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NON SIAMO STATO, NOI – FABIO SAVI, UNO DEI KILLER DELLA "BANDA DELLA UNO BIANCA" (34 VITTIME E 115 FERITI TRA IL 1987 E IL 1994), INTERVISTATO DA "QUARTO GRADO", SMENTISCE IL FRATELLO ROBERTO CHE AVEVA EVOCATO PROTEZIONI DA PARTE DEI SERVIZI SEGRETI: “COLLUSIONE CON APPARATI DELLO STATO? ASSOLUTAMENTE NO. NOI PROTETTO DA CHI? NON C'È NULLA. SONO ANCORA IN GALERA DOPO 32 ANNI. DELLA STRAGE DEL PILASTRO RICORDO TUTTO. MIO FRATELLO DOVREBBE FARE UN ESAME DI COSCIENZA, DOVREBBE RICORDARE IN PRIMO LUOGO COME SI È COMPORTATO PERSINO VERSO I SUOI STESSI FRATELLI. SE LO CONSIDERO UN TRADITORE? A QUANTO PARE…”
Estratto dell’articolo di Francesca Carollo per “la Stampa”
Lei per anni ha vissuto due vite: meccanico di giorno e membro della Uno Bianca di notte. Ma qual è la verità su Fabio Savi?
«Lo dissi già una volta: dietro all'Uno Bianca c'erano una targa, un paraurti e i fanalini».
La prima rapina, quella al casello di Pesaro: pensava fosse l'ultima?
«Sì. Però poi non era venuto nessuno a prendermi. E allora ho pensato: magari una seconda si potrebbe fare».
Torniamo all'inizio. Lei, Roberto e Alberto: che rapporto c'era tra voi?
«Un rapporto morboso, troppo stretto, non sano. La mia famiglia si spostava spesso per lavoro. Mio padre prima faceva il camionista, poi ha lavorato in aeroporto. Noi arrivavamo sempre da forestieri, eravamo gli ultimi arrivati. I nostri amici eravamo noi tre».
Se Roberto le avesse detto di ammazzare qualcuno, lei lo avrebbe fatto?
«Sì. Poi dopo magari gli avrei chiesto perché».
Da dove nasce questo livello di violenza?
«La violenza cresce perché a un certo punto non è la rapina che porta a sparare, siamo noi che decidiamo di farlo».
Ricorda il primo omicidio?
«Li ricordo tutti, ma non voglio parlarne».
Il 4 gennaio 1991, la strage del Pilastro. Tre carabinieri uccisi: Ottavio Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta. Cosa ricorda di quella notte?
roberto savi francesca fagnani belve crime
«Ricordo tutto. Fummo sorpassati, si accesero gli stop della loro macchina. Roberto si sporse dal finestrino temendo che ci fermassero e sparò alcuni colpi. Volevamo fare inversione e andarcene, ma prima della traversa che volevamo imboccare c'erano loro. Erano fuori dalla macchina e iniziarono a sparare».
Il 21 maggio 1991, in via Volturno a Bologna, vengono uccisi Licia Ansaloni e Pietro Capolungo. Cosa successe?
«Entrammo per rubare delle armi. Probabilmente Capolungo vide mio fratello. Mise la mano sotto il banco, schiacciò l'allarme e disse: "Adesso arrivano, adesso ti arrestano". A quel punto gli sparai. Poi la signora disse mentre stavamo andando via: "Hai l'accento riminese, ti prenderanno". Disse la frase sbagliata. Non mi rimaneva altra scelta. Poi di quel fatto si sono dette le cose più assurde: complotti e servizi segreti».
Lei ha mai avuto la sensazione di essere protetto da qualcuno?
«No. Protetto da chi? Non c'è nulla. Sono ancora in galera dopo 32 anni».
Si è sentito tradito da suo fratello Roberto?
«Un pochino sì. Il rapporto ormai è rotto e rimane rotto. Non gli auguro tutto il bene. Poi quello che dice non lo so, perché siamo in carcere e non me lo vengono a dire».
Dopo tutto quello che ha detto le faccio una domanda semplice: se tornasse indietro lo rifarebbe?
«No».
Lei oggi quando pensa alle vittime che cosa pensa?
«Sono delle persone che non ci sono più. Mi tormentano perché non sarebbe dovuta andare così».
Lei mi ha raccontato tutta la verità in questa intervista?
«Sì. La verità che poi è riscontrabile negli atti. E se ci fossero dei dubbi, ho scritto alla Procura della Repubblica chiedendo di essere sentito».
Lei intende nessuna collusione con apparati dello Stato?
«Assolutamente no».
FRANCESCA CAROLLO FABIO SAVI - QUARTO GRADO
Ha paura di questa nuova inchiesta?
«Non ho paura perché non ho nulla da nascondere».
Come si sente di fronte a quelle che lei considera bugie di suo fratello?
«Mio fratello dovrebbe fare un esame di coscienza, dovrebbe ricordare in primo luogo come si è comportato persino verso i suoi stessi fratelli e mi fermo qui perché non voglio scendere a livelli che non mi appartengono».
C'è qualche cosa che vuole dire a suo fratello?
«No. Assolutamente nulla».
Lo considera un traditore?
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eva mikula 4
la banda della uno bianca
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banda uno bianca 11
banda uno bianca
OMICIDIO NELL ARMERIA DI VIA VOLTURNO A BOLOGNA
«A quanto pare».
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