DAGOREPORT - ALL’EVENTO-CONCERTO ALLA “SCALA” PER LA CELEBRAZIONE DEI 150 ANNI DEL “CORRIERE DELLA…
"SONO STATA STUPRATA DALL’EDITORE DELLA REDAZIONE PER CUI LAVORAVO" - UNA GIORNALISTA RACCONTA A "IRPIMEDIA" LA VIOLENZA SESSUALE CHE HA SUBITO QUANDO AVEVA 30 ANNI: "ERA UN PADRE DI FAMIGLIA. MI HA AGGREDITA NEL SUO UFFICIO: IO HO CERCATO DI RESPINGERLO, POI MI SONO BLOCCATA PERCHÉ AVEVO PAURA DI ESSERE PICCHIATA. QUALCHE GIORNO DOPO MI SONO CONFIDATA CON UN COLLEGA CHE PERÒ HA PENSATO CHE MI FOSSI INVENTATA TUTTO E MI HA AFFIBBIATO L’APPELLATIVO DI 'PSYCHO'..." - DI QUALE EDITORE SI TRATTA? - L'INCHIESTA SULLE VIOLENZE SESSUALI IN REDAZIONE: NEL 2% DEI CASI SONO STATI EDITORI, NEL 43% DIRETTORI, MENTRE NEL 26% CAPOREDATTORI. IL PICCO DEGLI ABUSI (61%) È AVVENUTO QUANDO...
“Sono stata stuprata dall’Editore della redazione per cui lavoravo”.
Adele (pseudonimo) racconta a IrpiMedia la violenza sessuale che ha subito quando aveva trent’anni. “Non c’erano mai stati segnali che mi avessero fatto avere paura di lui. Era un padre di famiglia, mi sembrava una persona per bene. Un giorno mi ha aggredita nel suo ufficio: io prima ho cercato di respingerlo, poi mi sono bloccata perché avevo paura di essere picchiata. La violenza è durata una ventina di minuti”.
Adele, una volta in strada, ha cominciato a piangere ed è andata alla stazione dei treni, pensando di buttarsi sui binari. Inizialmente non ha raccontato nulla a nessuno. Qualche giorno dopo si è confidata con un collega della redazione che però ha pensato che lei si fosse inventata tutto e le ha affibbiato l’appellativo di “psycho”.
“Mi sono messa in malattia e poi licenziata”, racconta. Il malessere è aumentato nel corso dei mesi successivi fino a quando Adele ha tentato il suicidio. L’hanno trovata in casa i familiari, impensieriti perché non rispondeva al telefono, priva di sensi. In ospedale, ha raccontato tutto allo psichiatra. Ha saputo che altre due persone della stessa redazione sono state stuprate dall’editore; entrambe se ne sono andate senza denunciare.
Irpimedia, periodico indipendente di giornalismo d’inchiesta, torna ad affrontare il tema delle violenze in redazione. Cento interviste a giornaliste, assunte e freelance, di agenzie di stampa, testate online e cartacee, radio e televisioni italiane: in tutti i casi sono emerse discriminazioni di qualche tipo, da stupri e tentati stupri, a baci forzati e mani addosso, molestie verbali, ricatti sessuali e disuguaglianze dovute al genere.
A compiere molestie e discriminazioni nel 2% dei casi sono stati editori, nel 43% direttori, mentre nel 26% caporedattori. Il picco degli abusi (61%) è avvenuto quando le croniste avevano tra i 25 e i 34 anni, il 15% tra i 18 e i 24 anni e il 16% tra i 35 e 44 anni. A essere colpite sono, quasi in egual misura, freelance e assunte.
Le molestie subite hanno spesso effetti negativi sulla salute mentale delle giornaliste. Nelle interviste hanno raccontato anche tentativi di suicidio, oltre a un frequente ricorso a psicoterapia e psicofarmaci per arginare il malessere. Le molestie e le discriminazioni causano interruzioni di carriera, periodi di disoccupazione e perdita di reddito, costringendo chi le subisce a lasciare il lavoro per evitare maltrattamenti.
