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IL CINEMA DEI GIUSTI - UNA GIORNATA CHE SI CONCLUDE CON TUTTO IL PUBBLICO STIPATO A PIAZZA MAGGIORE A BOLOGNA A CANTARE “LOVE ME TENDER” PER CELEBRARE IL GENIO DI DAVID LYNCH E DEL SUO RESTAURATISSIMO “CUORE SELVAGGIO”, GIÀ È UN GRANDE SPETTACOLO - I FAN DI BARBARA STANWYCK SI SONO SCATENATI IERI CON “DOUBLE INDEMNITY” E CON IL BEN PIÙ RARO “NIGHT NURSE”. IL FILM VALE IL PREZZO DEL BIGLIETTO E LA SUDATA PER ARRIVARE ALLA SALA ARLECCHINO - CHIUDO CON UNA STRANISSIMA COMMEDIA DEL 1961 DI KON ICHIKAWA, “KUROI JÛNIN NO ONNA”,DIECI DONNE NERE”, DOVE LE NOVE AMANTI E LA MOGLIE DI UN DIRIGENTE TELEVISIVO DONNAIUOLO, SI METTONO INSIEME PER UCCIDERE L’UOMO… - VIDEO

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Marco Giusti per Dagospia

 

laura dern nicolas cage cuore selvaggio

Una giornata che si conclude con tutto il suo pubblico stipato a Piazza Maggiore a Bologna in quelle sedie scomodissime, pessime per sciatiche e critici sopra i 70 già messi a dura dai troppi film e dal troppo caldo, a cantare “Love Me Tender” per celebrare il genio di David Lynch e del suo restauratissimo “Cuore selvaggio”, già è un grande spettacolo.

 

Inutile che vi dico che dentro “Cuore selvaggio” c’è tutto o gran parte del cinema che è stato girato dopo, a cominciare da “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino, e dallo stesso cinema di Lynch. Tante cose non me le ricordavo più, come la presenza di Freddie Jones, di Calvin Lockhart, il numero di Jack Nance, eroe di “Eraserhead”, il numero di cittadini, 606, di Big Tuna in Texas dove il Sailor do Nicolas Cage incontrerà la terribile Perdida Durango di Isabella Rossellini e il Bobby Peru di Willem Dafoe.

DAVID LYNCH CON LA PALMA D ORO PER CUORE SELVAGGIO

 

Visto che a Cannes alla prima mondiale del film c’ero, e ero nelle prime file, devo dire però che la scena di quando Bobby Peru si fa saltare la testa durante la rapina, era più chiaro e più spettacolare. Temo che l’abbiano “oscurata”, come fanno oggi, per ottenere un divieto non eccessivo. A Cannes ci zompava proprio in platea.

 

Non so se è invecchiato, stavolta me lo sono proprio goduto, malgrado le sedie di rara scomodità, l’impossibilita di leggere i sottotitoli, la schiena che ormai cede su tutta la linea. All’epoca Lino Micciché, che era riuscito a farsi dare dal Tg3 di Curzi uno spazio suo per pontificare sui film lo aveva detestato parlando di mid-cult giovanilistico. Su Blob, quello dei bei tempi, a nostra volta, lo massacravamo solo riprendendo i suoi discorsi pomposi. Sembrava un personaggio del film

 

nicolas cage laura dern cuore selvaggio

 Dentro “Cuore selvaggio” non c’erano solo altri mille, duemila film che verranno dopo. Ma anche tanta tv. A cominciare da una “selvaggeria” televisiva, così definì Angelo Guglielmi, direttore di Rai Tre, la maggiore qualità di Alba Parietti che esordì appunto su Rai Tre con “La piscina” dopo aver scaldato la sedia da presentatrice con mutande a vista su TeleMontecarlo mandando in tilt migliaia e migliaia di spettatori.

barbara stanwyck e fred macmurray in double indemnity

I fan di Barbara Stanwyck si sono scatenati ieri con “Double Indemnity” di Billy Wilder, che ben conoscerete, e comunque lo trovate anche su Amazon, e con il ben più raro “Nurse” o “Night Nurse” diretto da William Wellman, geniale regista della Warner degli anni d’oro, che rimise in piedi, assieme a Raoul Walsh parecchi film prodotto da Jack L. Warner.

