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    L'OLIMPIADE MALEDETTA DI BENEDETTA PILATO: DOPO LA SQUALIFICA, LA SEDICENNE PRIMATISTA DEL MONDO NEI 50 METRI RANA TORNA IN ITALIA – SENZA ALLENATORE "BENNY" SI E’ PRESENTATA AL VIA DIVORATA DALL’ANSIA E DALLA TENSIONE - “PER NOI ITALIANI SPESSO LA VERGOGNA DIVENTA UN’OMBRA LUNGA E GIGANTESCA, UNO STIGMA CHE CI SENTIAMO ADDOSSO COME UNA FINE. FALLIRE È UNA COSA DELLA VITA, UN PASSAGGIO. CADI, CI RIPROVI, TI RIALZI. MAGARI SCOPRI CHE SEI MEGLIO DI PRIMA. CORAGGIO BENNY, FINCHE’ C’E’ UNA CORSIA DAVANTI A TE, PUOI SPERARE” – LE LACRIME PER IL BRONZO DI MARTINENGHI – VIDEO


     
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    Arianna Ravelli per corriere.it

     

     

    BENEDETTA PILATO BENEDETTA PILATO

    Non un errore, non una gara banalmente sottotono, qualcosa di più di una delusione, un fallimento epocale, un crollo, una valanga che travolge tutto e ti ritrovi con tutti i pezzi del domino rovesciati: la tensione, la bracciata improvvisamente stanca, il corpo che non ti risponde più come vorresti e infine anche il gesto tecnico, che hai ripetuto milioni di volte e che ti ha portato a un record del mondo (50 metri rana, 29”30), che ti tradisce: squalificata.

     

    Questa è stata l’Olimpiade di Benedetta Pilato, “orribile” per usare l’aggettivo che ha scelto lei e non è chiaro se ci sarà una seconda possibilità a Tokyo (qui lo speciale Olimpiadi e qui il live delle gare di oggi) perché per le staffette dovrebbero essere impiegate le compagne Martina Carraro e Arianna Castiglioni. «Non so che ha combinato, prima della gara era agitatissima - rivela Martina - ma anche se ha fatto un record del mondo bisogna ricordare che ha solo 16 anni». Ecco.

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    Nella terra estrema dei 16 anni, dove esistono solo colori assoluti, luce o buio, una caduta così, con squalifica, rischia di significare il baratro, di unire alla normale delusione quel sentimento di inadeguatezza mista a vergogna che abbiamo provato tutti quando abbiamo fallito per la prima volta. Quando ci siamo sentiti falliti. Perché la differenza forse è tutta qui. E a volte ci vuole una vita per impararla. Per imparare a ridimensionare e a perdonarsi, a rimettere tutto in prospettiva e a concedersi una seconda chance, non significa che non valiamo niente se abbiamo sbagliato, anche clamorosamente.

     

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    Se vuole qualche esempio Benedetta può trovarlo vicino a lei, qualche camera più in là nel Villaggio: Federica Pellegrini vince l’argento ad Atene a 16 anni, subito sulla vetta del mondo senza passare per la maturità, poi sono arrivati i disturbi alimentari e le crisi di panico che Federica ha superato crescendo. Ed è arrivata la carriera straordinaria che sappiamo.

     

    Jennifer Capriati era arrivata al top a 17 anni, un successo strepitoso, poi perse a Flushing Meadows al primo turno e da lì si prese più di due anni di pausa. Per poi tornare numero 1 sette anni più tardi. Qualcuno resta segnato. Gianluigi Quinzi vince Wimbledon junior a 17 anni, poi non è in grado di gestire le aspettative che si creano, i risultati non vengono, non si diverte più, comincia a infortunarsi in serie, fino a quando capisce che deve cambiare strada.

     

    È dentro tutto questo che è finita Benny, adesso. Finora le era venuto tutto facile. Dotata di un talento naturale straordinario, aveva vissuto l’ascesa come un gioco, si era qualificata per Tokyo senza neanche sapere il tempo che le serviva, con un allenatore “amatore” (di mestiere lavora all’Asl) che le ha ripetuto che l’Olimpiade per lei doveva essere come il Natale, l’attesa persino più bella dell’evento in sé. Poi però evidentemente le pressioni ha cominciato a mettersele da sola. E la testa ha fatto tilt. Ora vede nero, ma ha dentro di sé gli anticorpi giusti.

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    «Se una gara va male noi non ne facciamo un dramma», diceva prima del record e dell’esplosione di popolarità. Può tornare lì. Basta che alzi la testa e dia un’occhiata alla piscina che ha appena lasciato. L’americana Simon Manuel, la prima nera a vincere la medaglia d’oro nel nuoto, nei 100 stile a Rio, e dopo aver vinto nove ori tra i Mondiali 2017 e 2019, ha fallito la qualificazione per Tokyo nella gara individuale, la sua gara. “Sindrome da superallenamento”, ha rivelato. Poi si è ripresa, ha guadagnato il pass per la staffetta e oggi ha vinto un bronzo. Forse per noi europei è più difficile. Per gli americani non esiste una storia interessante se non c’è una caduta e una risalita.

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    Fallire è una cosa della vita, un passaggio, qualcosa che può succedere e magari succede a te. Cadi, ci riprovi, ti rialzi. Magari scopri che sei meglio di prima. Per noi italiani spesso la vergogna diventa un’ombra lunga e gigantesca, uno stigma che ci sentiamo addosso come una fine. Ricominciare – nello sport, nel lavoro, nella vita di relazioni – è un’avventura. Come dicono gli americani, dentro e fuori vasca, finché c’è una corsia davanti a te puoi sperare. Coraggio Benny, a 16 anni ne avrai davanti altre migliaia, se solo lo vorrai.

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