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"LONDRA NON È PIÙ L’OMBELICO DELLE NUOVE TENDENZE ARTISTICHE" - ANTONIO RIELLO: "A METÀ OTTOBRE, RISPUNTA 'FRIEZE', LA FIERA DI ARTE CONTEMPORANEA DELLA CITY, CHE SI VOLGE A REGENT’S PARK. NON CI SONO NE’ VERE E PROPRIE NOVITA’, NE’ DEI LAVORI SUPER MEMORABILI. INSTAGRAM, A MODO SUO, CONFERMA L’ASSENZA DI OPERE PARTICOLARMENTE FOTOGENICHE. INDISCREZIONI ANNUNCIANO UN DISCRETO LIVELLO DI BUSINESS, A DISPETTO DELLA SITUAZIONE ECONOMICA GENERALE..."
Antonio Riello per Dagospia
Come ogni anno, a meta’ Ottobre, rispunta Frieze, la fiera di Arte Contemporanea londinese che si volge a Regent’s Park. Incontro con l’Arte ma anche con una certa mondanita’. Come d’uso, si articola in tre sezioni.
Frieze Sculpture, curata per il quarto anno da Fatos Ustek, si svolge all’aperto, in mezzo al parco (tra magnifici alberi sui quali spesso circolano gli scoiattoli). Da segnalare:
Una installazione fatta di scarti che fa immaginare un vermone gigantesco, opera di Cathriona Roberson. Una sfiziosa e immaginifica porta di Angel Otero che suggerisce una vita nel sottosuolo. Douglas White invece propone una grande palma fatta di pezzi di pneumatico ritagliati e abilmente cuciti.
L’attenzione dei visitatori e’ comunque sempre focalizzata su Frieze London. Ci sono in ballo ben 172 gallerie, selezionate da Eva Langret. La parola d’ordine ovviamente e’ (come in tutte le fiere): Vendere, Vendere, Vendere! Le gallerie che contano (Gagosian, David Zwirner, Hauser&Wirth, White Cube, Perrotin, Sadie Coles, Victoria Miro, Pilar Corrias) quest’anno hanno optato tutte per la pittura, grandi tele con molto colore. Qualcuno ha preso la strada figurativa, altri quella astratta. Ma tela e pennello sono tornati in auge alla grandissima.
La ceramica tiene: ce n’e’ ancora molta in giro. Ma la sua ascesa sembra arrestarsi, non e’ piu’ cosi’ onnipresente. Quella che si vede comunque e’ di buona fattura. Il vetro soffiato fa la sua timida comparsa. Qualche bella fotografia. Installazioni poche. Tecnologia ancora meno. I temi politici (nazionali ed internazionali) sembrano banditi. E’ una fiera che non cerca polemiche, dibattiti o, tanto meno, contestazioni.
Non ci sono ne’ vere e proprie novita’, ne’ dei lavori super memorabili. Instagram, a modo suo, conferma l’assenza di opere particolarmente fotogeniche. Personalmente mi sono piaciuti assai i lavori di Silvie Fleury (ma non sono certo una novita’…) da Thaddeus Ropac e le ceramiche di Giuseppe Ducrot da Lorcan O’Neill.
Ma la qualita’ media delle proposte e’ comunque abbastanza buona (ci sono stati dei Frieze molto piu’ mosci). Colore e leggerezza dominano il paesaggio. Indiscrezioni annunciano un discreto livello di business, a dispetto della situazione economica generale. Meno degli anni d’oro (prima dell’entrata in vigore del Brexit) ma meglio di alcune annate recenti. L’importante fiera di Parigi (legata al sistema Basel Art Fair) che inizia la prossima settimana e’ uno stimolo non trascurabile.
Frieze Masters e’ la parte che da’ alla fiera un sapore distintivo e variegato. Archeologia, Antiquariato, Paleontologia si contendono il campo con i maestri della contemporaneita’. Le opere d’Arte vengono valorizzate/tonificate dalla presenza della Storia. Segnalerei la galleria Voena per alcune perle rare, tra cui un grande quadro ottocentesco del bolognese Antonio Muzzi. Un coraggioso contributo alla riscoperta dell’800 italiano (finora lasciato nel dimenticatoio).
E aggiungerei, a questo punto, una nota geopolitica. Frieze London 2026 dimostra senza dubbio che Londra, come succede ormai da anni, non e’ piu’ l’ombelico delle nuove tendenze artistiche (come ai bei tempi di Tony Blair). Altri luoghi (o “non-luoghi” nel senso di Marc Auge’) sono nel frattempo diventati piu’ decisivi. Mentre invece Frieze Masters conferma ancora una qualche centralita’ (almeno commerciale) per quanto riguarda gli oggetti rari, preziosi, unici (come ad esempio le teste le teste di alcuni dinosauri). Un rassicurante richiamo a quando Londra era per davvero la capitale del Mondo.
Nella zona dello Strand - nella Somerset House - si tiene da diversi anni la Fiera d’Arte Africana, nota anche come “1-54”. La versione 2026 e’ ingrandita e potenziata. E’ una ottima occasione per verificare forze creative fresche rispetto ai contesti tradizionali eurocentrici.
Si scopre sempre qualcosa. Come gli idoli e le maschere africane prodigiosamente prodotte da Ekow Nimako con tanti pezzettini di Lego di colore nero. Un pensiero pero’ sovviene affrontando questo tipo di situazioni dominate da una specifica qualifica etnica. Non sono, per la loro stessa natura, in fondo una forma di strisciante e bonario razzismo?
Perche’ allora non esistono fiere - dichiaratamente - di Arte europea o nordamericana? E, pur con le migliori intenzioni, che senso puo’ avere delimitare geograficamente la provenienza degli artisti: e’ una promozione o una forma gentile di pseudo-ghettizzazione? Una sua matura qualita’ e i prezzi relativamente contenuti comunque la hanno resa una tappa quasi obbligatoria per la Frieze week.
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