 

Diviso in due parti che sembrano far parte di due film diversi, “Nurse” parte benissimo con Barbara che diventa infermiera di notte assieme alla non mneo trasgressiva Joan Blondell in un ospedale di una città parecchio calda durante il proibizionismo. Volano pallottole e tutti, ma proprio tutti, si fanno di whiskey e probabilmente altro.

 

Un simpatico gangster ferito a un braccio viene curato dalla neo-infermiera che non farà certo l’infame spifferando la storia alla polizia. Lei e Joan Blondell, inoltre, se la spassano allegramente la sera uscendo e facendo tardi. L’immagine è quella di una città dove vizio e peccato dominano la scena.

 

barbara stanwyck e clark gable in night nurse

 Nella seconda parte del film, più scombinata, troviamo le due ragazze fare da infermiere di notte di due bambine malate di una madre depravata legato al giro del proibizionismo e dei gangster. La situazione è grave, perché le bambine sono denutrite e a Barbara Stanwyck sembra che alla madre non solo non gliene importi assolutamente un piffero se muoiono o meno, ma, in combutta con un medico infame, punti proprio alla loro morte, per ereditare tutti gli averi del padre.

 

Ma il vero cattivo della storia è un giova ne e bellissimo Clark Gable senza baffetti, che fa da autista e qualcosa di più della madre alcolista e pippatissima delle bambine. E’ lui che mette a tacere le infermiere con un pugno sul grugno e domina la scena. Il film vale il prezzo del biglietto e la sudata per arrivare alla sala Arlecchino, solo per la scena che mette Clark Gable di fronte a Barbara Stanwyck.

dorothea wieck ed evelyn venable cradle song

In maniera forse poco civile, Gable finisce non all’ospedale, ma direttamente al camposanto grazie all’amico gangster della ragazza, dimostrando quando fossero pazzi e selvaggi i film della Warner degli anni ’30. Sono andato a vedere anche “Cradle Song”, opera prima, del 1933, di Mitchell Leisen, regista più adatto alle commedie che al mélo, e primo e unico film americano della star svizzera-tedesca Dorothea Wieck, già protagonista dello scatenato e superlesbo “Ragazze in uniforme” di Leontine Sagan.

 

Anche questo potrebbe essere visto come un proto-lesbo movie, anche per la presenza della Wieck, ma gioco molto anche sul sentimento di maternità rifiutata della protagonista. Mélo cattolico che si svolge in una Spagna repubblicana pre-franchista, vede al centro della storia una brava ragazza, Joanna, che passa dal far da madre e balia a una famiglia che adora, al far la suora in un convento e diventare quasi madre di una piccola orfanella che cresce assieme alle sorelle.

dorothea wieck cradle song

 

Leisen, che come diceva Billy Wilder, è più interessato a inquadrar gli abiti che a parlarci dei personaggi, e si scatena con i merletti della ragazza e i veli delle suore, ma fa della protagonista Joanna una sorta di femmina folle che non sa come muoversi tra i diversi sentimenti che prova. Amore per la ragazza da madre, ma anche da donna. Un amore che non ha mai avuto.

 

Meno riuscito, se vogliamo, dei suoi successivi film, al punto che Dorothea Wieck verrà rimandata in patria, è però interessantissimo proprio per il fatto che non si nasconde dietro una censura da film americano bacchettone. Il sentimento di Joanna per la figlia adottiva è piuttosto evidente. Da vedere assolutamente, insomma.

kuroi junin no onna 1

Chiudo con una stranissima commedia all’italiana del 1961 di Kon Ichikawa, “Kuroi jûnin no onna”,Dieci donne nere”, dove le nove amanti e la moglie di un dirigente televisivo donnaiuolo, si mettono insieme per uccidere l’uomo, infedele come nessun altro. I tentativi di ucciderlo diventano quasi comici, e anche la sua possibile morte lo diventa.

 

Scritto dalla stessa moglie del regista, Natto Wada, è una sorta di stravaganza checi ripoirta, anche per costruzione di immagini, al cinema in bianco e nero italiano con Ugo Tognazzi o Vittorio Gassman mariti traditori. Molto divertente. Ma avevo accanto a me un critico più grosso e più vecchio di me che si è addormentato dopo pochi minuti e russava parecchio.

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