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“PASOLINI ARRUSO, FITUSO, COMUNISTA” - UN TESTIMONE DELL’OMICIDIO ALL’IDROSCALO RICORDA DIVERSE VOCI CHE GLI GRIDAVANO “FITUSO” (TRADUCIBILE CON PUZZONE, SCHIFOSO) E “ARRUSO”. PAROLA USATA NEL CALABRESE E SOPRATTUTTO NEL SICILIANO, E DERIVEREBBE DALL’ARABO “ARÙS” CHE SIGNIFICA SPOSA: “ARRUSO” È IL “FROCIO” PASSIVO. LA CITTÀ DEGLI “ARRUSI” ERA UN TEMPO CATANIA. SENZA DIMENTICARE CHE C’È UN FILM DI CIPRÌ E MARESCO CHE SI INTITOLA "ARRUSO" E INDAGA SULLA PRESENZA DI "PPP" A PALERMO NEI PRIMI ANNI 70 – VIDEO
Paolo Di Stefano per il “Corriere della Sera” - Estratti
Meglio tardi che mai. Dopo ben quattro anni di lavori, è arrivata la decisione del sinodo italiano di condannare la discriminazione nei confronti di omo e transessuali.
Ma la società? Quasi ogni giorno assistiamo a manifestazioni omofobe. «Frocio» è ancora l’epiteto più gettonato. Come settant’anni fa, quando uscì Ragazzi di vita , dove si trova una ventina di volte nella variante fonetica romanesca «froscio» o «froscetto».
Il protagonista Riccetto ricorda che un giorno un tale, con un amico, «aveva pestato un froscio, per rubargli un par di mila lire, e quando il compagno suo gli disse: “Aòh, l’avemo ammazzato”, senza manco guardarlo, quello rispose: “E che me frega”». Chissà se avranno detto o pensato la stessa cosa quelli che hanno massacrato Pasolini. I linguisti segnalano che parlare «floscio» o «froscio» a Roma indicava il parlare con la erre moscia tipica dei forestieri francesi.
Altri preferiscono la derivazione da «froge», riferito alle narici (grosse?) dei tedeschi.
(...) Ci sono poi altre varianti gergal-regionali ben note, come «culattone», «recchione», «finocchio», «checca», «puppo» (polpo in siciliano).
Un testimone dell’Idroscalo di Ostia disse di aver sentito, dalla sua baracca, provenire diverse voci che gridavano allo scrittore «arruso, fituso, comunista». Se «fituso» è facilmente traducibile con puzzone, schifoso e simili, e «comunista» è comunista, «arruso» è meno evidente. Si trova, anche come «garruso» o «jarruso», nel calabrese e soprattutto nel siciliano, e deriverebbe dall’arabo «arùs» che significa sposa: «arruso» è il «frocio» passivo.
La città degli «arrusi» era un tempo Catania: un libro di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio, pubblicato anni fa da Donzelli, ricostruisce la storia di 45 «arrusi» catanesi, cioè giovani omosessuali, denunciati come «pederasti» nel 1939, arrestati dal regime «maschio» e mandati al confino in un’isola delle Tremiti, San Domino.
Senza dimenticare che c’è un film di Ciprì e Maresco che si intitola Arruso e indaga sulla presenza di PPP a Palermo nei primi anni 70. Da notare che mentre non esiste una forma femminile di «frocio», esiste l’«arrusa», che può intendersi come «bottana» o come lesbica, che ai tempi erano forse ritenute un po’ la stessa cosa.
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