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ALTRO CHE PATTO STATO-MAFIA, IL VERO ASSE ERA TRA MAFIA E GAY! - KLAUS DAVI: "NEGLI USA, I BOSS DI COSA NOSTRA VUOTANO IL SACCO: 'SENZA I NOSTRI SOLDI, I FROCI NON AVREBBERO MAI POTUTO EMANCIPARSI E CELEBRARE IL GAY PRIDE'. L'ORGANIZZAZIONE FU LA FINANZIATRICE MA ANCHE SFRUTTATRICE DEI MOVIMENTI PER I DIRITTI DEGLI OMOSESSUALI - I LOCALI GAY DI NEW YORK ERANO CONTROLLATI DA COSA NOSTRA E UTILIZZATI PER RICICLARE DENARO, DISTRIBUIRE DROGA, SFRUTTARE LA PROSTITUZIONE MASCHILE E TRANS, RICATTARE PERSONAGGI FAMOSI E FINANZIARE LA PORNOGRAFIA GAY" - TRA LE FILA DI COSA NOSTRA C'ERANO MOLTI PICCIOTTI FRU-FRU, COME IL CORPULENTO VITO ARENA, DI CUI L’FBI POSSEDEVA FOTO COMPROMETTENTI CON IL COMPAGNO - I RAPPORTI OMOSEX ERANO COMUNI TRA GLI AFFILIATI, SOPRATTUTTO PER QUELLI IN PRIGIONE. L'FBI SCRIVE: "LE CARCERI ERANO IL CONTESTO IDEALE PER LA CONSUMAZIONE DI RAPPORTI OMOSESSUALI. NON SI CONTANO GLI EPISODI DI STUPRI..."

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Klaus Davi per Dagospia

 

lucky luciano

In Usa si susseguono libri, rivelazioni e colpi di scena, ma la solitamente così attenta scena dell'antimafia italiana dominata dall' ideologia woke si guarda bene dal mettere in luce questa triste pagina. I boss di Cosa Nostra vuotano il sacco: "Senza i nostri soldi i froci non avrebbero mai potuto emanciparsi e celebrare il Gay Pride".

 

Cosa Nostra americana, collegata con quella siciliana da parentele e attività criminose congiunte, fu di fatto per 30 anni la patrocinatrice, promotrice, finanziatrice ma anche sistematica sfruttatrice dei movimenti per i diritti degli omosessuali. Sì, proprio quelle famiglie - i Gambino, i Genovese, i Bonanno e i Lucchese - che solo pochi mesi fa, nell'ottobre 2025, sono state coinvolte in una maxi inchiesta sulle scommesse illegali nella lega professionistica americana di basket NBA che ha lambito pure il nostro Paese.

 

In particolare, la famiglia Genovese, strettamente collegata alla mafia siciliana. Viene annotato nelle carte che anche Giovanni Falcone venne, pur se marginalmente, a contatto con queste realtà nell’ambito dell’operazione ‘Pizza Connection’ che nei primi anni ’80 prese di mira proprio alcune di queste famiglie – in particolare i Bonanno e i Gambino – coinvolte in un traffico di eroina per oltre un miliardo di dollari gestito da Cosa Nostra americana e siciliana attraverso una rete di pizzerie negli Stati Uniti. Lecito chiedersi se il coraggioso e indimenticato magistrato, qualora non fosse stato ucciso nella strage di Capaci il 23 maggio 1992, avrebbe avuto modo di approfondire questa storia davvero oscura.

aula bunker maxi processo cosa nostra 3

 

Per la galassia dell'antimafia italiana uno dei capitoli più controversi della storia del movimento gay non è degno di nota. Molto più rassicurante occuparsi di una trattativa Stato-mafia che del patto di ferro ‘Mafia-Ricchioni’. Un capitolo ancor più scomodo ora che Elly Schlein, dichiaratamente lesbica, guida il principale partito dell'opposizione e potrebbe diventare Premier: forse quindi il momento meno adatto per 'sputtanare' tutte le tresche acclarate fra le cosche made in Sicily e le comunità queer, acclarate dalle carte dell'Fbi, che rischierebbero di togliere quel manto di santità che avvolge l’intoccabile causa LGBTQ+ in Italia.

