novak djokovic

NOVAK DJOKOVIC È L’UNICO VENERATO MAESTRO CHE CONTINUA A ESSERE CONSIDERATO IL SOLITO STRONZO – A 39 ANNI "IL LUPO SERBO" VA A CACCIA A NEW YORK DEL SUO 25ESIMO SLAM A CORONAMENTO DI UNA CARRIERA MAESTOSA: DALLA ROTTURA DELLA DIARCHIA FEDERER-NADAL FINO ALLA SFIDA CON ALCARAZ E SINNER - IL DOCUMENTARIO DI JASON HEHIR, SU “PRIME VIDEO”: L’INCONTRO CON IL LUPO (“PROVAI UNA SENSAZIONE FORTISSIMA CHE NON MI HA MAI ABBANDONATO: UNA CONNESSIONE D’ANIMA, DI SPIRITO”), IL DOLORE PER I BOMBARDAMENTI SULLA SERBIA, LA FAME DI VITTORIE CON L’AGGIUNTA DELL’INAT, CONDIZIONE CHE RACCONTA LA TESTARDAGGINE SERBA, L'ORGOGLIO E LA CAPACITÀ DI RESISTENZA QUANDO TUTTO SEMBRA PERDUTO… - IL RACCONTO DI MARCO CIRIELLO - VIDEO

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https://www.primevideo.com/-/it/region/eu/detail/0HEASGZGJ95W5JF39A8KNM3L35?xdsso=1&ref_=atv_auth_red_aft&language=it

 

 

Marco Ciriello per https://www.editorialedomani.it/sport/djokovic-lupo-in-inverno-documentario-prime-video-corpo-anima-tennis-inat-ciriello-s0s3lume#

 

Novak Djokovic è l’unico venerato maestro che continua a essere considerato il solito stronzo. Il tennista serbo ci mette del suo, nel senso che è il primo a nutrire dubbi verso di sé anche se li usa per continuare a giocare e resistere. È stato il terzo, poi divenuto primo, tra Roger Federer e Rafa Nadal.

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Lo svizzero era l’eleganza, lo spagnolo la forza, e nessuno voleva che altri si intromettessero, Djoko l’ha fatto, con una prepotenza rottamatrice, finendo per rovinare la diarchia tanto che si porta dietro quel senso di colpa. Anche se gode moltissimo nell’essere riuscito a portare a termine l’impresa. E non ha ancora finito, perché gli altri due hanno smesso col tennis, il serbo no. Anzi, come Achab inseguiva Moby Dick si trova ad inseguire il suo venticinquesimo Slam, agli Us Open, col vantaggio dell’assenza di Jannik Sinner e della condizione da stropicciato di Carlos Alcaraz.

 

Ora, qui, New York, dove solo nel 2023 aveva vinto, può ripetersi e trovare l’assoluto, sarebbe l’unico con 25 Slam, staccando anche Margaret Court con la quale condivide il record dei 24, anche se quando giocava e vinceva Margaret l’Australian Open e i suoi campi erano lontani e poco frequentati come ora Marte, nonostante i progetti di Elon Musk. Djoko ha una grande forza, e una cura maniacale del corpo e della salute, che gli ha portato non pochi problemi e polemiche, ma soprattutto ha una resistenza che va oltre il tempo. Tutto questo si può vedere nel documentario Novak Djokovic: Il lupo in inverno di Jason Hehir, regista di The Last Dance, disponibile su Prime video.

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La fame di Novak viene da lontano, come il suo genio tennistico, e insieme diventano la sua storia. Dietro i suoi primati c’è un dolore e una solitudine che lui direbbe da lupo – animale simbolo della Serbia – che lui si ritrovò di faccia a dieci anni. Occhi negli occhi. Di quell’incontro sono rimasti il coraggio e la paura, e Djoko è il pendolo che oscilla tra le due condizioni, entrambe tornate utilissime, che lui ha saputo capitalizzare.

 

Nessun tennista – nemmeno Federer o Nadal – possono spaventarlo come il lupo quel giorno, e nessun tennista – nemmeno Sinner o Alcaraz – possono avere il coraggio di Novak nell’affrontarlo, rimanendo calmo. «Provai una sensazione fortissima che non mi ha mai abbandonato: una connessione d’anima, di spirito. Non ho mai creduto alle coincidenze, e pure quel lupo non lo era. Era previsto».

 

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Molti eventi straordinari nella vita di Djokovic per lui sono solo tappe di un grande tour di cose previste. Era previsto che si costruissero campi da tennis in montagna a Kopaonik, nel Sud della Serbia, davanti alla pizzeria Red Bull di proprietà dei suoi genitori. Era previsto che lui rimanesse affascinato da quello strano gioco con le racchette, fino ad allora aveva solo sciato, uno sport che gli tornerà utile come torna utile alla sua evoluzione italiana Jannik Sinner. Era previsto che su quei campi ci fosse l'allenatrice Jelena Gencic, ex tennista professionista, documentarista – elemento non secondario nella formazione culturale di Djoko – scopritrice di Monica Seles che per diversi anni sarà l’orizzonte e il termine di paragone per il piccolo Novak. «Vuoi una coca-cola? Monica Seles non beve coca-cola. Vuoi un hamburger? Monica Seles non mangia al fast-food».

 

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Era previsto che lui vedesse la finale di Wimbledon con Sampras che batte Courier. Era previsto che dopo aver vinto il suo primo Wimbledon (2011) battendo Nadal, Djoko portasse il trofeo a casa di Jelena Gencic. Era previsto che la Nato bombardasse Belgrado nel 1999 e che il piccolo Djoko dovesse cercarsi ogni mattina un campo diverso per allenarsi, per poi fuggire la sera dalle bombe, vedendo anche la distruzione dell’ospedale militare vicino casa sua.

 

Era previsto che il padre si indebitasse con gli strozzini per mantenerlo nell’accademia a Oberschleißheim di Nikola Pilic, dove Novak va a stare da solo a 13 anni ricongiungendosi con la solitudine del lupo. Era previsto che il suo servizio diventasse sintesi di potenza e bellezza. Erano previsti il suo rovescio e il suo dritto da antologia.

 

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Era previsto tutto, almeno secondo la sua visione. Fin da quando intervistato da bambino dice: «il tennis è responsabilità». Dal lupo a Wimbledon, crescendo in fretta, prima con Gencic che oltre i principi del tennis gli passa anche la musica classica, i libri, e la capacità critica.

 

Da Mozart a Puskin passando per Sampras. Questo è Djokovic, con l’aggiunta dell’inat: parola, concetto, condizione che racconta la testardaggine serba, anche l'orgoglio e la capacità di resistenza quando tutto sembra perduto, ecco: state pensando anche voi a Federer e Nadal che avevano tutto tranne l’inat. Per capirlo bisogna aver visto Underground di Emir Kusturica, perdersi nei labirinti di Danilo Kiš e ancora non basta. Come spiega Miljan Amanovic l’inat è: «Puoi bombardarci, ma noi non c’arrendiamo, e fottiti».