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L.Fer. e G.Gua per “il Corriere della Sera”
Dalla nomina dei commissari nella fase pre-gara fino all'esecuzione del contratto: punteggiano tutta la storia dell' appalto per la «Piastra» di Expo 2015 (272 milioni di base d' asta) le vicende che, a detta della Procura Generale di Milano, non furono approfondite o considerate dalla Procura della Repubblica nel periodo in cui il coordinamento dell'«area omogenea Expo» era stato assunto dall'allora procuratore Bruti Liberati.
Alcuni punti emergevano già nella stessa archiviazione che i pm Paolo Filippini, Roberto Pellicano e Giovanni Polizzi nel febbraio 2016 avevano chiesto per i 5 soli indagati di turbativa d' asta, e cioè Piergiorgio Baita (presidente della società Mantovani, arrestato a Venezia per il Mose), due ex manager Expo già arrestati per altre vicende, Angelo Paris e Antonio Acerbo, e gli imprenditori della società Socostramo (vicina al parlamentare Altero Matteoli) Erasmo e Ottaviano Cinque.
Oltre alla retrodatazione del cambio di uno dei commissari di gara nel maggio 2012, il pg Isnardi intende approfondire come la Mantovani si aggiudicò per 149 milioni la gara con un incredibile ribasso del 42%, spiazzando il mondo formigoniano che, secondo i pm, puntava su altri candidati in una piazza milanese nella quale (ha sostenuto poi Baita) c'era appunto «un sistema spartitorio».
Da chiarire anche le ragioni per cui Expo non svolse la verifica di congruità sul maxi-ribasso («Sala mi rispose che non avevamo tempo», ha dichiarato ai pm nel giugno 2014 l'ex manager di Ilspa, Antonio Rognoni, arrestato per altre vicende). Poi ci sono i rapporti di possibile collusione tra la Mantovani e il concorrente battuto Pizzarotti, il quale al contrario si dichiara parte lesa nel procedimento.
E soprattutto le varianti di progetto che la Mantovani (usando come arma di ricatto nei confronti di Expo la minaccia di non completare i lavori entro il fatidico primo maggio 2015) si fece riconoscere per recuperare profitti che non avrebbe mai potuto ottenere con il ribasso praticato. Fino al capitolo più pittoresco: l' improprio affidamento diretto alla Mantovani della fornitura di 6.000 alberi per un importo di 4,3 milioni di euro a fronte di un costo per l'impresa di 1,6 milioni.
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