FLASH! - ALL'INDOMANI DEL VIOLENTO SCAZZO CON QUERELA TRA IL GOVERNATORE DELLA LIGURIA MARCO BUCCI,…
Daniela Ranieri per il “Fatto quotidiano”
Come nei documentari sugli eventi storici traumatici, quando la voce narrante e le immagini di repertorio lasciano spazio ai testimoni, qui i sopravvissuti raccontano la violenza, lo stordimento, il volo e la caduta d' amore.
Nove reduci, nove fulminati più l' autore che appare nel finale con l' espediente dell' ironia romantica, come un pittore che si metta nel quadro: Pino Corrias, scrittore di penna sottile, si cimenta nell' elegia amorosa in Disordini sentimentali (Mondadori), libro di racconti furente e umano quanto ''Dormiremo da vecchi'', uscito pochi mesi fa per Chiarelettere, era sporco, comico, animalesco.
Le nove storie più una inscatolate l' una dentro l' altra come nel Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki sono le tribolazioni incredibili e perciò verosimili di chi ha attraversato il fuoco eppure ha ripreso a respirare, ridando cadenza al più sopravvalutato dei muscoli, di cui l' amico Giambattista, deficitario di valvola mitralica e perciò destinato allo sventramento previa iniezione di potassio ("lo usano nel braccio della morte in Texas") domanda al chirurgo: "Quanto pesa?". La risposta è disarmante: "Tra i 250 e i 300 grammi".
Con solo tre etti di carne, dunque, come vuole la precettistica medievale (Dante ci ha dato l' immagine definitiva: Beatrice che mangia il suo cuore), i personaggi di queste nove e una notte fronteggiano il demone: Francesca, Mara, Giambattista, Stefano e altri e l' autore stesso sembrano dirci: "Hai un cuore? Allora in guardia dall' amore", come da insegnamento di Alfred de Musset.
Come nell' antologia di Spoon River, qui i fantasmi degli amori passati, alcuni sanati, altri ancora col coltello piantato nella giugulare (da dove si sgozzano i maiali), raccontano la loro pena al narratore, che la racconta a sua volta a un armeno venditore di hashish e acquirente di storie a Venezia, sotto il teatro la Fenice. Lo fanno perché è solo nel racconto che trovano un senso alle conseguenze prodotte dalle infinite combinazioni del caso, sempre alacre e al lavoro nel far incontrare, combaciare e poi perdere chi è abbastanza resistente per i suoi scherzi.
E l' unico appiglio per decifrare l' insondabile nei giorni che seguono allo sconforto e alla promessa d' oblio delle benzodiazepine.
Corrias ci mostra una galleria di innamorati per poco o molto tempo che passano negli aeroporti come gli appestati di qualche malattia esotica; che si incontrano nei ghiacci del circolo polare artico, dove si mangia cuore di renna congelato lasciandosi colare il sangue sul mento;
che si nascondono tra le mura dell' antico Hotel de Inmigrantes, "molo oceanico del porto di Buenos Aires, dove nell' altro secolo sono transitati quattro milioni di italiani con i loro stracci e i loro sogni"; amanti che si consumano per mesi fino a che uno dei due scopre che la verità abitava altrove, "perché anche negli amori complicati le ragioni di fondo che li addensano e quelle che li sciolgono sono sempre le più semplici";
e poi ninfomani, bugiardi, "frigide mentali", scambisti dediti al dionisiaco nelle villette della Brianza, in orge con "i travestiti, i masochisti, i dominatori e i dominati, i poveri cristi", tutti impegnati a cercare l' amore dove nessun può trovarlo: "Io sono te e tu sei me, il resto non esiste".
"Gli incanti viaggiano tra camere d' albergo di mezza Europa", dice una di loro al narratore, riportando al presente il passato che l' ha ustionata. Tutti ricordano l' istante della folgorazione: "Mi fanno male gli occhi da tanti sguardi amorosi", "Ha un tono da vero maschio castigliano, galantuomo", "È desiderabile, delicata, distante"; e quello dell' ossessione: "Ogni tanto la gelosia mi assale come una febbre", "Vorrei riaverlo interamente", "Vorrei assolverlo da tanto rigore", vorrei e non vorrei, come nel Don Giovanni.
Questi fantasmi, congelati nell' attimo dell' addio e sorpresi di provare ancora rancore, rivolgendosi a chi è partito smagnetizzano il potere che li ha pietrificati: "Mi hai amato distrattamente come si va a un party, e alla fine ti sei bevuta tutto tu, stronza. Ma senza saperne reggere le conseguenze". Il narratore come un chirurgo gli pesa il cuore, come tutti i chirurghi sadico e salvifico, ma invece di dare il suo responso si mette in gioco.
Nel finale racconta il suo abbandono aggrappandosi a un dettaglio, tra echi della canzone più bella di Lucio Dalla: "Io stavo morendo e lei si stava asciugando i capelli. Il phon è l' ultima cosa che ricordo di quella scena". E siccome l' unica regola è "rimanere in piedi, comunque vadano le cose", in questo libro gelido e tropicale i disordini sentimentali trovano una ratio clinica e ironica insieme: "Le pene d' amore non influenzano l' anatomia del cuore, l' insufficienza cardiaca sì".
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