LA CANNES DEI GIUSTI – IN “MOULIN”, LASZLO NEMES TORNA AL MODELLO DI CINEMA DI “IL FIGLIO DI SAUL” IMPARATO A SCUOLA DA BELA TARR, GRANDE USO DEL 35 MM, GRAN LAVORO SULLA LUCE, MA A FUNZIONARGLI DAVVERO È LA STORIA - PER LÁSZLÓ NEMES È UN FILM MENO AUTORIALE DEL PRIMO, PER QUESTO FORSE TROVIAMO I LOGHI DI DISNEY E HBO MAX, MA LA COSA NON GUASTA. PERCHÉ PER UNA STORIA DI QUESTO TIPO È MEGLIO AVERE UN REGISTA IN GRADO DI DARE UN TAGLIO PERSONALE PIUTTOSTO CHE UNO DI QUEI TRAFFICONI PRONTI A TUTTO DA SERIE TV. PIÙ CHE POSSIBILE UN PREMIO AI DUE PROTAGONISTI, VISTO CHE, FINO A QUI, SONO POCHISSIMI I FILM CON PERSONAGGI MASCHILI PROTAGONISTI

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Cannes 2026. “Moulin” di László Nemes

Marco Giusti per Dagospia

 

moulin laszlo nemes.

A Cannes, quando vedono il logo di Canal+, cioè dell’odiato Bolloré, i critici urlano simpatici slogan tipo «Bolloré enculé!». E molto si sono sorpresi ieri vedendo due loghi banditi praticamente dal Festival, cioè HBO Max e Disney.

 

Attaccati, inoltre, a un film del concorso che molto poco sembrava avere di Disney e di HBO Max, cioè “Moulin”, diretto dall’ungherese László Nemes, già Palma d’Oro nel 2015 con “Il figlio di Saul” e poi un po’ perduto, almeno nei favori della critica, con i due film seguenti, “Tramonto” e “Orphan”, che ricordo non essermi affatto dispiaciuto.

 

moulin laszlo nemes

In “Moulin”, dedicato al personaggio storico del capo della resistenza francese contro i tedeschi, Jean Moulin, soprannominato “Max”, interpretato dalla star nazionale Gilles Lellouche, e al suo scontro col capo della Gestapo, il famigerato Klaus Barbie, detto “il macellaio di Lione”, interpretato da un grande attore di teatro tedesco, Lars Eidinger, che lo tortura come può per smascherarlo e farlo parlare una volta che lo hanno fermato, torna al modello di cinema di “Il figlio di Saul” imparato a scuola da Bela Tarr, grande uso del 35 mm di Mátyás Erdély, il suo operatore di fiducia con macchina sugli attori, gran lavoro sulla luce, ma a funzionargli davvero è la storia.

 

moulin laszlo nemes

Un po’ perché ha per le mani due attori magistrali che giocano al gatto e al topo, Moulin si nasconde sotto il nome di Jacques Martel e dice di essere un arredatore di Nizza, Barbie sa che mente e deve incastrarlo. Un po’ perché per un film ossessivo, claustrofobico, chiuso in certi spazi, come poteva essere il campo di concentramento e qui la prigione, il sistema ti prende.

 

Come ti prende la figura di Moulin, che Jean-Pierre Melville rese benissimo nel suo cinema sia ne “L’armata delle tenebre” con Paul Meurisse sia, in qualche modo, in “Le samourai”, dove il duro Delon ha lo stesso codice d’onore di Moulin. Gilles Lellouche così diventa naturalmente un eroe melvilliano. E la sceneggiatura di Olivier Demangel (“Atlantique” di Mati Diop) funziona benissimo.

 

moulin laszlo nemes.

Evidentemente per László Nemes è un film meno autoriale del primo, per questo forse troviamo i loghi di Disney e HBO Max, ma la cosa non guasta. Perché per una storia di questo tipo con due grandi attori è meglio avere un regista in grado di dare un taglio personale piuttosto che uno di quei trafficoni pronti a tutto da serie tv. Più che possibile un premio ai due protagonisti, visto che, fino a qui, sono pochissimi i film con personaggi maschili protagonisti.