IN FORZA ITALIA C’È UN CLIMA INFAME – IL TAJANEO FULVIO MARTUSCIELLO MANDA UN MESSAGGIO NELLA CHAT…
PUTIN, IL SOLITO BUFALARO – NELLA CHIAMATA A PAPA LEONE XIV, HA INCOLPATO GLI UCRAINI PER L’EMERGENZA UMANITARIA A OLESHKY, NELLA REGIONE DI KHERSON. MA LA CITTÀ È CONTROLLATA DALLE FORZE RUSSE: SONO I SOLDATI DI MOSCA A IMPEDIRE L’INGRESSO DI AIUTI E L’EVACUAZIONE DI CIVILI. RISULTATO? A OLESHKY ORMAI SI MANGIA L’ERBA PER NON MORIRE DI FAME - L’UNICA STRADA PER USCIRE È MINATA, SORVEGLIATA DAI DRONI, DISSEMINATA DI AUTOMOBILI BRUCIATE E CADAVERI. I TENTATIVI DI EVACUARE FERITI E CIVILI FINISCONO IN STRAGI. DELLE 24 MILA PERSONE CHE VIVEVANO QUI PRIMA DELL’INVASIONE NE SAREBBERO RIMASTE CIRCA DUEMILA, SOPRATTUTTO ANZIANI, PERSONE CHE NON POSSONO MUOVERSI E CHI SI PRENDE CURA DI LORO. TRA LORO 47 BAMBINI…
Estratto dell’articolo di Monica Perosino per www.lastampa.it
A Oleshky ormai si mangia l’erba. La portulaca che cresce nei giardini e ai bordi delle strade viene raccolta, bollita, messa nelle pentole insieme a quello che resta. Quando resta qualcosa. Lo chiamano il borsch di Oleshky.
La città sulla riva sinistra del Dnipro, occupata dal primo giorno dell’invasione, è intrappolata in una catastrofe umanitaria: non entrano viveri né medicinali, manca l’elettricità, l’acqua corrente è quasi inesistente e fuggire è impossibile. L’ultima consegna di cibo risale a maggio.
Da allora le forze russe che controllano la città impediscono sia l’ingresso degli aiuti sia l’evacuazione dei civili. L’unica strada per uscire è minata, sorvegliata dai droni, disseminata di automobili bruciate e cadaveri. I tentativi di evacuare feriti e civili finiscono in stragi. Delle 24 mila persone che vivevano qui prima dell’invasione ne sarebbero rimaste circa duemila, soprattutto anziani, persone che non possono muoversi e chi si prende cura di loro. Tra loro 47 bambini. Contando gli insediamenti intorno, i civili intrappolati sarebbero seimila, 182 bambini.
«Il primo settembre è stato il giorno in cui abbiamo perso l’ultima speranza. La speranza per il cibo, per poter partire, per la vita», ha scritto Alla Lykhman-Malysh, che a Oleshky gestisce con le donazioni un rifugio per animali abbandonati. Per quattro settimane, racconta, ogni mattina la gente ha aspettato i camion dei viveri. «Ogni mattina ha sperato che riuscissero a entrare. Non sono mai arrivati».
Finora si è vissuto di orti: cetrioli e pomodori, zucchine, melanzane. Ma l’estate è finita e con lei sta finendo anche l’ultima riserva di cibo. Non c’è più nulla con cui nutrire le galline, e così sono state macellate. Negli orti sono cominciati i furti: «Esci di casa, torni e le patate sono sparite».
La giornalista ucraina Natalia Mazina, che da mesi raccoglie per Hromadske le testimonianze di chi è rimasto, racconta una città in cui ormai persino comunicare è pericoloso. Dei messaggi scambiati in primavera con molte delle persone intervistate non resta traccia: sono stati cancellati per paura che i russi li leggano.
Maria Semenchenko, giornalista originaria di Oleshky e oggi a Kyiv, aveva ancora tre familiari in città. Due sono riusciti a partire a maggio. Quando sua zia è arrivata era così dimagrita da riuscire a indossare i vestiti della figlia di nove anni. Un altro familiare è ancora lì. Una delle ultime zuppe l’ha preparata con fagioli, un peperone, un pomodoro, una patata e margarina vecchia di cinque anni trovata in una cantina. I cani, racconta Alla, sono «pelle e ossa».
Alcuni gatti sono così magri «che il vento li trascina via». Chi riesce a catturare serpenti li fa bollire per dare qualcosa ai propri animali. Alcuni, racconta Semenchenko, avvelenano i cani per non vederli morire lentamente di fame. Dei gatti ne sono rimasti pochissimi: molti vengono sbranati dai randagi. Tetiana Hasanenko, capo dell’Amministrazione militare di Oleshky, ha ricevuto segnalazioni terribili: «Qualche giorno fa per la prima volta ho avuto conferma che ci sono famiglie costrette a mangiare i cani».
A Oleshky anche morire è difficile. Nel seminterrato dell’ospedale c’è quello che gli abitanti chiamano l’obitorio. Secondo le testimonianze ci sarebbero circa cento cadaveri, alcuni chiusi nei sacchi da mesi. Il fetore è tale che non si riesce a restare vicino all’ingresso. Così alcuni seppelliscono i propri morti negli orti, in fosse poco profonde. Hasanenko racconta di una donna che ha trovato quello che restava del marito ucciso, ne ha raccolto le parti, lo ha seppellito. «Ma i cani scavano».
L’ambulanza non esce più. In ospedale non ci sono medicine. Una delle poche cose che i medici riescono ancora a fare è fermare le emorragie. E i feriti sono moltissimi. […]
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