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Marco Giusti per Dagospia
Arieccolo lo scimmione… Fa il pazzo, si batte il petto, e poi cade come una pera per la prima ragazza che vede… La storia la sappiamo. Magari, però, il nuovo King Kong, che fa da protagonista in questo blockbuster costruito dalla Warner Bros e dalla Legendary Pictures più per il mercato asiatico che per quello americano, Kong Skull Island, diretto dal barbuto Jordan Vigt-Roberts, autore di due film indipendenti di un certo peso, è meno romantico e meno sbruffone del previsto.
Cioè, quando vede Brie Larson, che non è sexy come Fay Wray e Jessica Lange, o brava come Naomi Watts, anche lui fa il galante, ma non c’è gran romanticismo né da parte sua né da parte della bella. Poco sesso, insomma, a parte il gran pelo.
Il regista e i suoi tanti sceneggiatori, Max Borenstein, già autore del Godzilla di Gareth Edwards, che ha scritto per il primo trattamento, John Gatins, che ha scritto il secondo ma non firma, e Dan Gilroy e Derek Connolly, che hanno fatto degli aggiustamenti e riletture, cuciono la storia di King Kong come un mischione di Jurassick Park e Apocalypse Now con punte addirittura robinsoniane da Isola del tesoro. E hanno già in testa, e si sente, l’idea di spingere King Kong per portarlo a lottare contro Godzilla nel prossimo film.
L’azione è spostata nel 1973, alla fine della guerra in Vietnam, ormai persa, quando un gruppo di elicotteri militari comandati non da Robert Duvall ma un fanaticissimo colonnello Samuel L. Jackson scortano sull’ignota Skull Island un po’ di civili alla ricerca di qualcosa di ancora sconosciuto.
Fra loro troviamo il capo di una organizzazione del governo che va alla ricerca di mostri preistorici, John Goodman, un avventuriero inglese, Tom Hiddleston, una bella fotografa di guerra, Brie Larson, una cinese, Tian Jing, per doveri di coproduzione.
Sull’isola, ricostruita tra Hawaii e Australia, non troveranno solo King Kong, che si muove col corpo e gli occhi di Terry Notary, pronto a dar loro il benvenuto a suon di mazzate, ma un bel po’ di altri mostri, un ragnone mangiatutto, un insetto albero gigante, uccellacci col sangue blu, una polipone, ma soprattutto un bel po’ di buffi polli cattivi e zannutti che si muovono su due zampette e ti inghiottono in pochi secondi.
Se Samuel L. Jackson la prende sul personale e pensa di combattere col napalm King Kong come fosse un vietcong, Brie Larson e Tom Hiddleston, dove aver incontrato una sorta di naufrago Ben Gunn barbutissimo, il grande John C. Reilly, che vive sull’isola dal 1944 senza che nessuno sia mai andato a cercarlo, capiscono bene come stanno le cose.
King Kong è buono, spadroneggia perché si sente il re della foresta, vedi un po’…, ma protegge gli umani, cioè dei buffi selvaggi dipinti, dai cattivissimi polli zannutti carnivori che vivono sotto terra. Proprio come Ben Gunn, anche John C. Reilly ha una sorta di canoa che dovrebbe portare in salvo i nostri eroi. Ma Samuel L. Jackson ha occhi solo per la sua vendetta e per il napalm. Allora.
Diciamo subito che King Kong e tutti gli scontri coi mostri sono parecchio riusciti. Non si sente il bisogno della seconda parte di tutti gli altri King Kong dello schermo col mostro che fa il pagliaccio a New York. Basta il nuovo presidente. La svolta alla Apocalypse Now funziona sia come musica rock sia come look generale, ma non è certo originale.
Il cast, malgrado attori di talento, non è riuscitissimo, e John C. Reilly e Brie Larson finiscono per mangiarsi un po’ tutti. La regia di Vogt-Roberts, però, è decisamente superiore a quella dei blockbusters di questo tipo, e le scene d’azione funzionano parecchio. King Kong che lotta col polipone e poi se lo magna crudo è uno spettacolo. Lo ammettiamo. Ma un po’ si rimpiange Ceccherini all’isola dei famosi. Certo. Non sarà facilissimo battere Logan… Già in sala
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