1- “AH! IL BEL CAMP DI UNA VOLTA! ABBIAMO ANCORA PIACERI SEGRETI? CI SONO ANCORA ORTICELLI DI TRASH E KITSCH DA VISITARE? E’ POSSIBILE ANCORA DIVERTIRCI PAZZAMENTE COL BRUTTISSIMO. L'ESTETICA STRACULT CHE I FOFI-MEREGHETTI ANCORA MI RIMPROVANO?” 2- “CERTO, ABBIAMO SEMPRE GLI ARTICOLI DI CINEMA DI CURZIO MALTESE, PER NON PARLARE DI QUELLI DI CAZZULLO O DI CONCHITA DE GREGORIO E LE TROMBONATE DI SAVIANO SUL CINEMA E LE SPARATA DI FOFI (GLI E' PIACIUTO WOODY ALLEN SOLO PER FARE IL DIVERSO), LA GRANDE SERATA DEL PREMIO STREGA E I TWEET APOCRIFI DI SORRENTINO, MA E' UN PO' POCO RISPETTO A QUELLO CHE VIVEVAMO NEGLI SCATENATI ANNI ‘70 E ‘80” 3- ‘’CERTO, E' VERO CHE NON ESISTE PIÙ LA STESSA OTTUSA E BORGHESE IDEOLOGIA-PCI CHE CI HA TANTO CONDIZIONATO ALLORA, ANCHE SE IL PARTITO ‘’REPUBBLICA’’+’’IL FATTO’’ HA EREDITATO GRAN PARTE DI QUELLE OTTUSITA' E DI QUEI MODELLI DI SCRITTURA’’

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1- CAMP CHE TI PASSA
Wikipedia
- Il termine camp si riferisce all'uso deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch nell'arte, nell'abbigliamento, negli atteggiamenti. Il fenomeno è portato all'attenzione accademica, oltre che durante la rivalutazione delle culture popolari avvenuta negli anni sessanta, negli anni ottanta, periodo dell'ampia diffusione del concetto di postmoderno applicato all'arte e alla cultura.

2 - AH! IL BEL CAMP DI UNA VOLTA!
Marco Giusti per Dagospia

Ah! Il bel camp di una volta! Abbiamo ancora piaceri segreti? Ci sono ancora orticelli camp da visitare? Mah. Forse andrebbe chiesto a qualche ragazzo di venti-trentanni. Dopo tanti anni di militanza e vigilanza trash, camp, stracult, alla scoperta di nuovi piaceri culturali di serie Z, per sfuggire alle ideologie degli anni ‘60 e ‘70, alla cultura borghese del dopoguerra, al perbenismo critico dei giornali, all'omofobia militarizzata, alla tv democristiana e a quella post-comunista, tutto ci appare incredibilmente invecchiato e lontano.

Pensiamo al divertente "Il cinema vuole dire" di Maurizio Porro e Giuseppe Turroni, rieditato e riammodernato dal solo Porro, visto che Turroni da parecchio ci ha lasciato. Un divertimento per bravi cinefili. Che forse era un gia' troppo educato per un gruppo bombolisticamente oltranzista come quello fornato da Giovanni Buttafava e me sulle pagine dell'ormai lontanissima e defunto Patalogo Cinema.

Certo, anche Giovanni e Franco Quadri ci hanno lasciato... Come Porro e Turroni anche Buttafava era un grande cerimoniere del camp in Italia. Aveva registrato prima di ogni altro i film diretti dal caratterista messinese Tano Cimarosa, come il folle "No alla violenza", ma anche i film opera di Mario Costa. Snob? Supersnob! Giovanni aveva capito e anticipato il meccanismo di Blob, i film delle pratiche basse mischiati a quelli delle pratiche alte.

E sapevamo ridere di entrambi con lo stesso distacco critica e la stessa passione. Va detto che era anche un mondo che si prestava bene a questa rivoluzione. Da una parte i film di Rosi e Maselli, da un'altra Alvaro Vitali, Edwige Fenech e la commedia sexy, ma anche i poliziotteschi, i pornonazi, gli apocalittici. Mettiamoci anche i primi terribili articoli 28 italiani, e la prima gloriosa tv commerciale.