 

The Mafia and the Gays

Non così negli Stati Uniti dove la pubblicistica militante anche universitaria si sta dedicando alacremente all'argomento e alcuni boss 'pentiti' ne parlano diffusamente, compreso il figlio di John Gotti, noto erede di una delle famiglie mafiose più importanti di Ney York, i Gambino. Come detto, pure John Gotti Jr. ha detto la sua sull'argomento e si moltiplicano testimonianze di affiliati che fanno luce sugli omicidi di picciotti attratti più da aitanti maschi superdotati che dallo 'sticchio'.

 

Il primo a rompere con l'omertà mafiosa sui movimenti gay è stato il giornalista   e avvocato Philip Crawford Jr. col libro "The Mafia and the Gays" pubblicato nel febbraio 2015 e di cui sta per uscire una terza edizione contenente nuove carte e clamorose rivelazioni, anche lui dichiaratamente omosessuale. “A parlare di questa tossica commistione sono le carte dell'Fbi, le rivelazioni dei protagonisti, alcuni programmi di inchiesta” annota nel suo volume .

 

La mafia siciliana aveva intuito già negli anni '50 che bar, saune, locali, ristoranti, balere erano il terreno fertile per fare soldi e distribuire e sperimentare  droghe  e ricavare centinaia di migliaia di dollari. Per condizionare questo mercato Vito Genovese, capo dell'omonima famiglia mafiosa nonché collaboratore di Lucky Luciano, e altri boss utilizzavano prestanome apparentemente rispettabili, privi di precedenti penali, che venivano retribuiti dalle cosche siciliane.

gay pride anti trump

 

Il compenso per un prestanome poteva arrivare già allora a 50 o 100 dollari a settimana. A questo si aggiungevano i pagamenti periodici richiesti ai locali, indicati dalle carte dell'Fbi come una sorta di 'Ice': alcune centinaia di dollari al mese per i piccoli esercizi, somme superiori per i locali più redditizi.

 

I soldi incassati dai clan finivano anche nella cassa per finanziare l'apertura di locali e l'acquisto di immobili. La 'zona grigia' di avvocati e commercialisti supportava le operazioni finanziarie dando vita a nuove società che consentivano ai proprietari occulti di rimanere lontani dalla gestione ufficiale.

 

klaus davi

Come detto, a capo di tutto c'era Vito Genovese. A svelare il meccanismo fu sua moglie Anna che già nel 1953 durante la causa di divorzio indicò agli inquirenti diversi locali di New York come attività controllate direttamente o indirettamente dal marito e dal suo ambiente. Tra i locali citati comparivano il 'Club 82', il 'Club Caravan', il 'Club Savannah' e il 'Moroccan Village'. Secondo le testimonianze della donna i proprietari formali spesso rappresentavano soltanto la facciata dell'attività.

 

Gli affiliati dei Genovese come Joseph di Palermo e Tony 'Bender' Strollo espletavano varie funzioni: gestione dei locali, protezione, prostituzione, droga e relazioni con funzionari e polizia corrotta. Uno dei business principali erano anche i ricatti: tra le vittime  politici, magistrati, manager e attori di Hollywood frequentavano quegli ambienti clandestinamente e le cosche usavano queste informazioni per ricattarli.

 

Negli anni '60 alla gestione dei Genovese subentrò tutta la Cupola delle famiglie di Cosa Nostra di New York, tanto era lucroso il business. La figura che collegava le varie famiglie era Matthew 'Matty the Horse' Ianniello che sovrintendeva il business e 'distribuiva' i soldi alle varie famiglie.

 

robert mormando

Il patto "mafia-froci"

Le carte dell'Fbi riportate da Crawford e da programmi televisivi di inchiesta si sono focalizzate anche sui rapporti controversi tra Gay Liberation Front e la mafia. Con l'accentuarsi delle manifestazioni di piazza e la clamorosa rivolta dei frequentatori del locale Stonewall contro la Polizia, avvenuta nel 1969, simbolo della nascita dei movimenti Lgbt, i clan decisero di cambiare strategia e di cooptare il mondo gay nella gestione mafiosa dei locali e la condivisione del denaro.