Solo il 3% delle intervistate si è rivolta a un avvocato o un’avvocata. L’82% del campione ha raccontato gli episodi di molestie e discriminazioni che ha vissuto a qualcuno: nella maggior parte dei casi, a colleghi, amici e famigliari.
Per partecipare all’inchiesta le croniste, assunte e freelance, hanno richiesto l’anonimato e l’assenza di riferimenti ai nomi degli editori, direttori, caporedattori, caposervizio e colleghi che hanno commesso gli abusi, per timore di ripercussioni. Anche il nome delle testate è stato omesso.
Irpimedia ha realizzato l’inchiesta anche grazie a un crowdfunding (con 171 sostenitrici e sostenitori), al supporto della Fnsi, dell’Ordine nazionale dei giornalisti, dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte e dell’Ordine dei giornalisti del Trentino Alto Adige. Del problema si era già occupata la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) nel 2019 con un sondaggio realizzato in collaborazione con la statistica Linda Laura Sabbadini.
Cinzia è una freelance, collabora da tempo con una redazione, e ha raccontato come fin dall’inizio del suo rapporto con la testata sia stata bersagliata di apprezzamenti via WhatsApp dal caporedattore che avrebbe dovuto farle il contratto, mai arrivato. Un tardo pomeriggio, lui l’ha baciata contro la sua volontà. Qualche settimana dopo, il caporedattore ha ordito un tranello per fare in modo che lei finisse a dormire con lui in un appartamento affittato per un evento a cui avrebbe dovuto partecipare. Cinzia è fuggita, nonostante le insistenze a restare del molestatore, senza ricevere il sostegno delle colleghe presenti sul posto. Quel caporedattore, racconta Cinzia, nel tempo ha fatto carriera e ha avuto comportamenti simili con altre croniste.
La serialità è un elemento ricorrente nelle testimonianze raccolte. Il Direttore di un media nel quale è finita Alma, dove i tirocini e gli stage erano tutti svolti da ragazze selezionate in base al loro aspetto fisico, faceva battute a sfondo sessuale, mettendo le mani sul viso e sulle gambe alle giovani.
Aurora ha pensato di togliersi la vita in seguito a una tentata violenza sessuale. Un collega col doppio dei suoi anni, mentre erano in auto insieme di ritorno da un servizio, le ha toccato le cosce e poi le è saltato addosso. Aurora racconta che dopo un breve momento di freezing (fenomeno psicologico che porta a reagire alla paura con una immobilizzazione temporanea fisica ed emotiva) l’ha spinto via con tutte le sue forze, restando con una sensazione di soffocamento per il peso addosso dell’uomo. Il giorno dopo l’ha raccontato al Direttore che però le ha risposto che non le credeva, che il giornalista in questione “era una brava persona e un padre di famiglia”. La settimana successiva Aurora ha iniziato ad avere pensieri suicidi. Per stare meglio, oltre alla psicoterapia, ha dovuto ricorrere agli antidepressivi. “Mi pento di non avere denunciato”, aggiunge.
Il ricatto sessuale è la richiesta di prestazioni o disponibilità sessuali per ottenere un lavoro, conservarlo o progredire in carriera da parte di colleghi, superiori, datori di lavoro e rappresenta una delle forme più gravi di molestie. Dora, in seguito ad anni di ricatti, ha cambiato lavoro. Un giorno, all’inizio del percorso giornalistico, dopo avere appena cominciato in una nuova testata, ha ricevuto la chiamata della sua responsabile: “Oggi devi cenare con l’amministratore delegato”. Quella, ha detto la capa, era la prassi: le conduttrici dovevano venire “testate” per vedere quante fossero sciolte e tranquille. Una cena a due in ufficio. “L’amministratore delegato vuole avere un rapporto molto intimo e diretto con le conduttrici, per cui è possibile che ti venga chiesto anche di andare un pochino più in là”, ha aggiunto. Dora ha rifiutato e ha perso immediatamente il posto.
