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IL CINEMA DEI GIUSTI – IN QUESTO “MARTY SUPREME”, PRIMO FILM DI JOSH SAFDIE SENZA IL FRATELLO BEN, TROVIAMO MOLTO DEL MONDO DESCRITTO DAI DUE FRATELLI E DEI TONI DI REGIA DI “DIAMANTI GREZZI”, MA QUI IL PING PONG, COSÌ POCO TRATTATO AL CINEMA, A DIFFERENZA DEL TENNIS, FA LA DIFFERENZA - NON TUTTO FUNZIONA, MA LA FRENESIA DEL PROTAGONISTA, INTERPRETATO DA UNO STREPITOSO TIMOTHÉE CHALAMET, È CONTAGIOSA E LA RICOSTRUZIONE DELLA NEW YORK DEGLI ANNI ’50 È UNA MERAVIGLIA - SÌ, ESAGERA, IL FILM SPESSO È DEBORDANTE, MA AVERCENE… - VIDEO
Marco Giusti per Dagospia
timothee chalamet marty supreme 8
La velocità del ping pong, se vi piace di più chiamatelo tennis table, credo che sia la chiave anche della fin troppo movimentata regia di Josh Safdie per questo primo suo film senza il fratello Ben, “Marty Supreme”, che ha scritto assieme a Ronald Bronstein, lanciatissimo nella stagione dei premi che gli ha già fruttato un Golden Globes e un Critics Choice Award per l’interpretazione straordinaria di Timothée Chalamet…
Un continuo, ossessivo, spostamento di campo tra una scena e l’altra, un personaggio e l’altro, che vede sempre al centro, come fosse una pallina, il protagonista Marty Mauser, ispirato al vero campione di ping pong, Marty Reisman (1930 – 2012), interpretato appunto da Timothée Chalamet che, per poterlo rendere alla perfezione si è allenato a ping pong fin dal 2018.
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E quando lo vediamo giocare è davvero sempre e solo lui. E’ vero, che ritroviamo qui molto del mondo descritto dai Safdie, quando erano in due, e dei toni di regia di “Diamanti grezzi”, ma qui il ping pong, così poco trattato al cinema, a differenza del tennis, fa la differenza. Per quanto cerchi di ricordare, a parte qualche trashata recente, “Balls of Fury” con Dan Fogler e Christopher Walken, qualche film cinese, il ping pong può al massimo apparire al cinema come sfondo.
Fece epoca la partita giocata tra Gregory Peck e il Mao di Conrad Yama nel film di propaganda anti-comunista “La lunga ombra gialla” di J. Lee Thompson (a “Blob” ricordo che inserii nel montaggio Giovanni Minoli ai tempi di Mixer al posto di Peck).
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Ma certo il Clare Quilty giocatore di ping pong di Peter Sellers che sfida il cupo, ossessivo, vendicativo Humbert Humbert di James Mason in “Lolita” di Kubrick, ci apre a una lettura moderna del con-man, del personaggio melvilliano (alla Confidence Man) ma anche con-man anni ’50, che arriva fino al Marty Mauser di Josh Safdie e gli porta quel di più letterario che probabilmente mancava al personaggio originale.
Perché questo Marty Mauser/Reisman/ ha un solo desiderio, quello di vincere i campionati del mondo di ping pong prima in Inghilterra nel 1952 e poi in Giappone, e per farlo, per potersi pagare il biglietto fino a Londra e poi fino a Tokyo, dove si troverà di fronte il campione Koto Endo di Koto Kawaguchi, è disposto a fare qualsiasi cosa.
Come Tony Curtis nel non dimenticato “The Rat Race” di Robert Mulligan, il Marty di Chalamet, bravo ragazzo ebreo povero di New York, passa da una donna all’altra, mette incinta l’amica di sempre, la Rachel di Odessa A’zion, si scopa l’attrice Kay Stone di una non più giovane Gwyneth Paltrow, mal sposata all’odioso capitalista Milton Rockwell di Kevin O’Leary, vero uomo di affari, un non attore, raccoglie soldi da piccole truffe con l’amico tassista nero, Wally, il rapper Tyler, The Creator,
si mette nei guai con un gangster ebreo, l’Ezra Mishkin di Abel Ferrara, si trascina dietro una mamma più bugiarda di lui, Fran Drescher, che a sua volta apre a una serie di avidi parenti ebrei che non rispettano patti e pagamenti, frequenta i teatri off Broadway dove appare anche il vero David Mamet come autore della commedia della Paltrow, in un giro incredibile di bugie, promesse, rimandi, prestiti, soldi che vanno e che vengono, truffe, fino alla prossima partita.
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Non tutto funziona, anche perché Josh Safdie mette troppa carne al fuoco e troppe storie e sottostorie da portare avanti e chiudere per arrivare a un finale, a un certo punto non ne puoi più di tutto questo girare a vuoto, ma la frenesia del protagonista è contagiosa e la ricostruzione della New York degli anni ’50, grazie alle scenografie di Jack Fisk e alla fotografia di Darius Khondji, coi suoi alberghetti puzzolenti dove se ti fai una doccia puoi finire al piano di sotto, i negozietti macilenti, i locali malfamati, è una meraviglia.
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Gli attori, da Abel Ferrara a Sandra Bernhard, non sono mai messi lì a caso. E si permette di ricostruire la storia del campione di ping pong ebreo uscito Bela Kletzki, uscito dopo quattro anni di campo di concentramento, affidandolo all’indimenticabile Geza Rohrig, il protagonista di “Il figlio di Saul” di Viktor Nemes. Sì, esagera, il film spesso è debordante, ma avercene di film così. In sala dal 22 gennaio.
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