 

La paura diffusa nei padrini siciliani era che il clima potesse degenerare, attirando oltremodo l'interesse degli inquirenti compromettendo il lucroso business. E quindi decisero di porre fine alle estorsioni e di instaurare una trattativa con gli ‘arrusi'. Molti appartenenti alla Comunità gay, anche se non formalmente, divennero degli affiliati, totalmente embedded nel sistema criminale. Questa strategia era condivisa dalle famiglie Genovese ma anche Gambino e Colombo.

vito genovese

 

Tra le fila di Cosa Nostra spiccava il corpulento picciotto Vito Arena poi assassinato, associato alla banda di Roy DeMeo, di cui l’Fbi possedeva foto compromettenti con il compagno e amante Joseph 'Joey' Lee scovate dopo una perquisizione. Arena fu una figura chiave che sancì e rese operativo questo patto, ma non fu il solo.

 

Nelle carte figurano anche i nomi di Tullio "Ralph" Perrone, pure lui associato al clan Genovese, Robert Mormando, affiliato ai Gambino, David Petillo, definito testualmente come 'finocchio' nei file dei federali. Un piccolo esercito di picciotti ‘rosa’ che fungevano da cerniera tra gli esponenti del movimento gay e la cupola mafiosa a stelle e strisce.

 

La commistione era di natura economica ma non mancavano altre più carnali forme di ‘alleanza’ tra i boss gay e quelli di Cosa Nostra, alimentate anche dallo stile di vita dei mafiosi e dalle condizioni in cui vivevano la promiscuità sessuale che proliferava anche in contesti inaspettati.

 

carlo gambino

Scrive l'Fbi: "Le carceri erano il contesto ideale per la consumazione di rapporti omosessuali tra uomini considerati come 'naturali' durante la detenzione da alcuni mafiosi, una pratica normale della vita carceraria. Non si contano gli episodi di stupri". Fu Joey Gallo, ex appartenente alla famiglia Colombo, nella sua biografia scritta da Donald Goddard, a fornire  alcuni dettagli di questa vicenda.

 

Una tesi contrastata – va detto -  da altri pentiti come Michael Franzese, ex mafioso statunitense, già caporegime della famiglia Colombo di New York, che in tv ha sulla vicenda è stato categorico: “Se scoprivano che eri gay, Cosa Nostra ti faceva uccidere".

 

Uno degli episodi cche fecero piu’ scalpore  in tal senso è stato l'omicidio di Johnny Boy D’Amato, per lungo tempo braccio destro di John Gotty, capo assoluto della mafia americana, ucciso perché sorpreso a fare sesso con un uomo in un locale di scambisti. Vicenda scabrosa che ancora oggi è oggetto di attenzione dell’opinione pubblica americana per come l'omicidio è avvenuto.

stonewall

 

Le commistioni fra mondo omosessuale e ambienti della criminalità sono documentabili fino agli anni '90. "Il movimento Lgbt – dichiara Crawford – scelse la via del compromesso, della non denuncia, dell’omertà”. “La mafia siciliana è stata determinante nel creare una cultura gay, nel sostenere i movimenti di liberazione omosessuale, nel dare vita al concept di locale gay e di rete gay, di supportarli nelle loro forme associative, e se oggi un uomo gay puo’ ammirare  un cazzo grosso in un film porno, è proprio grazie alla mafia  che ha investito massicciamente nella ponografia gay e si è battuta per renderla legale questo per tutelare i propri interessi” ha detto Philippe Crawford in una intervista alla tv  Usa PBS.

john johnny boy d'amato

 

I  gay – pur tentando inizialmente di ribellarsi al sistema mafioso come accadde in varie occasioni (l'Fbi cita un volantino del 1969 'Mafia run bars' che contestava il predominio delle cosche, ma ce ne furono tante altre) – preferirono la via della trattativa e della mediazione. Per trenta lunghi anni.