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    OH MIA BELA COCAINA, TI TE DOMINET MILAN - IL REPORTAGE DEL “CORRIERE” SULLO SPACCIO A MILANO - ORMAI NON SI PUÒ PIÙ PARLARE DI “PIAZZE” DI SPACCIO VISTO CHE LA DROGA GIRA IN TUTTA LA CITTÀ - COMPRA? TUTTI! DAI VIPPONI AGLI IMPIEGATI FINO AGLI STUDENTI - MOLTI PUSHER SPACCIANO SOLO PER ARROTONDARE O PER PAGARE L'AFFITTO - IL BUSINESS DELLE "PALLINE" DI COCA


     
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    Gianni Santucci per il “Corriere della Sera”

     

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    Osservate la scena. Come? Non notate niente? Comprensibile. No, non concentratevi sui due ragazzotti che fumano, tralasciate il rider con la sacca di Glovo, e lasciate perdere quei due uomini con la cravatta slacciata. Lasciatela scorrere, questa vita cittadina che non potrebbe essere più normale, alle 19 di un lunedì, nel più tipico quartiere di media borghesia di Milano: via Piero della Francesca, davanti alla parrocchia San Giuseppe della Pace, zona Sempione, vicino alla sede Rai. 

     

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    Negozi, uffici. L'ora in cui le famiglie stanno andando verso casa per la cena. Ecco, in questo scenario del tutto ordinario, guardate quell'auto: Mercedes Classe A, nera, ferma con le quattro frecce, proprio davanti alla parrocchia. Un uomo sulla cinquantina al volante. Anonimo. E ora quel tizio altrettanto anonimo, più giovane, pantaloncini e maglietta nera, che esce da un ottico, attraversa la strada e sale in macchina. Partono.

     

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    Niente di strano, vero? Vero. Ma fidatevi di chi ha l'occhio: e ipotizza, dubita. Fiuta. «Seguiamola». (Siamo su un furgone. Abbiamo un'altra auto. E tre motorini. Sette uomini. Poliziotti, artisti del mimetismo urbano, capaci di affollare all'improvviso un quadrante cittadino di 50 metri quadrati senza che nessuno se ne accorga; Angelo, Totò, Ale, Paolo, Enzo, Antonio, Massimiliano; Squadra mobile, sesta sezione, «Contrasto criminalità diffusa», che in buona parte vuol dire anti-spaccio).

     

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    Bene, adesso tornate a fissare la Mercedes. Ora sapete che lo sciame invisibile dei poliziotti gli ronza intorno. L'auto nera La macchina parte. Svolta. Via Bullona. Palazzine basse. Balconcini fioriti. Giardinetti alberati. Milano curata, e riservata. Piazza Caneva. C'è traffico. «Stai vicino» (è Angelo che parla al collega che guida, gli altri sono connessi in una telefonata in vivavoce). Attraversiamo Mac Mahon. Quartiere appena più popolare.

     

     La Mercedes entra in via Delfico. Paninoteca, bar, panificio. All'improvviso: una traversa a destra, strada chiusa. «Hanno svoltato. Noi col furgone dobbiamo toglierci dalla vista. Ale, guarda tu». Col furgone, avanziamo: sosta davanti al Conad, poco più avanti. Ale resta lì, sul motorino. Telefonata in diretta: «Il passeggero è sceso ed è entrato in un palazzo». «Aspettiamo». Passano quattro minuti. «È uscito. Risale in macchina. Partono».

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    Il gruppo riaggancia la macchina in movimento. Momento di dubbio. «Non abbiamo visto scambi, così non abbiamo niente». «Ma 'sti movimenti sono strani. Secondo me gli ha portato giù qualcosa». «Può essere». Nel frattempo la Mercedes torna verso il centro. Sfila lenta su corso Sempione. Poi via Melzi d'Eril, via Canova, via Pagano. Qui Milano diventa nobile, elegante, napoleonica.

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    «Ecco, si ferma». Il passeggero scende. Resta alla fermata del tram. La Mercedes si allontana. Ora sono due obiettivi separati. Anche lo sciame si smembra. Ultime perplessità, sempre in chiamata multipla: «Che facciamo?». Attesa. Poi, Angelo: «Basta. Li fermiamo e vediamo». La Mercedes viene bloccata in piazza VI Febbraio, sotto i grattacieli di Citylife. «Tranquillo, siamo la polizia, scendi». «Ma che succede?».

     

    «Non preoccuparti. Hai qualcosa in macchina?». «No, ma che scherzate?». I clacson degli altri automobilisti scandiscono una ventina di secondi. Totò fruga nel porta oggetti dello sportello della Mercedes. Tira su la testa. Si gira. Alza la mano con un sacchetto: «E questa?». «Ah, cazzo». Silenzio. Resoconto del servizio. Guidatore della Mercedes (spacciatore): 48 anni, disoccupato, incensurato, ex barista, residente in zona, 39 palline di cocaina, totale 18,8 grammi.

