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    “GLI AUTOGOL? NESSUNO LI HA FATTI BELLI COME I MIEI. NEMMENO BARESI E FERRI CHE NE HANNO REALIZZATI QUASI IL DOPPIO" - VITA, OPERE E AUTORETI DI COMUNARDO NICCOLAI: IL NOME DA RIBELLE, I COMPAGNI DEL CAGLIARI CHE LO CHIAMAVANO “AGONIA” (“SEMBRAVO SEMPRE SUL PUNTO DI TIRARE LE CUOIA”), LO SCUDETTO CON RIVA, LA NAZIONALE, SCOPIGNO CHE DISSE "MAI MI SAREI ASPETTATO DI VEDERE NICCOLAI IN MONDOVISIONE" (“NON DISSE MAI QUELLA FRASE”): “SECONDO LUI LA COLPA DELLE MIE SFORTUNATE DEVIAZIONI DI TESTA ERA DELLA PARTICOLARE PIEGA DEI MIEI SETTE, LUNGHISSIMI CAPELLI...” – VIDEO


     
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    Estratto dell'articolo di Massimo M. Veronese per corrierefiorentino.it

     

    comunardo niccolai comunardo niccolai

    Era un muro insuperabile su cui si schiantava gente come Boninsegna, Chinaglia, Anastasi. Era il migliore stopper d’Italia, meglio di Rosato, di Guarneri, di Morini. Ma, complice il nome da rivoluzionario, Comunardo Niccolai da Uzzano, Pistoia, era anche un eretico del gol, un cannoniere all’incontrario, il Pelè del fuoco amico. I suoi non erano autogol ma capolavori rovesciati, un altro modo di vedere la vita. Ha segnato la storia del calcio e del Cagliari, è diventato un modo di dire. Controcorrente.

     

    Comunardo è veramente un omaggio alla Comune di Parigi? 

    «Il babbo aveva idee di sinistra e Comunardo gli garbava anche perché era un nome proibito durante il fascismo, un nome da ribelle. Io sono del quarantasei, sicché...». 

    Mamma Rina però non era d’accordo. 

    «Non le piaceva per niente, non mi chiamò mai così. Mi ha sempre chiamato Silvano». 

    E chi la chiamava «Agonia»? 

    «I miei compagni del Cagliari. Ero magro magro, avevo il viso scavato, i capelli appiccicati alla testa. Sembravo sempre sul punto di tirare le cuoia». 

    Anche papà Lorenzo era calciatore. 

    manlio scopigno e gigi riva manlio scopigno e gigi riva

    «Era portiere nel Livorno, lo chiamavano Braciola perché si sbucciava tutto ogni volta che si tuffava. Lavorava come vetraio, faceva fiaschi e damigiane, tutte a colpi di fiato, soffiandoci dentro. Era un artista come quelli di Murano. Ha avuto tre mogli: per due volte, povero babbo, è rimasto vedovo» 

     

    (...)

     

    Lo scudetto del Cagliari del 1970 fu una favola. Gianni Brera scrisse: «Con questa vittoria la Sardegna entra in Italia». 

    «La Sardegna è sempre stata Italia. Eravamo una squadra di amici e una diga in difesa. E là davanti c’era Gigi Riva». 

     

    Che tipo era Gigi Riva calciatore? 

    manlio scopigno e gigi riva 3 manlio scopigno e gigi riva 3

    «Attaccante irripetibile, capo carismatico e ragazzo alla mano, con cui feci anche il militare alla Cecchignola di Roma. Mai comportamenti da divo. Se non gli avessero spezzato due volte la caviglia avremmo vinto molto di più». 

    Il Cagliari rivincerà più lo scudetto? 

    «Intanto torniamo in serie A. Ma il Napoli insegna che tutto è ancora possibile anche se non ti chiami Milan, Inter o Juve». 

    Lei è lo stopper dell’Italia ai Mondiali ’70. E Scopigno dice: mai mi sarei aspettato di vedere Niccolai in mondovisione. 

    «Basta con questa storia. In realtà non disse mai quella frase». 

    E cosa disse? 

     

    «Mi vide in tv e disse solo: ma si può? Era la felicità di vedere uno dei suoi ragazzi giocare con i migliori del mondo». 

    Chi era Manlio Scopigno? 

    «Un uomo di intelligenza superiore e di grande ironia. Non parlava mai, ma quando apriva bocca nessuno osava fiatare, compresi Riva e Albertosi. Più grande di come viene ricordato». 

    comunardo niccolai comunardo niccolai

    È vero che un giorno le presentò suo fratello gemello? 

    «Gemello no, ma ci somigliavamo molto anche se il papà era lo stesso e la mamma diversa. Eravamo in tournée in Germania, dove mio fratello era andato a vivere a 18 anni: faceva l’uomo proiettile al circo di Colonia. Tutte le sere lo sparavano per aria fuori dal tendone. Scopigno ne rimase molto impressionato...». 

     

    (...)

    Fu un Mondiale epico però... 

    «Sì, ma pieno di bischerate. Mandare a casa Lodetti fu una vergogna, così come i sei minuti di Rivera in finale. Lui e Mazzola dovevano giocare insieme, altro che staffetta». 

