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LA "BELVA DEL TIROLO" - LA STORIA DI GUIDO ZINGERLE, SERIAL KILLER STUPRATORE CHE SEVIZIAVA LE DONNE NELLE GROTTE IN ALTO ADIGE - MALTRATTATO DALLA ZIA A CUI FU AFFIDATO FIN DA PICCOLO, SI ARRUOLA NELLA LEGIONE STRANIERA PER DARE SFOGO ALLE SUE PULSIONI VIOLENTE - A NULLA SERVONO IL MATRIMONIO E LA NASCITA DI UNA FIGLIA - IL SUO "METODO": STUPRA E UCCIDE A SASSATE GIOVANI DONNE, PER POI SEPPELLIRLE ALL’INTERNO DEI "COVI" (CAVERNE ADIBITE ALLA TORTURA) - DAL LIBRO “MANUALE DEI SERIAL KILLER ITALIANI”
Da “Manuale dei serial killer italiani”, di Matteo Curtoni, Elisabetta Montanari e Maura Parolini (ed. Mimesis)
GUIDO ZINGERLE, LA BELVA DEL TIROLO
Modo di uccidere: armi improprie
Vittime accertate: 2
Periodo di attività: 1946-1950
manuale dei serial killer italiani. di matteo curtoni, elisabetta montanari e maura parolini
Territorio d’azione: Provincia di Bolzano
Figlio di una relazione clandestina e segnato dallo stigma sociale di essere illegittimo, Guido Zingerle nasce il 3 settembre 1902 a Ciardes, in Val Venosta.
Ha solo pochi mesi quando la madre lo affida a una zia che lo sottopone a maltrattamenti fisici e psicologici. Nonostante manifesti un'intelligenza brillante e un precoce interesse per la lettura, fin da giovanissimo è costretto a lavorare come bracciante nei campi, una vita di fatica e isolamento che esaspera le sue difficoltà relazionali e la diffidenza verso gli altri.
Passano gli anni, e Zingerle diventa un adolescente irrequieto e aggressivo. Inizia a vivere come un vagabondo, commettendo piccoli furti e dormendo dove capita. Si dedica poi al contrabbando di alcol e sigarette, ritrovandosi anche a scontare alcuni mesi dietro le sbarre, un'esperienza che lo rende ancora più ostile verso tutto e tutti.
Chiamato alle armi nel Regio Esercito, diserta quasi subito e si arruola nella Legione Straniera. Lo mandano a combattere in Marocco, dove per la prima volta dà sfogo alle sue pulsioni sessuali violente aggredendo alcune ragazze del luogo.
Quando viene scoperto, per evitare il carcere, fugge di nuovo.
Nel 1934, rientra clandestinamente in Italia, in Alto Adige, e dove sembra cambiare rotta in modo drastico: si sposa, ha una figlia, cerca di guadagnarsi da vivere onestamente. La nascita della figlia, tuttavia, determina un mutamento profondo nella psiche di Zingerle: perde interesse per la moglie, con cui si rifiuta di avere rapporti sessuali. Forse le sue fantasie di sesso, violenza, sopraffazione e morte stanno ormai avendo la meglio su ogni parvenza di normalità. Ben presto abbandona la famiglia e trascorre le giornate bevendo e frequentando prostitute.
Nel 1939, con la Seconda guerra mondiale che incombe, l'uomo si tra sferisce a Innsbruck dove viene arruolato nella Wehrmacht.
Della sua esperienza al fronte non si hanno notizie, ma nel dopoguerra, quando torna in Italia e comincia a vagabondare sui monti intorno a Bolzano, il suo sadismo sessuale si rivela in tutta la sua efferatezza. Zingerle si aggira per i sentieri rocciosi e scoscesi, costellati di anfratti nascosti dalla vegetazione, portando con sé una fiaschetta di grappa da cui beve avidamente mentre fantastica di possedere, come dichiarerà lui stesso in seguito, tutte le donne che incontra.
La mattina del 23 maggio 1946, la maestra Gertrud "Trude" Kutin, vent'anni, sta percorrendo il sentiero che porta al piccolo centro di Cologna, dove insegna, quando incontra Zin-gerle. Dentro di lui si accende quella che in seguito descriverà come "una febbre", una smania sessuale incontenibile. Aggredisce la donna e la trascina in un luogo appartato, dove la lega, la violenta e la sevizia per ore. Alla fine, dopo averla colpita alla testa con un sasso, la trascina sotto una rupe e la copre di massi. La maestra morirà asfissiata, dopo un'agonia di giorni. Il suo cadavere verrà rinvenuto, ormai ridotto a scheletro, solo un anno dopo la scomparsa.
guido zingerle giornale arresto
Due mesi più tardi, la sera del 25 luglio 1946, Zingerle colpisce di nuovo. Stavolta la vittima è la quindicenne Barbara Felser, che sta attraversando da sola i boschi di Cornedo all'Isarco per tornare a casa. L'uomo l'assale e la stupra per tutta la notte mentre lei piange atterrita e chiama la madre.
