DAGOREPORT – QUANDO SI VOTA? SARÀ ANCHE UNA “FISSAZIONE”, COME HA DETTO OGGI GIORGIA MELONI AI…
DAGOREPORTAGE DAL CONCERTO ROMANO DI BOB DYLAN – INCAPPUCCIATO COME UN LIBERATO (O UN MARANZA) QUALUNQUE, IL "MENESTRELLO" DISTRUGGE, DECOMPONE, RIARRANGIA PEZZI SEMISCONOSCIUTI, E QUALCHE HIT IRRICONOSCIBILE. NON È SOLO UN VEZZO DA “ROMPICOGLIONI” (DONDONI DIXIT), MA UN’OPERAZIONE RAGIONATA, E LOGICA: RENDERSI IRRICONOSCIBILE, ANNULLARSI, PER TORNARE ALLA MUSICA. E CHE MUSICA: BLUES, COUNTRY, ROCK AND ROLL DELLE ORIGINI, GOSPEL. UNA RIVISITAZIONE DELLA “RIVISITAZIONE” DELLA "HIGHWAY 61", LA STRADA DOVE NACQUE TUTTO - 100 MINUTI DI ASTRAZIONE CHE SOLO DYLAN PUÒ PERMETTERSI: SONO PASSATI 64 ANNI DAL SUO PRIMO DISCO, CANTA QUEL CHE GLI PARE, SE VI VA. PRENDERE O LASCIARE (I TELEFONI) - “VOLETE ‘BLOWIN’ IN THE WIND’? ANDATE DA DE GREGORI, È IL SUO BIS”...
1 - L’ERA DELL’IRRICONOSCIBILITÀ DI DYLAN
Alessandro Berrettoni per Dagospia
Era lui o non era lui? Ma certo che era lui! C’è voluta più di un’ora. Poi, quasi a fine concerto, al Palazzo dello Sport di Roma, s’è dipanata l’eco dell’armonica, e tutti hanno capito improvvisamente: sì, quello nascosto da un cappuccio bianco, nella penombra di una sala senza telefoni, non era un robot o un'intelligenza artificiale, ma Bob Dylan in carne e ossa.
Era trascorsa buona parte dei 100 minuti di durata del concerto, quando Bob ha soffiato, con l’ardore di una volta, nonostante la fatica e l’età, sullo strumento che l’ha reso immortale. Prima qualche nota, poi l’assolo di "Under the Red Sky", infine un altro, definitivo e finale, in "Every grain of sand".
È l’unica concessione alla “riconoscibilità” di un gigante che a 85 anni deve annullarsi per suonare quello che gli va, come gli va. Da decenni Dylan impone ai suoi fan un trattamento che molti considerano irrispettoso, maleducato, “rompicoglioni”, come ha detto il critico della “Stampa” Luca Dondoni. Solo lui può permetterselo: sono passati 64 anni dal suo primo disco, canta quel che gli pare, se vi va. Prendere o lasciare (i telefoni).
Annullarsi è anche l’unico modo per tornare davvero a casa. Perché se è vero che la scaletta non contiene o quasi grandi classici, è altrettanto vero che quei pochi che ci sono (“It ain’t me, babe”, e “Tangled up in blue”) vengono dissezionati, riarrangiati, destrutturati.
Un’altra operazione da “rompicoglioni”? Il gusto di provocare fine a se stesso? Più realistico che sia un modo, l’unico, per scardinare l’architettura musicale riconoscibile, appunto, e riportarla alla sua essenza: il Blues, le radici, il Mississipi, la Highway 61. La chiusura del cerchio.
Come scrive Stefano Mannucci, Dylan “è condannato alla character assassination del doppio di Robert Zimmerman”. Ma non solo all’originale (Robert Allen Zimmerman è il nome alla nascita di Bob Dylan).