Alla fine degli anni 80, quando iniziano Blob e gran parte della tv innovativa che abbiamo ancora adesso (Santoro, Guzzanti), nascono i deliri di Funari, la politica spettacolo di Ferrara, i quiz di Mike, gli OK il prezzo e' giusto. Arbasino e la Valeri ci sembrano delle mummie a confronto della tv berlusconiana nel suo tardo splendore e dell'abbuffata di cinema trash che stavamo rivedendo in tv proveniente dai generi e sottogeneri dei dieci anni precedenti.

Una visione che genererà tutta una nuova scuola critica, più seriosa ma meno colta della nostra. Nel casino generale noi si rischiava di confondere il camp col trash, il cattivo gusto involontario col solido cinema di genere, ma almeno ci avevamo provato a cambiare le carte. Ad avere uno sguardo diverso. Turroni, ad esempio, era stato il primo a lavorare seriamente sulla commedia sexy e sulla regia cukoriana di Mariano Laurenti.

Sergio Germani aveva esaltato ‘W la foca' di Nando Cicero (assieme a ‘La pelle' della Cavani) provocando una terribile reazione da parte di Franco Quadri. Via dalle pagine del Patalogo! Dove erano allora i limiti del camp, dello snobismo, della serieta' cinefila?E il contagio si andava ampliando, tanto che ‘La caduta degli angeli ribelli' di Marco Tullio Giordana e ‘Sogni d'oro' di Nanni Moretti (il suo unico film prodotto da Berlusconi) vennero pesantemente sbertucciati a Venezia.

E giu' Arbasino a scriverne e a farne un caso, anche perche' in giuria, se non sbaglio, non c'era Marina Abramovic ma Italo Calvino. Finche' si trattava dei ‘guilty pleasures' dei critici snob, della caccia a Jimmy il Fenomeno o a Max Turilli tutto bene, ma quando dalla serie B lo sguardo saliva alla serie A dei grandi maestri e dei giovani autori affermati le cose cambiavano.

Ma Il mistero di ‘Oberwald' di Antonioni, visto allora, era invedibile, con la Vitti che recitava in romanesco ("Sebbastian") un classico di Cocteau e i colori modificati da brutto spot anni ‘80. E i film di Montaldo e Rosi non piacevano più a nessuno. Per non parlare di quelli imposti dalla Rai di Alberto Bevilacqua.

Qualcuno ricorda le reazioni di fronte a ‘Il prato' dei Taviani o a ‘Cronaca di una morte annunciata' di Rosi a Cannes che venne ribattezzato Cronaca di una merda annunciata? Certo, il nostro snobismo era tale che finivamo per recuperare da subito il cinema imperfetto, come ‘Il prato' o ‘Sogni d'oro', ma anche a divertirci pazzamente col bruttissimo. L'estetica stracult che i Fofi-Mereghetti ancora mi rimprovano.

Per fortuna che allora c'erano, e ci sono stati fino a poco tempo fa, i Grazzini, Kezich e Tornabuoni a bacchettarti. A rimettere a posto le regole e le ideologie. Senza veri nemici oggi (Mereghetti e Grasso di fatto non lo sono, anche se ci provano, perche' vengano da quella stessa esperienza) e' più difficile ricucire le delizie dei piaceri segreti.

Certo, abbiamo sempre gli articoli di Curzio Maltese (cosa scrivera' su Malick a Venezia? Gia' godiamo...), per non parlare di quelli di Cazzullo o di Conchita De Gregorio o alle trombonate di Saviano sul cinema o a qualche sparata di Fofi (gli e' piaciuto Woody Allen solo per fare il diverso...), ma e' un po' poco rispetto a quello che vivevamo negli scatenati anni ‘70 e ‘80.

