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“IO NON MI SENTIVO NÉ VEDOVA, NÉ SPOSATA. NON AVEVO PIÙ IDENTITÀ” – PARLA CATERINA PECORA, L’EX MOGLIE DI GIOVANNI MOTISI, IL BOSS DIVENTATO IL NUMERO UNO NELLA LISTA DEI LATITANTI DI MAFIA: È L’UNICA DONNA A CUI COSA NOSTRA HA “CONCESSO” DI DIVORZIARE NEL 2017 DOPO 22 DI MATRIMONIO, 15 ANNI DEI QUALI TRASCORSI DA SOLA CON LE FIGLIE – “QUANDO CI SIAMO CONOSCIUTI ERO IGNARA DI COSA QUEL GIOVANE AVEVA POTUTO FARE, POI INIZIAI A NUTRIRE SOSPETTI QUANDO SI ALLONTANAVA LA SERA. ERA SCARSO IN TUTTO, UN ROZZO, UN PREISTORICO. L’ULTIMA VOLTA L’HO VISTO NEL 1999. MI FACEVANO SALIRE IN AUTO PER ANDARE A INCONTRARLO E...” - VIDEO

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IL VIDEO DELL'INTERVISTA A CATERINA PECORA

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2026/09/16/news/caterina_pecora_ex_moglie_latitante_giovanni_motisi_mafia_intervista-425587585/?ref=RHLM-BG-P12-S1-T1-fdg10

 

Estratto dell’articolo di Salvo Palazzolo per www.repubblica.it

 

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«Io non mi sentivo né vedova, né sposata, né suora. Non avevo più identità», racconta la signora Caterina Pecora, che è stata la moglie del killer di mafia Giovanni Motisi, oggi diventato il numero uno nella lista dei latitanti di Cosa nostra. Nel 2007, ha ottenuto il divorzio, dopo 22 anni di matrimonio, 15 dei quali trascorsi da sola con le figlie. È l’unico divorzio approvato dai vertici di Cosa nostra, lei era ormai esasperata dalla sua condizione di “vedova bianca”.

 

«Non ce la facevo più [...] la notte non dormivo, a 37 anni mia sorella mi portò da un neurologo. E, intanto, continuavo ad avere perquisizioni a casa, ogni volta mi buttavano tutto per terra».

 

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Già nel 1998, quando fu dichiarata ufficialmente la latitanza, Giovanni Motisi era ritenuto un killer fidato di Riina. Cosa sapeva all’epoca di suo marito?

«In realtà, lui era andato via già alla fine del 1992. I carabinieri l’avevano cercato a casa della madre e si era dileguato. Quando si allontanò, i miei sospetti diventarono certezze».

 

Le è figlia di un costruttore accusato di avere avuto diverse frequentazioni di mafia. Possibile che non avesse capito chi aveva sposato?

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«Giovanni Motisi l’avevo conosciuto a 17 anni, nel 1983. Mentre facevo il pomodoro da una mia madrina, vidi un ragazzo vestito di nero. Aveva otto anni più di me, dissi: “È un tipo simpatico”, ma non avrei mai pensato che si proponesse. Anche perché la mia era una famiglia all’antica.

 

Ma anche lui era un tipo preistorico, e dunque lo disse a una signora che gli stavo simpatica. E fu il marito di quella signora a farsi avanti con me e la mia famiglia per la proposta di matrimonio. Ci sposammo nell’ottobre del 1985».

 

Due mesi prima, Motisi aveva fatto parte del commando che uccise il vice questore Cassarà e l’agente Antiochia.

«Io ero ignara di tutto ciò che quel giovane aveva potuto fare. Ma nel corso della vita matrimoniale cominciai a nutrire dei sospetti. Soprattutto quando la sera si allontanava. Mi diceva: “Se non torno, non mi cercare”. [...]

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già durante il viaggio di nozze negli Stati Uniti, dove eravamo andati per trovare sua sorella, mi era sembrato un tipo strano. E quando tornai pensai: “Ho sbagliato tutto”».

 

Che marito è stato Giovanni Motisi?

«Se gli dicevo di portarmi la spesa o di aggiustarmi l’auto guasta, se ne occupava subito. Però non riusciva a mostrare un sentimento.

 

Era scarso in tutto. Spesso, aveva metodi bruschi anche a casa: mentre stavamo a tavola, gli parlavo e lui neanche toglieva gli occhi dal televisore. Poi, mi rimproverava: “Tu devi parlare soltanto quando te lo dico io”. E gli rispondevo: “Ma sei impazzito?”».

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Quando iniziò la latitanza da capomafia di Pagliarelli si faceva sentire?

«Arrivavano biglietti attraverso alcune persone, che io stupidamente non ho strappato. E poi i carabinieri li hanno sequestrati. Oppure mi portavano da lui: all’improvviso, mi facevano salire su un’auto e andavo a incontrarlo. L’ultima volta che lo vidi era il 19 ottobre 1999. Mi fece impressione: era grosso, aveva il diabete. Dopo non l’ho più visto, e ora non so se sia vivo o morto. Non si è fatto più sentire».

 

È il motivo per cui ha chiesto il divorzio?

«Le mie figlie si sentono abbandonate. Le dico una cosa: ci sono mogli di mafiosi che stanno bene, hanno borse firmate e abiti eleganti, vanno dal parrucchiere e hanno l’auto bella. Io, invece, non avevo nulla di tutto questo. E ci fu un giorno in cui protestai. Dissi a un ragazzo: “Scusa Giuseppe, non è lui a spartire i soldi? Perché quelli che toccano a me devono finire ad altre persone?”».

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[...]

Si sentirebbe di dire alle donne dei mafiosi che bisogna avere più coraggio, che non bisogna farsi sottomettere dagli uomini? La cultura di mafia è una cultura maschilista.

«Questa cosa lasciamola stare. Potrei dire alle donne: “Se un uomo ti dà un dispiacere, tu vai avanti”. Però non parlo di cose di mafia, parlo in generale».

 

Signora, lei si mostra come una donna profondamente delusa dal suo ex marito mafioso, ma di mafia non vuole parlare.

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Sorride.

[...]

 

Secondo lei cosa fa adesso Giovanni Motisi?

«Chissà se si è rifatto un’altra famiglia, magari lontano».

 

Ha visto su Google la foto di Giovanni Motisi invecchiata dalla Polizia Scientifica?

«Penso che non lo riconoscerei più. E comunque adesso non voglio più pensarci. Anche perché cosa dovrei ricordare? Che matrimonio fu, tutto un bluff [...] Sto rozzo, uomo preistorico. È solo un uomo da dimenticare».

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