Successivamente ha partecipato a un casting per la conduzione di un programma e le è stato chiesto di mettersi in costume. “Quello intero non bastava, volevano il bikini”, racconta Dora. “Mi hanno chiesto di girarmi di schiena e piegarmi davanti alla telecamera, mostrando il sedere. Io ho rifiutato. Mi hanno detto che sicuramente non avrei passato il casting”. Infine, un noto conduttore e giornalista televisivo, durante un colloquio, le ha chiesto di spogliarsi. Di fronte al suo diniego le ha detto che non l’avrebbe considerata per il suo programma perché con le “sue” conduttrici doveva avere “una relazione sufficientemente aperta” e “senza segreti”.
I ricatti hanno segnato l’avvio della carriera di Lea. Un caporedattore, con il pretesto della riunione per un nuovo progetto, l’ha invitata a casa sua dopo il lavoro affermando che era normale, visto che con altri colleghi succedeva di incontrarsi anche in orari extra ufficio. “Quando ho capito che nessun altro era stato invitato mi sono spaventata, soprattutto quando lui è diventato ammiccante e mi ha detto che mi sognava nuda nei corridoi della redazione, con la cravatta da scolaretta. Sono fuggita”.
Augusta è stata bersagliata per anni, tutte le mattine, da un gruppo di colleghi che facevano il turno di apertura con lei nell’emittente dove lavorava perché veniva considerata “una femminista”. “Mi prendevano in giro perché volevo usare un linguaggio corretto. Mi dicevano che non si poteva più dire nulla, che ero una fissata, che “ministra” non si poteva sentire perché ricordava ‘minestra’”. Augusta si occupava anche di violenza di genere e i colleghi le dicevano che, oltre ai femminicidi, esistevano anche i maschicidi. “Le ho provate tutte per sopravvivere, ma anche l’ironia non è servita, erano sempre loro quattro contro di me”.
Anche Erica è stata bersagliata per anni perché ha cercato di usare un linguaggio inclusivo. “Discussioni continue con caporedattori per un titolo o una foto che non sessualizzasse le intervistate. Spesso tutto inutile e controproducente. Non so se sia stato per questo o per il fatto di essere donna, non mi hanno mai dato la carica di caposervizio, nonostante io di fatto svolga questo ruolo”.
Gisella per un anno ha subito molestie da un collega e si è rivolta a due capi per ricevere aiuto. Si è sentita rispondere che, essendo una bella ragazza, era normale da parte del collega provare ad avere un approccio con lei e che è risaputo che “il luogo di lavoro è uno dei posti in cui in percentuale ci si innamora di più”.
Andreina, caporedattrice, dopo anni di vessazioni, ha vinto una causa per mobbing, ricevendo sei mesi di stipendio come risarcimento, ma è stata licenziata, mentre il suo aggressore è rimasto al suo posto. Per molto tempo la giornalista non è riuscita a rientrare nel settore e non ha mai più messo piede in una redazione. Oggi è freelance.
“Negli ultimi anni abbiamo contribuito a creare strumenti che diano alle colleghe la serenità di poter segnalare e denunciare qualunque tipo di abuso o molestie”, commenta Vittorio di Trapani, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi). E ricorda il Codice anti-molestie (promosso da Usigrai e adottato dalla Rai nel 2017) e il Vademecum contro molestie e intimidazioni in ambito giornalistico.
Carlo Bartoli, Presidente dell’Ordine dei giornalisti, dice: “Se qualcuno ha notizia, a qualunque titolo, di fatti del genere deve denunciare tutto e subito. Il Consiglio nazionale dell’Ordine è impegnato a combattere senza alcuna esitazione molestie, violenze e comportamenti simili ovunque essi avvengano e, in particolare, sui luoghi di lavoro”.
Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Qui per iscrizione e aggiornamenti. L’inchiesta è stata realizzata da Alessia Bisini, Francesca Candioli, Roberta Cavaglià, Stefania Prandi. Editing e Fact checking: Giulio Rubino. Visuals: Lorenzo Bodrero. Iprimedia ha realizzato anche l’inchiesta “Voi con queste gonnelline mi provocate”, sulle molestie nelle Scuole di giornalismo.
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