A lui vanno aggiunti tutti gli alter ego che il “menestrello del Rock” ha impersonato negli ultimi 12 lustri: l’Elston Gunnn degli anni ’50, il Blind Boy Grunt che incideva folk di protesta, l’armonicista Robert Milkwood Thomas, e poi il Jack Frost degli anni ’90 e infine il Lucky Wilbury dei Traveling Wilburys, l’Alias del film "Pat Garrett and Billy the Kid" (1973) diretto da Sam Peckinpah.
Annullarli tutti, cancellarli, per tornare alla materia prima: l’origine della musica americana. Non può che essere questo ciò che frulla nella testa riccioluta di Dylan, è per questo che mette il cappuccio, per far sentire al pubblico quella musica come se a cantarla non fosse lui.
Come se non fossimo a Roma, ma in qualche Juke Joint di Memphis, negli anni ’50, insieme a B.B. King, o un giovanissimo Elvis Presley.
L’irriconoscibilità diventa manifesto già alla terza canzone, “It Ain’t Me, Babe”, capolavoro del 1964: “I'm not the one you want, babe, I'm not the one you need”. Non sono quello che vuoi, babe, non sono quello di cui hai bisogno. Non è la superstar, il mostro sacro, l’icona del rock, quello di cui abbiamo bisogno, ma di disconnetterci e ritrovare l’origine della musica americana.
Più tardi arriverà “I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You”, pezzo del 2020, in cui l’artista con un gesto speculare, invece, si offre interamente al pubblico: “I miei occhi sono come una stella cadente/Non guardano nulla qui o là, non guardano nulla vicino o lontano/Nessuno me l'ha mai detto, è solo qualcosa che sapevo/Ho deciso di donarmi a te”
Ma è nel trittico centrale che Dylan, pur tenendo il cappuccio e senza guardare mai il suo pubblico, si svela, anzi rivela la ragione del tour: “High Water (For Charley Patton)” è un omaggio al pioniere del Delta blues, “I can tell” al repertorio di Bo Diddley, icona del rock and roll delle origini, “Black Rider”, del 2020, è un dialogo con un cavaliere nero che somiglia al Demonio, richiamando la leggenda dell’incontro con il diavolo del mitico chitarrista blues Robert Johnson (il mito narra che da giovane Johnson fosse un chitarrista piuttosto scarso. Poi una notte, a un incrocio in Mississippi incontrò il diavolo, che gli prese la chitarra, la accordò, suonò alcune canzoni e gliela restituì. In cambio del suo accordo faustiano, Johnson ottenne una maestria sovrumana con la chitarra e una voce unica, diventando il padre fondatore del Delta blues).
Quindi arriva “Tangled up in blue”. che “sale come un gospel profano, con Dylan che trattiene la canzone a sé, temendo di vederla scappare” (come scrive ancora Mannucci).
Delta Blues, rock and roll, gospel. E poi il country di Jerry Lee Lewis (“Can’t seen to say goodbye”).
La tradizione della musica americana che Dylan aveva “rivisitato” nel capolavoro “Highway 61 revisited”, con la sorprendente “svolta elettrica”, viene rivisitata di nuovo, ribaltata.
Come quel disco era un pellegrinaggio culturale nella strada dove nacque il blues, oggi Dylan in concerto vuole reinterpretare sé stesso spogliandosi e dicendo al suo pubblico che era già tutto lì.
Robert Zimmerman, incappucciato come il rapper napoletano Liberato o un maranza qualunque, non si ferma mai: meglio di Netflix con la riproduzione automatica, il suo è un esercizio faticoso di “binge listening”, per qualcuno solo fretta da “rompicoglioni”.
Si siede ogni tanto, giusto un secondo, restando fisso davanti al pianoforte, poi non resiste nonostante gli acciacchi e si rialza, suona, sussurra, muove l’anca (un po’ sbilenca).
Un flusso continuo, con tonalità reggae, spiritual, a volte financo funky. Fino al saluto finale con “Every Grain of Sand”: “Sento gli antichi passi come il movimento del mare/A volte mi volto e c'è qualcuno, altre volte ci sono solo io/Sono appeso nell'equilibrio della realtà umana/Come ogni passero che cade, come ogni granello di sabbia”.