Rispetto alle folli telefonate su come tradurre il termine cult movie (film santo?). E come chiamare i supercult di Tano Cimarosa... In qualche modo, con il trionfo di Inglorious Bastards e l'arrivo di Django Unchained, il film più' atteso dell'anno, con il Moma che dedica mostre a Tim Burton e a Tarantino, e' chiaro che la battaglia culturale, iniziata quarant'anni fa con le barricate per Fernando Di Leo e Sergio Leone (a tutti gli altri, da Fofi Ghezzi Kezich in giu' faceva schifo) e' stravinta.

Come e' vero che non esiste più la stessa ottusa ideologia-Pci che ci ha tanto condizionato allora, anche se il partito Repubblica+Fatto ha ereditato gran parte di quelle ottusita' e di quei modelli di scrittura. Ed e' vero che youtube e internet ci hanno liberato dalla ricerca compulsiva delle piccole stravaganze che ci davano cosi' tanto piacere.

E come abbiamo fatto pace con Petri e Montaldo potremmo anche fare pace oggi con Rosi (inutilmente premiato quest'anno a Venezia). Ma ancora, di fronte che ne so ai tweets dei giornalisti tromboni, alla lettura mattutina di Corriere e Repubblica, alla grande serata del Premio Strega, a un "non perdo tempo in cazzate" di Sorrentino, un po' del vecchio gusto camp (o snob?) ritorna... Meglio non abbassare la guardia.

3- QUEL CHE RESTA DEL CAMP
Emiliano Morreale per La Repubblica

Negli anni settanta, tra riviste e cineclub, si celebravano in Italia i trionfi più disinibiti della cinefilia. E forse i due libri che meglio restituiscono il tono dell'epoca sono Il cinema vuol dire... di Maurizio Porro e Giuseppe Turroni, e La cineteca di Babele,
degli stessi autori più Sandro Rezoagli e Miro Silvera. Quest'ultimo, uscito a puntate su Linus, era la raccolta di una serie di film immaginari, esilaranti e a volte assai plausibili, con tanto di finte locandine e ritagli stampa, a costruire una storia del cinema inventata per la gioia degli appassionati.

Un libro che non sfigurerebbe oggi in qualche lussuosa ristampa Adelphi, tra Zia Mamee Hollywood Babilonia. Il cinema vuol dire..., invece, era una specie di flaubertiano "Dizionario dei luoghi comuni" cinematografici", in ordine rigorosamente alfabetico. Da "Abbaino" («Nel mélo, sostituisce la capanna del cuore degli innamorati ») a "Zuppiera" («è fumante sulle tavole dei poveri, con una madre saggia e umana, e tanti bambini intorno»). Più un repertorio di battute-tipo: «Anche tu, amico, non te la cavi niente male!» o «Bevi, ti farà bene », «Lo sai che sei più carina quando ti arrabbi?» o «Tutto tornerà come prima, caro...».

Il gioco era in effetti molto serio.
Si trattava di inventare un uso improprio della semiologia, dimostrando come i segni del cinema riguardassero non solo la narrazione ma un autentico fittissimo repertorio inconscio che costituiva la relazione con il pubblico. Ma soprattutto, quei due libri erano esempi perfetti italiani di
camp, quel gusto identificato da Susan Sontag, per l'eccentrico, l'eccessivo, il ridicolo involontario e la critica o la parodia dei generi sessuali: l'ambiguità o l'esasperazione (dalla pin-up al super-macho).

Il cinema vuol dire... risente, nei toni e negli esempi, dell'influsso di Alberto Arbasino, che dal canto suo proprio nello stesso periodo pubblicava, per una mostra del Palazzo delle Esposizioni di Roma, un Piccolo lessico morfologico degli anni trenta italiani dallo stesso tenore.
Oggi, Il cinema vuol dire... torna meritoriamente in libreria per Bompiani, curiosamente a firma del solo Maurizio Porro, critico del Corriere della sera (Turroni, critico dalla prosa inconfondibile, sontuosa e seducente, è morto nel 1990).

