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Emanuela Audisio per “la Repubblica”
Fotografie Pavel Volkov
Stonate, aggressive, in guerra con il mondo. Le facce del male. Di chi si diverte a sopraffare, picchiare, malmenare. Senza avere bisogno di un perché. Le facce di chi non ha pace. E si riconosce solo nell’odio, nei tagli, in quei macabri segni sul corpo. Facce da gang, da ultrà del Far Est, da gente che nella violenza cerca una patria, e nelle partite un partito che sventoli bandiere insanguinate. Svastiche, braccia tese. Lumi di rabbia.
Gente che prima non usciva dalla Russia, non si poteva, e ora va in trasferta con razzi e coltelli, come se dovesse ricacciare indietro Napoleone. West Side Story, mezzo secolo dopo, ma dall’altra parte. Con il calcio al posto della musica, con le mazze di ferro al posto dei balletti, con le docce gelate al posto delle sensualità.
La legge di chi comanda, del più forte, la gerarchia del capobanda. Occhi bitorzoluti, gonfi come pompelmi, per colpi presi, ma esibiti fieramente, come medaglie e promozioni sul campo. Facce tonte, di chi non sente il mondo. E si esercita nel dare pugni, calci, nel lottare in maniera paramilitare, nel dare l’assalto, nel tirare fuori armi, nell’urlare il troppo. Malcontento, delusioni, frustrazioni. Tutto è ostile, tutto è una minaccia, tutto è notte anche di giorno. Bisogna essere draghi, sputare fuoco.
A Mosca, a San Pietroburgo, altrove. Ogni posto è una trincea dove liberare il mostro. Facce giovani, ma da Games of Thrones. Medievali nelle loro espressioni: usare le città, le piazze e gli altri per assediare, abbattere, conquistare fortezze. A Marsiglia, durante gli europei, 250 russi a caccia degli inglesi. Piccoli Limonov crescono.
Delinquenti a casa e in trasferta a seguito del pallone, magari ex poliziotti, ex militari, ex palestrati, falliti, lupi solitari, forza bruta in cerca di nuove paure. Che trova misura e senso assurdo di sé nel machismo, nel rito collettivo dello scontro, noi a petto nudo contro quelli vestiti, noi senza guantoni contro quelli che ce li hanno. Il corpo quando per sentire deve urlare dolore, alzare il volume e stordirsi.
Facce che la fotografa Diana Arbus avrebbe ritratto sorridenti e allegre nella loro quotidiana pericolosa anormalità. Le guerre di chi gioca a fare la guerra e vive di brutalità, di chi ha bisogno di scalpi, di chi ottusamente non percepisce bellezza.
Facce già viste: morte, ferite, in galera, in tribunale, in fuga, negli ospedali, nelle case di cura, nei quartieri vicini e lontani, accanto ad una madre che piange, vicine a compagni che minacciano vendetta. Di chi pensa che lo sport sia questo: picchiare insieme, togliere all’altro, fare agguati, vantare la propria nulla superiorità. Un vetusto senso dell’onore (e disonore), della disciplina militare, di una cavalleria feroce.
Facce che sembrano uguali, a volte cupe e opache, spesso disperate, piene di cose che non saranno, quasi sempre inarrestabili nel loro degradarsi. Verrebbe da dire: cambiate faccia, nell’espressione metteteci qualcosa, e nella testa anche. Non c’è splendore in voi. Copritevi le svastiche, che non sono affreschi, ma insegne sbiadite di un tempo sbagliato. Abbassate le mani, alzate gli occhi, imparate a guardare, e non per sbaglio.
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