All'alba, la trascina in una grotta, la lega, la copre di pietre, blocca l'ingresso con altri massi e se ne va, convinto che morirà lì dentro di fame e terrore. Ma Barbara riesce in qualche modo a liberarsi, si apre un varco e scappa.
Da questa aggressione in poi, spelonche e caverne entrano a far parte del modus operandi di Zingerle, e diventano i luoghi in cui cercherà di realizzare le sue fantasie di controllo assoluto delle vittime. L'uomo ne allestisce diverse proprio a questo scopo, secondo alcune fonti persino arredandole: è un predatore organizzato, che pianifica e costruisce (letteralmente) lo scenario in cui commettere i suoi crimini.
La denuncia di Felser non serve a molto, perché Zingerle si sposta nel Tirolo austriaco, dove continua la sua carriera di sadico, sequestrando, nel 1947, due donne a distanza di pochi giorni, che lega, sevizia e infine stupra dentro una delle sue tane. Le due sopravvivono e mettono la polizia sulle sue tracce. Zingerle viene arrestato e condannato a un anno di prigione per violenza sessuale.
Ma il primo luglio 1950, la "Belva" torna a colpire, nei dintorni di Innsbruck stavolta. La vittima è Helen Munro, turista inglese di quarantadue anni, che sta facendo una passeggiata nel bosco. Zingerle l'aggredisce, la trascina in una delle sue grotte speciali, e lì la violenta, la sotto. pone a ore di sevizie, beandosi del suo terrore e della sua agonia.
Alla fine la uccide colpendola alla testa con una sbarra di ferro e la seppellisce sotto un cumulo di pietre, portandosi via la borsetta con i soldi e i documenti.
Non vedendola rientrare dall'escursione, la madre di Helen lancia l'allarme e la polizia, dopo aver trovato i resti della donna, si mette alla ricerca dell'assassino.
Nel frattempo Zingerle ha modo di tentare un'ultima aggressione, ai danni stavolta di un ragazzo e di una ragazza che si erano appartati in un luogo riparato lungo un fiume. Cerca di ucciderli con un corpo contundente, ma i due sopravvivono. Poi fa ritorno in Tirolo, dove viene individuato e arrestato.
Attraverso gli interrogatori, le confessioni, le perizie psichiatriche e le indagini degli inquirenti italiani e austriaci si delinea sempre più chiaramente il ritratto di un assassino seriale sadico e lucido, teso solo all'appagamento dei suoi impulsi. Gli anfratti che Zingerle ha allestito come luoghi di tortura sui monti che conosce fin da bambino, gli stupri e gli omicidi ritualizzati, il tentativo di occultare i corpi: tutto dimostra che era perfettamente lucido in quello che faceva.
Al giudice istruttore che gli chiede perché si sia macchiato di crimini tanto atroci, risponde: "Non lo so. lo mi trasformo da uomo in bestia senza saper-lo. Quando bevo molto alcol, e ciò mi succede spesso, divento un altro uomo, in preda a orribili istinti e allora, se potessi, distruggerei il mondo". Infine grida: "Ammazzatemi, ammazzatemi, forse èmeglio". L'uomo viene anche indagato per gli omicidi di due donne di Innsbruck - una ritrovata strangolata e coperta di pietre - ma non vengono prodotte prove che lo colleghino a queste morti.
Nel 1951, Zingerle viene condannato in Italia all'ergastolo e ottant'anni di carcere per l'omicidio aggravato da sevizie e crudeltà di Gertrud Kutin, lo stupro e il tentato omicidio di Barbara Felser. Nel 1953, una corte austriaca lo condanna all'ergastolo e al carcere duro per l'omicidio di Helen Munro e altre aggressioni.
La "Belva del Tirolo" resta in Italia a scontare la pena, e muore in carcere nel 1962 per un tumore al fegato, lasciandosi dietro vite spezzate e traumatizzate, e dichiarazioni che dimostrano, forse più di ogni altra cosa, ciò che era.
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