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“MI SONO ALLENATO TUTTA LA VITA PER SERVIRE LA MIA NAZIONE” - IL PRINCIPE IN ESILIO REZA PAHLAVI, FIGLIO DELL’ULTIMO SCIA’, DICHIARA A “FOX NEWS” DI ESSERE PRONTO A GUIDARE LA TRANSIZIONE IN IRAN “DALLA TIRANNIA ALLA DEMOCRAZIA” – PIAZZE IN TUMULTO A TEHERAN E SCONTRI NEL BAZAR: “QUESTA È L'ULTIMA OCCASIONE CHE ABBIAMO PER METTERE FINE A QUESTO SISTEMA CORROTTO” – NELLE MANIFESTAZIONI I MORTI SONO GIA’ QUASI 40, 1200 ARRESTATI – GLI AGENTI FANNO IRRUZIONE ANCHE NEGLI OSPEDALI E I MEDIA FILO REGIME ALIMENTANO LE VOCI SU INFILTRAZIONI STRANIERE (IL PRESIDENTE TRUMP HA MINACCIATO APERTAMENTE UN SOSTEGNO AI MANIFESTANTI, IL PREMIER ISRAELIANO NETANYAHU HA RIPETUTO L’APPELLO ALLA RIVOLTA) - VIDEO
You are witnessing a revolution live.
This is Iran.
The people reject the Islamic regime.
In the streets, they are shouting their Iranian identity for the world to hear. pic.twitter.com/kpT4EFGqer
— Hamidreza (@justchangingun) January 6, 2026
IL FIGLIO DELL'ULTIMO SCIÀ, 'PRONTO PER GUIDARE LA TRANSIZIONE IN IRAN'
(ANSA) - Il principe in esilio Reza Pahlavi ha dichiarato a Fox News di essersi fatto avanti "per guidare questa transizione da questa tirannia a una futura democrazia", affermando che il suo obiettivo è un cambiamento pacifico "attraverso un referendum nazionale e un'assemblea costituente" e di essere "più che mai pronto a intervenire in Iran" per la "battaglia finale". Lo riporta Iran International, un media d'opposizione basato a Londra.
"Su richiesta dei miei compatrioti, mi sono fatto avanti per guidare questa transizione da questa tirannia a una futura democrazia", ;;ha dichiarato Pahlavi a Sean Hannity su Fox martedì. "Il mio ruolo è aiutare i miei compatrioti a raggiungere questo obiettivo... Sono imparziale su quale sarà il risultato finale, purché si tratti di una democrazia laica". "Mi sono allenato tutta la vita per servire la mia nazione", ha detto Pahlavi. "Sono più che mai pronto a intervenire in Iran non appena la situazione lo richiederà, e sarò lì tra i miei compatrioti per guidare la battaglia finale". Reza Pahlavi è il figlio maggiore di Mohammad Reza Pahlavi, l'ultimo scià dell'Iran, e della consorte Farah Diba.
IRAN, LE PIAZZE IN TUMULTO "È LA NOSTRA ULTIMA OCCASIONE"
Gabriella Colarusso per “la Repubblica” - Estratti
Nella notte di Abdanan piove riso. Un gruppo di manifestanti si è staccato dal corteo, ha svuotato i magazzini di un negozio, dicono fosse legato ai pasdaran. Lanciano i chicci in aria: non «lo vogliamo il riso dell'elemosina», la chiamano così l'offerta misera a una popolazione infuriata per provare a tenerla buona. L'ovest dell'Iran è in subbuglio, la provincia di Ilam conta morti e feriti, è il cuore delle manifestazioni che stanno attraversando il paese da dieci giorni, non l'unico a pulsare.
A Teheran sono tornati in piazza i bazaari, i commercianti un tempo base elettorale della Repubblica islamica.
La miccia, innescata dal crollo del rial, si era accesa proprio nei vicoli del bazar, due domeniche fa. Il governo del presidente Pezeshkian ha incontrato i negozianti, ha fatto promesse e ha provato a rimediare con una misura che restituisce la gravità dell'emergenza: 7 dollari a ogni iraniano per comprarsi da mangiare con i prezzi schizzati alle stelle per l'inflazione che ha superato il 45%.