    Però perdemmo solo in finale. 

    «Forse quello è stato il Brasile più forte di sempre e Pelè era impressionate. Ma tra noi e loro non c’erano quattro gol di differenza. Senza la stanchezza della semifinale con la Germania e senza staffette ce la potevamo giocare». 

    Come visse lei Italia-Germania 4-3? 

    «In tribuna accanto a una riserva tedesca. Una volta si alzava lui, una volta mi alzavo io. Alla fine lui è rimasto seduto...». 

    riva scopigno cagliari 70 riva scopigno cagliari 70

    Lei però è anche il re dell’autogol. Juventus-Cagliari, 15 marzo 1970, prima contro seconda, partita dell’anno: 2-2. 

    «C’è un cross dalla destra di Furino, Albertosi ha ormai la palla tra le braccia, ma arrivo io di testa in volo e zac... la metto all’incrocio: 1-0 per la Juve. Fantastico». 

    E Albertosi che cosa le disse? 

    «Di certo non mi disse grazie... Ma sa cosa diceva Scopigno?». 

     

    Che lei era «un artista dell’autogol»... 

    «E che la colpa delle mie sfortunate deviazioni di testa era della particolare piega dei miei sette, lunghissimi capelli...». 

    Fossero solo i capelli... 19 marzo 1972, Bologna-Cagliari 2-1. 

    COMUNARDO NICCOLAI 45 COMUNARDO NICCOLAI 45

    «...cross di Fedele, Albertosi mi grida: lascia! Ma io stoppo la palla, scarto il portiere e la metto nel sacco. Tocco magistrale». 

    Non si può dire certo che lei fosse uno stopper scarpone. Aveva piedi buonissimi... 

    «Ho cominciato la mia carriera da centravanti, poi sono stato mezzala. E ho anche segnato gol bellissimi agli avversari, sa? Una bomba da 40 metri contro il Varese, poi infilai il Bologna bevendomi in dribbling due difensori. Ho realizzato solo gol bellissimi, nella mia e nell’altrui porta».

     

    Ma l’ha sempre presa con questa ironia? 

    «Macché, ci scherzo adesso. A Bologna rimasi un’ora fuori dallo spogliatoio a piangere disperato. Dopo ogni autogol non uscivo di casa per giorni. I tifosi avversari quando la loro squadra perdeva mi gridavano: Niccolai, pensaci tu...». 

    E non solo i tifosi avversari... 

    «Una volta un compagno mi fa: come va, Comunardo? Si tira avanti, gli rispondo. E il dottor Franzi, il medico della squadra: a me pare invece che tu tiri indietro...». 

    Adesso le piace riderne però... 

    «Ho nobilitato l’autorete rendendola una capolavoro artistico. E le autoreti mi hanno dato in cambio una popolarità che non avrei avuto». 

    manlio scopigno e gigi riva 2 manlio scopigno e gigi riva 2

     

    Ma lo sa che lei è solo quattordicesimo nella classifica degli autogol? 

    «Si, ma nessuno li ha fatti belli come i miei nemmeno Baresi e Ferri che hanno quasi il doppio dei miei autogol». 

    C’è un autogol di altri che avrebbe voluto segnare? 

    «Quello di Materazzi con l’Empoli nel 2006: pallonetto da quasi centrocampo a Julio Cesar. Incredibile, degno dei miei». 

    E c’è un autogol che le manca? 

    «Contro il Catanzaro, dal limite tiro una fucilata contro la mia porta. Ma sulla linea il mio compagno Brugnera la devia di pugno e invece dell’autorete ci danno un rigore contro. Una vera ingiustizia. Era un autogol meraviglioso...». 

     

    Anche in America si ricordano di lei. 

    «Noi del Cagliari giocammo un torneo negli Usa con il nome di Chicago Mustangs. Contro il New York, in realtà gli uruguaiani del Cerro, e a tre minuti dalla fine un certo José Rotulo mi falcia da dietro mandandomi in ospedale» 

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    Sono cose che capitano... 

    «Si, ma sugli spalti si scatenò il finimondo. Duecento tifosi italo-americani invasero il campo per vendicarmi. Goldstein, l’arbitro, si salvò per un pelo, Rotulo pure. Non tornammo più». 

    Ha allenato la Nazionale femminile... 

    «Con Carolina Morace centravanti. Il calcio ora è uno sport per signorine, ma chiedere il professionismo mi pare troppo». 

    E la Nazionale under 16. 

    «Vincemmo un Europeo a Parigi. C’erano Pessotto, Cappellini, Melli. Ma fummo costretti a restituire il titolo». 

    E perché mai? 

    «Uno dei ragazzi falsificò i dati per giocare a nostra insaputa. Fu la giusta punizione ma i ragazzi non meritavano questa porcheria. Per me fu un trauma peggio di cento autoreti». 

    RICCARDO FERRI RICCARDO FERRI

    Il giorno più bello della sua vita? 

    «Il 9 luglio del 1970». 

    Diciotto giorni dopo Italia-Brasile. E che partita c’era? 

    «La partita della vita, è il giorno in cui ho sposato Naida. Lei e i miei figli sono i gol più belli che io abbia mai fatto».

     

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