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“HO PERSO OGNI FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI” – LA RABBIA DI MARISA GAROFALO, SORELLA DI LEA, TESTIMONE DI GIUSTIZIA UCCISA A MILANO NEL 2009 DAL MARITO, CARLO COSCO, E DAI COGNATI PER AVER DENUNCIATO INTRECCI CRIMINALI E AFFARI SPORCHI DELLA ‘NDRANGHETA: A UNO DEI TRE È STATO CONCESSO UN LUNGO PERMESSO CHE GLI HA CONSENTITO DI RIABBRACCIARE I FAMILIARI – ALL’EPOCA LA DONNA CHE RIVELÒ I GIRI CRIMINALI DEL MARITO VENNE INSERITA NEL PROGRAMMA PROTEZIONE COME PENTITA, MA QUANDO LO ABBANDÒ VENNE TROVATA, UCCISA E BRUCIATA…
Estratto dell’articolo di Raffaella Fanelli per “Gente”
«Da tempo ho perso ogni fiducia nelle istituzioni. Il permesso concesso a Vito Cosco è l’ennesima conferma di quanto la giustizia possa essere profondamente ingiusta».
A parlare è Marisa Garofalo, sorella di Lea, testimone di giustizia brutalmente uccisa a Milano il 24 novembre 2009 dai fratelli Cosco: Carlo, Giuseppe e Vito. Proprio quest’ultimo è stato fotografato dal settimanale Gente a Milano, in zona Corvetto, mentre si trovava in permesso premio.
Un lungo permesso che gli ha consentito di riabbracciare i familiari - la moglie Renata, i due figli e gli amati nipoti - arrivati dalla Calabria per trascorrere insieme Natale, Capodanno ed Epifania. […] «Oggi lo Stato tradisce Lea ancora una volta. La uccide come hanno fatto i Cosco, e non con la violenza ma con l’oblio». Eppure non si può dimenticare la storia di Lea Garofalo.
Forse lo ha fatto chi ha accordato due settimane di permesso. Ma non chi ha assistito a tutte le udienze di un processo che ha fatto emergere la crudeltà e la ferocia di Carlo Cosco, il marito di Lea, e dei suoi due fratelli.
«Lea aveva conosciuto Carlo che era ancora minorenne. Si era trasferita a Milano con lui. Per Denise, per dare una vita diversa a mia nipote, lo ha lasciato e denunciato».
Le manette scattarono anche per il fratello di Lea e Marisa, Floriano Garofalo, anche lui boss di Petilia Policastro, un paese di quasi 9 mila abitanti a una cinquantina di chilometri da Crotone. Lea racconta tutto ciò che sa: intrecci criminali, complicità, affari sporchi.
Lei e la figlia Denise vengono inserite nel programma di protezione e trasferite a Campobasso. Ma la protezione non basta: lo Stato non la riconosce come testimone di giustizia, ma la etichetta “collaboratrice”, una pentita.
LE ULTIME IMMAGINI DI LEA GAROFALO
Una ferita che Lea porterà dentro per sempre. Nel 2006 lo Stato le volta le spalle: la protezione le viene revocata perché le sue denunce non producono risultati giudiziari. Lea combatte, ricorre al Tar senza successo, poi al Consiglio di Stato. Nel 2007 ottiene finalmente il reinserimento nel programma, ma ancora come collaboratrice e non come testimone. […]
Nel 2009 prende una decisione rischiosa: lascia volontariamente il programma di protezione per riprendere i rapporti con la sua terra, pur continuando a vivere a Campobasso. Ma i Cosco non perdonano. Dopo anni, sono ancora sulle sue tracce e progettano vendetta. Carlo Cosco incarica un suo sodale, Massimo Sabatino, di rapirla e ucciderla.
Il piano fallisce ma pochi mesi dopo, il 24 novembre 2009, il destino (o qualcun altro) le tende un’imboscata: Carlo Cosco la invita a Milano, sfruttando l’amore di Lea per la figlia Denise, per discutere del futuro della ragazzina. È proprio Denise ad accompagnare Lea dal padre, nei pressi dell’Arco della Pace, e a raggiungere poi la casa dei cugini. Da sola.
[…]
Lea fu portata da Carlo Cosco in un appartamento in piazza Prealpi dove fu torturata per ore e poi uccisa. Il padre di Denise ordinò a Rosario Curcio, a Massimo Sabatino e a Carmine Venturino, all’epoca fidanzatino di Denise, di far sparire il corpo di Lea.
Lo trasportarono a Monza, a San Fruttuoso, dove fu dato alle fiamme insieme a 50 litri di acido. Di Lea Garofalo non doveva restare nulla. Pochi resti furono ritrovati dopo l’arresto dei tre fratelli Cosco e la decisione di collaborare (per ottenere uno sconto di pena) di Carmine Venturino.
«Tutti gli altri furono condannati all’ergastolo e dovevano scontarlo […] Ma come sempre accade – conclude Marisa Garofalo – a pagare non sono i colpevoli, ma noi familiari delle vittime. Sono rimasta a Petilia Policastro nonostante le minacce e i rischi. Me ne andrò quando torneranno».
Carlo Cosco lo ha già fatto. Detenuto nel carcere di Busto Arsizio, è già tornato in paese per far visita alla madre malata. Due permessi ottenuti negli ultimi anni per l’anziana madre […] Denise […] da anni vede il padre. I colloqui e le telefonate hanno data e durata documentate. E sappiamo con certezza che ci sono da quando, volontariamente, Denise ha lasciato il programma di protezione, chiedendo la capitalizzazione, oltre al risarcimento. Così la sua vita è cambiata e, alla fine, ha perdonato un padre che le ha ucciso la madre.
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