - spiega Giordano Beretta, presidente Aiom (associazione di oncologia medica) - permette a tutti di accedere a trattamenti per la diagnosi e la cura dei tumori. Malgrado ciò, esistono problematiche legate alla necessità di effettuare accertamenti al di fuori del pubblico a causa delle lunghe liste d' attesa».
Francesco De Lorenzo, presidente Favo, sprona ad analizzare «i costi reali del cancro per programmare le politiche sanitarie e perché la politica destini in modo corretto le risorse». Come fare per alleggerire le incombenze di una famiglia che si trova a combattere contro la malattia? La Favo presenta in Senato un mini decalogo in cui suggerisce interventi fiscali e affini.
Urge, ad esempio, informare con chiarezza le famiglie su quali esenzioni possono ottenere in caso di una patologia oncologica. E ancora, vanno ridiscussi i parametri e le regole per detrarre i costi associati alla malattia in sede di regime fiscale. «Dobbiamo affrontare al più presto il tema dei caregiver» sostiene De Lorenzo, che propone come primo passo di informarli su come accedere ai benefici previsti dalla legge in campo lavorativo, previdenziale e assistenziale.
Altro tema caldo è quello delle partite Iva a cui, in qualche modo, vanno garantite delle agevolazioni, che potrebbero essere una rateizzazione dei contributi, un rimborso per le spese domiciliari, l' equivalente di un' indennità.
Se davvero entro il 2020 i malati oncologici saranno un popolo di 4,5 milioni, sempre più cronicizzati, allora vanno studiate delle misure di tutela fin da adesso. Per garantire un po' di tranquillità al malato e alla sua famiglia e agevolare l' assistenza a domicilio anzichè nelle strutture sanitarie.
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