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LA CANNES DEI GIUSTI - NON CAPISCO PERCHÉ “SHEEP IN THE BOX” SIA STATO ACCOLTO COSÌ TIEPIDAMENTE. NON HA IL FASCINO FORSE DEI FILM PRECEDENTI DI KORE EDA, CHE NON HA MAI SBAGLIATO UN TITOLO QUI A CANNES, MA È SEMPRE DI ALTISSIMO LIVELLO. È UNA SORTA DI RISPOSTA AD “A.I.” DI STEVEN SPIELBERG, E ALLE TANTE TRAPPOLE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE DI OGGI - UN DOLCE, DELICATO, RACCONTO DI COSTRUZIONE ARCHITETTONICA ORGANICA CHE PORTA AVANTI UN QUADRO DI CINEMA MOLTO COERENTE E SEMPRE COMMOVENTE NELLA SUA UMANITÀ. MAGARI NON AGGIUNGE NULLA ALLA GRANDE FILMOGRAFIA DI KORE-EDA, MA SE VI PIACCIONO I SUOI FILM PENSO CHE SIA IMPERDIBILE - VIDEO
Cannes 2026 - Sheep in the Box di Hirokazu Kore-eda
Marco Giusti per Dagospia
sheep in the box di hirokazu kore eda 6
Quando capiamo che il progetto del figlio umanoide, Kakeru, della coppia lui taglialegna, Daigo, lei architetta, Otone, non è altro che una sorta di comune in mezzo al bosco con grande casa costruita sull’albero più grande, il vecchio cuore di architetto organico wrightiano che è ancora dentro di me ha finalmente capito cosa volesse davvero fare un regista sofisticato e umano come Hirokazu Kore eda con questo “Sheep in the box”, una sorta di risposta a “A.I.” di Steven Spielberg e di risposta alle tante trappole dell’intelligenza artificiale di oggi.
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Siamo quello che ci hanno trasmesso come insegnamento e cultura i nostri genitori. Da una mamma architetta organica e da un padre boscaiolo non poteva che nascere un Pinocchio di questo tipo. Senza trasformazione in bambino. Come Spielberg insegnava.
E non capisco perché il film è stato accolto così tiepidamente. Non ha il fascino forse dei film precedenti di Kore eda, che non ha mai sbagliato un titolo qui a Cannes, ma è sempre di altissimo livello.
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Guardate come costruisce l’ambiente della casa della famiglia di Kakeru, interni esterni continui senza porte e limitazioni di sorta. Un’accoglienza visiva totale in una casa segnata dalla tragedia. Perché i due genitori, Daigo, Kensuke Komoto, e Otone, Haruka Ayase, hanno perso il figlio in un incidente due anni prima. E sono disperati.
Quando una società di umanoidi propone loro, siamo in una sorta di futuro vicinissimo, un figlio robotico identico a quello che hanno perso, soprattutto la mamma accetta. Viene costruito con la memoria dei genitori e quello che loro hanno voluto inserire dei suoi unici sette anni di vita. Può fare tutto, a parte mangiare, bagnarsi, bere. Se cade è riparabile, mostrando la stretta apertura robotico che aveva il vecchio, glorioso Astro Boy degli anni ’50.
Non tutto funziona tra Kakeru e i suoi genitori, ma se avete pazienza alla fine si capirà quello che ha in testa Kore eda. Dopo anni di studi appassionati sull’idea della nuova famiglia, e sul crescere i bambini in famiglie diverse, ricordate “Father and Son”, sulla crescita dei ragazzi nel mondo di oggi, “Monster”, alla fine questo dolce, delicato, racconto di costruzione architettonica organica porta solo avanti un quadro di cinema molto coerente e sempre commovente nella sua umanità. Magari non aggiunge nulla alla grande filmografia di Kore-eda, ma se vi piacciono i suoi film penso che questo “Sheep in the Box” sia imperdibile.
Stamane ho visto un altro film giapponese, passato a Un Certain Regard, “All the Lovers in the Night”, diretto, al suo quarto film, da Yukiko Sode, tratto da un romanzo molto noto in Giappone dallo stesso titolo di Mieko Kawakami, con la delicata Yukino Kishii nel ruolo di Fuyuko, una giovane correttrice di bozze freelance, e il mitico Tadanobu Asano come un bel professore di fisica cinquantenne, Mistutsuka. Raccontato come fosse il libro da una voce maschile, ci porta nel mondo abbastanza strampalato di Fuyuko, giovane e precisissima correttrice di bozze che vive praticamente segregata a casa a lavorare. Le sole volte che la vediamo uscire sono con un’amica più allegra e quando inizia a bere pesantemente. Beve però completamente da sola.
Con risultati non piacevoli. Vomita, perde il controllo. Diventata adulta dopo una brutta esperienza di violenza con un compagno di studi, Fuyuko parla pochissimo, non mostra nessun segno di contentezza o dolore, è realmente un personaggio letterario che ha ridotto tutto al minimo. A parte la bottiglia.
E’ allora che incontra il professore di fisica Mitsukusa di Tadanobu Asano, che la invita al bar ogni settimana e non si permette neppure di sfiorarla. Ma le spiega i segreti della luce e lei rimane colpita da lui. Dopo mesi di questo rapporto, lui le chiede se può chiamarla col nome. A questo punto capiamo che ogni minima azione o di minimo movimento tra i due diventa qualcosa di amplificato, cioè d’amore. Bello. Strano. Potrebbe piacere molto al nostro pubblico.
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