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    “IL COLOSSEO? UNA ROTONDA COL TRAFFICO! SAN PIETRO? UN PARCHEGGIO SPRECATO!” – EMILIANO LUCCISANO E I VIDEO VIRALI SUI SOCIAL: “I MIEI SKETCH SU ROMA SONO NATI GIRANDO IN PANDA. PRIMA DI ESSERE UN COMICO, SONO UN COATTO DI CENTOCELLE. CIÒ CHE RACCONTO NON È SATIRA MA NEOREALISMO” (AMMAZZA, CHE MODESTIA) – “SCRIVERE PER GLI ALTRI? A ME RODEVA TANTISSIMO. L’AMBIZIONE È UNA BESTIA DIFFICILISSIMA DA TENERE A BADA – “IO IL NUOVO BRIGNANO? IL PARAGONE CI STA” (MAGNA TRANQUILLO) –VIDEO


     
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    Tommaso Labate per il Corriere della Sera - Estratti

     

    EMILIANO LUCCISANO EMILIANO LUCCISANO

    «Senti, Barbie Idroscalo, il romano si vanta dei monumenti della sua città solo se va in vacanza all'estero, tipo in Svezia». Perché quando è a Roma, il romano, conserva un suo rapporto con l'antichità storicamente di segno opposto.

     

    «Il Colosseo? Una rotonda col traffico! La Basilica di San Pietro? Un parcheggio sprecato! Fontana di Trevi? Sulla Fontana di Trevi il romano coltiva solo un sogno: attaccare una calamita a un filo pe' fresasse 'e monetine! ».

     

    Per spiegare la romanità a una milanese, in questo caso a «Barbie idroscalo», servono saggisti troppo severi o attori troppo comici. Emiliano Luccisano, classe 1987, appartiene alla seconda categoria anche se un pochino, con la serie sui social dedicata alla «Piccola Lombarda», sfiora anche la prima.

     

    La popolarità la misura in milioni di visualizzazioni anche se ha una storia che inizia molto prima di TikTok o di Instagram. È una storia di accademia, di laboratori, di giornate intere passate a scrivere prima per gli altri e poi per se stesso, costretta («E alla fine è stata una fortuna») sui social network dall'inizio della pandemia, quando si è ritrovato solo a girare video sui sedili della sua Panda assegnando a se stessi i tre personaggi della tripartizione verdoniana, «il normale, il coatto e il fessacchiotto, che poi sarebbero la trasposizione del buono, del brutto e del cattivo dei western».

     

    EMILIANO LUCCISANO EMILIANO LUCCISANO

    Quando gli dicono che è il nuovo Enrico Brignano, o il prossimo Enrico Brignano, fa l'esatto contrario di quello che farebbero molti altri: e cioè conferma, o quantomeno non smentisce.

    «Stesse scuole, stessi maestri, abitiamo anche a dieci metri di distanza, quindi respiriamo la stessa aria. Il paragone ci sta».

     

    Dicevamo dell'indolenza del romano che descrive in molti suoi sketch. Neorealismo o satira?

    «Più neorealismo. Se potesse, col centro di Roma, il romano farebbe come la Terra col Sole. Je girerebbe attorno».

     

    Insomma, è il Tevere di Verdone in Gallo Cedrone. 'Sto fiume ce serve o non ce serve?

    Perché se nun ce servire...

    «Proprio così. Vale per il Tevere quello che vale per il Colosseo, Fontana di Trevi, San Pietro»

     

    Lei da dove arriva?

    «Dal quartiere Centocelle».

    (…)

     

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    (...)

    L'amore per il teatro?

    «La folgorazione vera e propria arriva alle medie. Erano gli anni di Zelig in tv».

     

    Il suo mondo fuori dalla tv?

    «Liceo scientifico di giorno. Poi, il pomeriggio, il lavoro da magazziniere in un supermercato di famiglia. Ci sarei rimasto fino ai venticinque anni, anche durante il periodo all'accademia che era stata di Gigi Proietti e poi rilanciata dai suoi allievi, a cominciare da Paola Tiziana Cruciani».

     

    Esordi?

    «La prima tournée a diciassette anni ma siamo un gruppo di kamikaze, praticamente non sappiamo nulla se non improvvisare. Qualcosina esce fuori: qualche spettacolo con Remo Girone, una mostra di quadri di Dario Fo...».

     

    Smentisca la leggenda secondo cui un comico agli inizi fa fatica a mettere insieme un pranzo e una cena.

    «Ho fatto teatro off per sette anni. Quello che mi rimaneva in tasca, escluse le spese, erano tipo 200 euro in due mesi. Avendo già una famiglia sulle spalle (sposato a vent'anni, moglie ballerina conosciuta in accademia, una figlia femmina, ndr) continuavo a fare il magazziniere al supermercato. Poi, per fortuna, arriva la tv».

     

    Autore?

    «Il mio lavoro è scrivere. A ventisei anni inizio a farlo per Dado, per Salvatore Marino, per quei comici romani che in quel periodo iniziano a fare il giro delle trasmissioni televisive, anche politiche. Dai programmi di Michele Santoro a La Gabbia di Gianluigi Paragone, passando per i Fatti vostri di Michele Guardì e Made in Sud. Lì cominciando a guadagnare, un salto per me incredibile, infatti lascio il posto da magazziniere».

    EMILIANO LUCCISANO 1 EMILIANO LUCCISANO 1

     

    Quanto pesa a un comico stare dietro le quinte e scrivere per gli altri?

    «Agli altri non così, a me rodeva tantissimo. L'ambizione è una bestia difficilissima da tenere a bada».

     

     

    (…)

     

    Vieni il primo Verdone.

    «Esatto, credo che siano le tre persone che si vedono in giro per Roma: il tontolone buono, il coatto trucido e la persona normale. Subito sono milioni di visualizzazioni, già dal primo video. E partendo da una base di poche migliaia di follower».

     

    È vero che i comici vivono di giornate no?

    «Non giornate, di vite no. Otto ore a scrivere e non sai se quella cosa funzionerà davvero. Se va bene, finisce benissimo. Se va male, malissimo».

     

    Un rischio enorme.

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    «La vita a teatro è una lunga rincorsa a fuggire da quella spirale di stenti e miseria che ti risucchia per definizione. Giri su te stesso e non sai se alla fine è un sì o un no. A volte è l'uno, a volte l'altro».

    E quando è no?

    «Conosco colleghi che fanno a teatro 340 repliche l'anno e che portano a casa duemila euro ogni tre mesi. Se hai l'affitto, difficile reggere».

    Io sociale?

    «Su Facebook c'è stato un tempo in cui settecentomila visualizzazioni valevano 700 euro, ora non è più così». Quanti odiatori la seguono sotto i video dei suoi sketch? «Quello che ti scrive “sei un cogl...” lo trovi sempre. Io certe volte rispondo, li prendo a parolacce. Non sono ancora entrato nella fase Vip. E prima di essere un comico, sono sempre un coatto de Centocelle».

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