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    STENDIAMO UN VELO IMPIETOSO – CONDANNATA A CINQUE ANNI DI CARCERE PER ATTI OSCENI E CONSUMO DI DROGA LA BELLISSIMA MODELLA YEMENITA INTISAR AL-HAMMADI: ERA FINITA DIETRO LE SBARRE A FEBBRAIO, HA SUBÌTO TORTURE FISICHE E PSICOLOGICHE E ORA I GIUDICI, DIETRO A PESANTI PRESSIONI POLITICHE DEGLI HOUTHI, L’HANNO RINCHIUSA NELLA SEZIONE PROSTITUTE DELLA PRIGIONE DI SANAA – MA L’UNICA COLPA DELLA RAGAZZA È AVER POSATO SENZA VELO SU INSTAGRAM E AVERE L’AMBIZIONE DI…


     
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    Francesca Paci per "la Stampa"

     

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    L'avevamo lasciata nel tribunale di Sanaa dove alla fine di giugno ascoltava, irriconoscibile per lo sciopero della fame, l'accusa di prostituzione e abuso di droga pronunciata contro di lei dalla giustizia dei ribelli filo-iraniani houthi, a cui era stata consegnata alcuni mesi prima. Poi più nulla. Ieri la bellissima modella yemenita Intisar al-Hammadi è ricomparsa sui radar mediatici da cui, purtroppo, sparirà di nuovo in un baleno: cinque anni di carcere per atti osceni e consumo di droga, una sentenza pesantissima che, annunciando il ricorso, l'avvocato Khaled al Kamal definisce «politica e senza fondamento». La giovane donna, nota in patria per la partecipazione a una serie tv, è stata arrestata nella capitale il 20 febbraio scorso insieme a una collega mentre si recava per lavoro sul set fotografico.

     

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    A maggio, secondo Human Rights Watch, era già stata costretta dalle torture fisiche e psicologiche a «confessare» la «colpa» che - costruita sulla presunta offesa alla morale pubblica e sul ritrovamento di un po' di hashish, nella società a più alto consumo di qat - altra radice non ha se non le foto senza velo su Instagram, le patinate copertine occidentali, l'ambizione a vivere laddove le donne non ne hanno il diritto ma neppure gli uomini, i bambini, nessuno.

     

    Lo Yemen, il più povero tra i paesi della Mezzaluna islamica, è da sei anni in una condizione di guerra permanente. Le vittime sono quasi 250 mila, gli sfollati 2,5 milioni, ogni giorno 4 bambini vengono uccisi o mutilati. Negli ultimi due mesi, in barba alla nomina del nuovo inviato Onu, lo svedese Hans Grundberg, lo scambio di missili tra gli houthi e i governativi della coalizione che fa capo all'Arabia Saudita è, se possibile, aumentato. Secondo l'Unicef, la terra leggendaria vagheggiata da Pasolini e dalla Callas, affronta la crisi umanitaria peggiore che si ricordi (almeno fino all'avvento dell'Afghanistan), su cui fanno perno un conflitto senza fine, la devastazione economica, l'azzeramento delle infrastrutture e l'oblio internazionale.

     

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    Poi ci sono le donne. Quelle che le bombe, il tribalismo, la violenza della miseria, oscurano ogni giorno di più, come nelle conturbanti immagini dell'artista Boushra Almutawakel, mamma, figlia e bambola, un velo dopo l'altro fino al nero assoluto. Intisar al-Hammadi, babbo yemenita e mamma etiope, è suo malgrado un simbolo. Lei, che probabilmente non cercava la politica, diventa l'icona delle speranze accese anche a Sanaa dalla primavera araba del 2011 e, dopo il fugace riconoscimento del Nobel per la pace alla connazionale e attivista Tawakkul Karman, smorzate nel sangue.

     

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    Non è l'unica, anzi. Ma il volto parla per tutti. «Siamo di fronte a una condanna esemplare che vuole mostrare la forza di chi la pronuncia, una condanna sconcia, intrisa di razzismo per via delle origini etiopi di Intisar che si trova oggi nella sezione prostitute del carcere della capitale per via delle sue foto senza velo» denuncia Riccardo Noury di Amnesty International e rilancia la campagna per la liberazione della donna. Il giudici hanno deciso sotto la pressione politica, insiste l'avvocato di Intisar al-Hammadi, a lungo interdetto dal parlare. Ma per capire davvero la partita di cui lei è l'ennesimo «danno collaterale» c'è da localizzare Sanaa, la capitale controllata dagli houthi così come parte del nord, le zone dei pozzi petroliferi e delle centrali elettriche. I governativi sono invece al sud, verso Aden, il cui porto è da anni in mano ai cinesi, operai, ingegneri e zero domande.

     

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    Le risposte sono ovunque, nella Waste Land. «Il problema è che finora è passata la narrazione per cui gli houthi erano i buoni incalzati da una coalizione feroce» racconta un medico italiano da anni in prima linea nella capitale. Invece no: «Commettono le stesse atrocità e nella stessa logica tribale degli altri, non ci sono i buoni in questa guerra contro lo Yemen, se gli houthi avessero voluto mostrarsi meno feroci degli altri avrebbero avuto nel caso di questa modella l'ennesima possibilità di dimostrarlo». L'avevamo lasciata in tribunale, Intisar. Ora è buio, tutto intorno. -

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