Gli antichi passi e gli antichi pezzi. Le vecchie autostrade e l’origine di tutto. Perché anche Bob Dylan è solo un granello di sabbia nell’infinita spiaggia della musica americana.
2 - L’UOMO SPARITO DENTRO BOB DYLAN, TRA PENOMBRA CATACOMBALE E PASSI MALCERTI AL CONCERTO DI ROMA
Estratto dell’articolo di Stefano Mannucci per www.ilfattoquotidiano.it
Il signor Robert A. Zimmerman scomparve senza lasciar traccia, ancor giovane, in una data imprecisata del 1962. Di certo prima del 19 marzo, giorno in cui Bob Dylan, malmostoso usurpatore della sua esistenza, pubblicò il suo primo album. Dicono che Zimmerman abbia tentato, di quando in quando, di riprendersi la propria identità, boicottando rancorosamente l’attività del cantautore.
[…] Dylan detesta essere Dylan e invidia la sua vittima Zimmerman. Però essere un’invenzione artistica – il sosia famoso di un montanaro del Minnesota – gli permette di calarsi in mille personaggi divenendo, alla fine, il doppio di Ognuno. È Ebreo Errante e Cristiano Rinato, l’Everyman della fede alle prese con la musica del diavolo, la stella riluttante di un Novecento ormai trascorso e logorato dalle illusioni della Storia, il vagabondo che trascina un mucchio di canzoni a caso a ogni tappa di un incessante viaggio.
C’è il problema dell’habeas corpus: chi c’è davvero dentro quell’hoodie che sale sul palco del Palaeur con passi malcerti?
Nella penombra catacombale della scena non lo si distingue: potrebbe trattarsi di un impostore, di uno stunt, di un ragazzo che nasconda sul petto un registratore con la voce di Dylan, simulando le movenze di un venerabile vegliardo.
In mancanza di prove, il pubblico non può che amare quella figura impegnata al piano elettrico, mentre attorno a lui la band si disimpegna con onore, un brano via l’altro senza interruzione, un’esperienza immersiva, vagamente museale, le mani infilate dentro l’inestimabile tesoro della Grande Musica Americana, in massima parte repertorio del Nostro, più un paio di cover: il r’n’r primigenio di Bo Diddley (“I Can’t tell”) e una serenata country di Jerry Lee Lewis (“Can’t seen to say goodbye”), due di quelle cose che l’adolescente Zimmerman ascoltava a letto di notte […].
Il concerto romano di Bob è esattamente questo: un virtuale apparecchio Dylan-Ola sintonizzato su un’era leggendaria. Giri la manopola ma resti sempre aggrappato a un brandello di American Dream di cui ci si sente oggi defraudati.
BOB DYLAN AL Newport Folk Festival CON LA CHITARRA ELETTRICA
[…] Ed è così per ogni brano: un rituale Kintsugi, l’arrangiamento originale da frantumare e ricomporre, i frammenti sigillati da cicatrici d’oro. Così da “Watching the river flow” fino a “Goodbye Jimmie Reed” passando per “Love Sick”, “High water (for Charley Patton)”, “Black Rider”, “Soon after midnight” e via andare in un profluvio di rock-blues, R&B, cajun, il valzerino di “I’ve made up my mind to give myself to you”.
Creazioni figlie di un Dylan minore? Macché. Non puoi non sapere che questi sono i sassolini che toglierà dalla sua bisaccia. L’Incappucciato potrebbe star pensando: “Volete ‘Blowin’ in the wind’? Andate da De Gregori, è il suo bis”. Lui, Bob, ha altro da fare. […]
kris kristofferson bob dylan pat garrett and billy the kid
bob dylan 1
bob dylan
bob dylan
bob dylan in moto 5
bob dylan 5
bob dylan by jerry schatzberg 1
bob dylan by jerry schatzberg 10
bob dylan
bob dylan il suo sogno era unirsi a little richard
BOB DYLAN SHADOW KINGDOM
bob dylan
bob dylan fotografato da simone cecchetti
bob dylan 1
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