     

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    Passeggero (spacciatore/piccolo fornitore): 32 anni, operaio in una nota azienda pubblica, 480 euro in tasca. Perquisizione in casa, un'oretta dopo: busta trasparente identica all'altra, 31 palline di cocaina (15,1 grammi), più altri 35,5 grammi ancora da confezionare, due bilancini. In questura, entrambi racconteranno la balla di non essersi scambiati quella droga. Interessa molto di più quel che spiegheranno tra poco.

     

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    L'assegnato per questo articolo era: raccontare una serata/nottata in una «piazza di spaccio». Ma se qui a Milano le palline di cocaina ruzzolano di mano in mano già a metà pomeriggio, già il lunedì, tra bambini che escono da scuola e impiegati che entrano nei supermercati, allora bisogna allargare l'obiettivo. Che senso ha parlare di «piazza», di un luogo delimitato, magari un quartiere, o un caseggiato di radicata malavita, se l'intera città è una piattaforma ansiosa di un paio di righe?

     

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    L'«AGORÀ» 

    E così non serve neanche andare a cercare di notte, non bisogna guardare alle fameliche feste high society coi vassoi pieni, o alla ciurma sfatta delle discoteche frequentate da mezzi vip, o (all'opposto) alle periferie dove i pusher di strada sono spesso maghrebini e gli acquirenti un po' balordi, perché tutti questi mondi (che pure esistono, e col naso continuamente spolverano) sono in qualche modo stereotipi: buoni per dire che lo stupefacente sta da un'altra parte, nelle piazze di spaccio appunto, ai margini della città «normale». Invece la piazza non esiste. 

     

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    O meglio: ogni strada è piazza. L'intera città è agorà. E il consumo non è eccezione, ma banalità. La pallina di coca recapitata a casa per 40 euro alle 20 del lunedì, prima di sedersi a cena. Normalità. Ve la possono raccontare loro, i due della Mercedes. Meglio di chiunque altro. Anche se adesso hanno le manette ai polsi (è Angelo che dialoga con loro, perché non vuole solo arrestare, vuole anche capire, il suo lavoro lo fa così da sempre). 

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    Guidatore: «Stavo iniziando a fare il giro. Mi chiamano sul telefono "del lavoro". O mi mandano un WhatsApp. Ogni pallina la prendo a 30 e la vendo a 40. Sono amici. Di base impiegati, lavorano in ufficio, gente normale. Tutti tra i 40 e i 50 anni. Scendono, salgono un attimo in macchina, pagano, prendono e ciao. Tutto molto tranquillo. Il mondo è marcio. È inutile dire alla gente di non drogarsi. Te lo posso dire io che ho la tachicardia, che ci sto annegando dentro. Sono tre anni che vendo. No, non mi avete mai beccato. 

     

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    Quanto ci metto a dar via quaranta palline? Boo, dipende, magari una settimana. Avete preso uno spacciatore anomalo (qui c'è da credergli, l'uomo mostra schiettezza e una certa sensibilità, ndr ). Sono depresso, da quando ho perso il lavoro. La depressione è proprio una cosa brutta. Vendo per usare. La cocaina non è una droga che mi interessa. Per me è un anti depressivo.

     

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    Quanta ne faccio? Mah, un grammo e mezzo, due al giorno. La prima riga al mattino. Se andate a casa mia trovate solo lo specchietto su cui stendo. Tranne un po' di spese, di base tutto quello che guadagno me lo pippo». «È normale» Altra stanza, altro arrestato, altra voce (tenta di far credere che la cocaina gli sia caduta in casa dal cielo): «Uso? Sì, ogni tanto. Quando sono in giro, nei locali, magari in Sempione. Esci, fai due bicchieri, ci sono gli amici e fai anche una riga. Secondo me è così in tutta Milano. O almeno, quella che conosco io è così, e io giro abbastanza. Posso smettere? Sì, certo. Però forse no. Se esci la sera, poi capita». 

     

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    Due voci, due facce, due impieghi della sostanza. Cocaina anti depressiva, cocaina ricreativa. Confini labili. Palline per alleviare il nero della città, palline per accentuarne la socialità. Anche per questo forse l'attenzione sociale è nulla. Mal comune, nessun allarme. Per dire, qualche sera prima di questi arresti, nella stessa zona, una signora è scesa in vestaglia a comprare da un pusher albanese. L'ultima frase è ancora dello «spacciatore anomalo»: «Quando ho iniziato? Tanti anni fa. Lavoravo in un locale. Sai come va... Giustamente ci cadi dentro». Pausa. Si corregge. In realtà, non intendeva dire che sia giusto: ma che è «normale».

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