L'autore ha anche aggiornato le voci del libro, spostandosi sugli anni a noi più vicini. E in questo modo il libro diventa, a oltre trent'anni di distanza, una lettura non solo divertente in sé, ma anche tristemente utile per misurare i passi ulteriori del gusto
cinematografico. Erano anni in cui i giovani appassionati di cinema si potevano permettere, ribaltando le rigidezze della critica di sinistra, rivalutando nomi impronunciabili del cinema italiano e americano, riscoprendo tesori nascosti del passato, e nei "piani bassi" del cinema contemporaneo.

Il camp nasceva come gusto di una élite, sfida al buon gusto dominante e soprattutto come piacere per "pochi felici", un codice segreto di lettura dei prodotti estetici, nato nell'ambito di gruppi omosessuali che ancora non potevano emergere alla luce. Il camp è una forma di bellezza che si misura «sul grado di artificio e di stilizzazione», un gusto «indifferente ai contenuti», che «mette tutto fra virgolette»: così scriveva Sontag; qualcosa che risiede più nello sguardo dello spettatore che negli oggetti stessi.

Ma già dagli anni sessanta, sostengono gli studiosi, il camp si ibrida col pop, e non è più lui: diventa un gusto di massa, quasi un sinonimo dello "chic". Oggi, poi, il gusto cinematografico delle ultime generazioni è basato sul trash e sulle riletture della serie B alla Quentin Tarantino, e già dieci anni fa nelle videoteche cool di New York lo scaffale "Italian Cinema" era composto in gran parte da western e gialli alla Dario Argento.

Ormai, digitando "Bombolo" o "Antonioni" su YouTube si ottiene più o meno lo stesso numero di filmati, e in un suo saggio il filosofo lacanian-leninista Slavoj Zizek sostiene che uno dei vertici del cinema italiano sono le commedie sexy anni '70. Di conseguenza, ogni gusto del basso, del marginale e della fantasia involontaria perde senso e sapore. Per parafrasare Roberto Freak Antoni, non c'è più gusto (in Italia e non solo) a essere camp.

I divertiti esteti che cercavano di sfuggire alle maglie dei conformismi culturali e del provincialismo, si trasformano sempre più spesso in sinceri moralisti. Basti pensare agli ultimi libri di Arbasino (fin dai titoli: La vita bassa, Paesaggio italiano con zombi): e l'indignazione dell'esteta, dell'edonista, ha forse il suono più accorato e allarmante di tutti. Anche il libro di Porro è una testimonianza di questo passaggio.

Nella parte aggiunta oggi, infatti, l'autore sembra non aver più tanta voglia di giocare. Si fa a tratti irritato e sarcastico - e forse non a caso si concentra molto di più sul cinema italiano (e sul sottobosco televisivo), prendendosela soprattutto (e giustamente) con il filone giovanilista alla Moccia e con quello che chiama il "cinema dei telefonini bianchi". Forse un libro come "Il cinema vuol dire..." un giovane cinefilo di oggi non lo potrebbe più scrivere in quei termini. Perché se il canone e il gusto si fanno trasversali, in assenza di gerarchie cosa c'è da trasgredire? Se il mercato prevede, e anzi stimola, ogni specializzazione e perversione del gusto personale, ci si chiede: esistono ancora dei piaceri proibiti?

 

FRANCESCO ROSI il monnezza e bomboloCONCITA DE GREGORIO SCALFARI ZAGREBELSKY CONCITA DE GREGORIO SAVIANO NEL PARTITO DI REPUBBLICA - ILLUSTRAZIONE FUCECCHI PER IL FATTOGramellini -Fai bei sogni-stracult marco giusti CURZIO MALTESE fenech NUDAEdWige Fenechscud10 goffredo fofipaolo mereghettiQUENTIN TARANTINO1 sergio leoneSORRENTINO BRINDA CON ZINGARETTI OCCHIPINTI SULLA DESTRA MEREGHETTI ALDO CAZZULLO FEDERICO MANCOSU, IL GRAFICO SCELTO DA TARANTINO (foto Gabrielli - Toiati).1 susan sontag05