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    VIDEO! “MILANO NON È MILAN, ITALIA È MILAN!”, IBRAHIMOVIC MEJO DI BRAVEHEART ARRINGA IL POPOLO ROSSONERO - IL "FATTORE IBRA" NELLO SCUDETTO ROSSONERO: NONOSTANTE ABBIA GIOCATO POCHISSIMO, IL SUO APPORTO FUORI DAL CAMPO È STATO INDISPENSABILE E CON LA SUA PERSONALITÀ HA AIUTATO A FAR CRESCERE SIA I GIOCATORI PIÙ GIOVANI CHE L'ALLENATORE - IL DISCORSO PRIMA DEL SASSUOLO ("MI SENTIVO BRAVEHEART") E LA DEDICA A RAIOLA ("CHE COSA AVREBBE DETTO? GIOCA ALTRI 10 ANNI CHE RUBIAMO ANCORA PIÙ SOLDI") MA IL SUO FUTURO È UN REBUS… - VIDEO


     
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    Giulia Zonca per “la Stampa”

    ZLATAN IBRAHIMOVIC FESTEGGIA LO SCUDETTO DEL MILAN ZLATAN IBRAHIMOVIC FESTEGGIA LO SCUDETTO DEL MILAN

     

    L'uomo che non lascia mai un posto senza prima averci vinto qualche cosa ha compiuto la sua missione e quindi se ne può andare. Se vuole. Prima però si accende un sigaro, stappa lo champagne e con tutta l'attrezzatura del comandante dice: «Questo scudetto mi dà più soddisfazione di tutte le altre vittorie. Al primo giorno ho promesso di riportare il Milan al top e la gente rideva».

     

    Non serve neanche il nome, lui è Zlatan Ibrahimovic: si è ripresentato al Milan alla fine del 2019 e ha dichiarato di saperlo cambiare, ha pure tenuto a precisare che stavolta avrebbe lasciato un'eredità: «e c'era chi annunciava il fallimento e sosteneva che chi rimette la stessa maglia poi fa sempre peggio». Ha trovato i rossoneri 14esimi in campionato e in tre stagioni li ha spinti su dove li aveva lasciati 11 anni prima.

     

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    Ora festeggia da quarantenne, da riserva, dopo essere stato sveglia, guida, esempio, motivatore, jolly sulla via del suo 32° titolo: «Ho sofferto troppo questo anno e voglio godermi la soddisfazione. Non potevo essere in campo e ho fatto tutto per aiutare la squadra che ogni giorno aspettava la mia presenza».

     

    Quando si è rimesso la maglia rossonera, ha ripreso a segnare a ripetizione, come non gli succedeva da parecchio. Ha spostato il Milan di peso e sentirsi fondamentale lo ha ringiovanito. Ha capito che per dare un senso a questa ultima parte di carriera si doveva occupare di crescere chi gli stava intorno e lui non è il tipo che insegna, piuttosto quello che si fa seguire. Un totem, ruolo che ha sempre saputo portare con disinvoltura.

     

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    Ibra è puro culto dell'autostima («nel discorso pre Sassuolo mi sentivo Braveheart»), è profondamente convinto che gli altri debbano venerarlo e, di sicuro, c'era anche il mai soddisfatto desiderio di alimentare il suo mito alla base dell'ultimo cambio di orizzonte, ma pure la volontà di essere leader. Un trascinatore: «Qui mancava il pilota, sono arrivato io e abbiamo preso la direzione giusta. Prima terzi, poi secondi e primi. Pioli mi ha dato responsabilità e spazio, solo negli ultimi tre mesi era stressato, c'è da capirlo è il suo primo trionfo. Io all'ennesimo scudetto un po' di esperienza ce l'ho».

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    Ha preteso coraggio e sfrontatezza, si è posto come punto di riferimento, però non si è accontentato di essere adorato, ha chiesto ai più giovani di osare, di sfidarlo, di prendersi le attenzioni che lui monopolizzava. Ora è piuttosto semplice riconoscere questo lavoro e raccontarci che è il motivo per cui lui ha scelto il Milan, però non era così scontato e probabilmente nemmeno del tutto pianificato.

     

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    Lo riconoscono come esempio, un sentire collettivo che smuove un orgoglio inedito. Ancora ego-riferito, ma soddisfatto anche della luce riflessa. Diffusa. Prima ha sgrezzato Leao, poi strutturato Tonali. Nel mentre ha rimesso il Milan in linea con la Champions, si è infortunato, ripreso, acciaccato, ha smesso di essere titolare ed è rimasto centrale: «Non lo so se è la mia ultima partita, per continuare devo prima stare a bene. Ma dopo tutto questo patimento, il dolore fisico voglio gioire e dedicare la giornata a Raiola che mi ha indirizzato qui. Che cosa avrebbe detto il mio procuratore? Gioca altri 10 anni che rubiamo ancora più soldi». -

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