Non è bastato.
Ieri i bazaari hanno scioperato ancora, in centinaia riuniti sotto gli archi del vecchio mercato. Le forze di sicurezza sono intervenute con lacrimogeni e gas e poi sono andati a cercarli anche negli ospedali i manifestanti feriti e in fuga. «La frutta l'abbiamo già eliminata, tra un po' tocca alla verdura», ironizza Darya, 25 anni, da Teheran, e c'è poco da scherzare. «Questa è l'ultima occasione che abbiamo per mettere fine a questo sistema corrotto, i mullah se ne devono andare, non ci sono riforme possibili se non la democrazia, è tutto da rifare». La rabbia disorganizzata prova a darsi un metodo, senza leader.
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Per la prima volta, anche sui media di governo compaiono immagini delle manifestazioni: negare, coprire, non funziona più. A Isfahan, precisa Fars, le persone protestano «contro i prezzi alti e contro i rivoltosi»: è la linea indicata da Khamenei, riconoscere i problemi economici, punire severamente chi mette in discussione il Sistema.
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Le minacce di Trump e Netanyahu non aiutano, «molti non vogliono andare in piazza per non offrire pretesti a un'altra guerra contro di noi».
La radio israeliana Kan dice che Netanyahu avrebbe mandato a Teheran un messaggio attraverso i russi: non vogliamo attaccare. Ma Khamenei non si fida e ieri il consiglio di Difesa iraniano ha precisato che Teheran «non si considera limitata a reagire a posteriori». Davvero valuta uno strike preventivo? Guerra di nervi, sulla pelle degli iraniani.
IRAN, LA RIVOLTA DIVENTA GUERRIGLIA: QUASI 40 MORTI, 1.200 ARRESTATI
Andrea Nicastro per il “Corriere della sera” - Estratti
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Ci sono alcuni video verificati per data e località che mostrano agenti aggrediti a freddo. Uno in particolare ha fatto impressione. Si vede un giovane che al passaggio di una pattuglia di basiji, la milizia paramilitare usata per la repressione, fa partire una fiammata dalla bombola che tiene in mano. Un giubbotto prende fuoco, l’agente si ferma, gli altri sono disorientati.
L’aggressore scappa a piedi, ma portandosi dietro il rudimentale lanciafiamme non riesce a dileguarsi. I motociclisti lo inseguono e sembrano arrestarlo.
Sui social interni al Paese l’aggressore è stato criticato.
Questo ed altri episodi sembrano segnare un cambiamento rispetto alle proteste pacifiche precedenti. Secondo il regime è la prova che i cortei sono infiltrati da «agenti stranieri» che mirano ad «impadronirsi del Paese».
Molti commenti ricordano le dichiarazioni da Stati Uniti e Israele. Il presidente Trump ha minacciato apertamente un sostegno ai manifestanti, il premier Netanyahu ha ripetuto l’appello alla rivolta che aveva già lanciato durante i bombardamenti della «Guerra dei 12 giorni». Assist perfetti per gridare alla «macchinazione straniera».
È difficile capire chi abbia ragione. Israele ha dimostrato più volte di avere operativi nella Repubblica islamica, ma attacchi come quelli con il lanciafiamme casalingo possono essere stati inscenati anche dai servizi segreti della stessa Repubblica islamica proprio per far appello al patriottismo degli iraniani.
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Una fotografia del tutto diversa viene dalle associazioni per i diritti umani con sede all’estero. Secondo alcune di loro, le vittime della repressione sono già 37 con oltre 1.200 arresti, mentre altre fermano il conto a 27, tra cui 5 minori.
In entrambe le stime, i poliziotti uccisi sarebbero due e non «la maggioranza». Amnesty International denuncia l’incursione degli agenti in un ospedale di Ilam, a ovest del Paese, per picchiare e arrestare i manifestanti feriti. «Una violazione del diritto internazionale».
Il presidente Masoud Pezeshkian continua a differenziarsi dall’ala dura del regime.
«Credo che i responsabili siamo noi, non i giovani che protestano. Abbiamo davvero fatto tutto per impedire corruzione, clientelismo e tangenti?». Intanto però il bazar resta chiuso, l’inflazione non si ferma e neppure i cortei.
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