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Fulvio Abbate per "Il Dubbio"
Adesso è certo: Elena Ferrante è Anita Raja. Punto. Il gioco è finito. Dagospia in verità l’aveva detto da tempo. Resta lo sdegno di trova inaccettabile questa rivelazione, un insulto al buon gusto.
Per ciò che mi riguarda, la considerazione letterariamente più encomiabile sul volto finalmente svelato di Elena alias Anita (o viceversa) mi è giunta attraverso Twitter con le parole di Carlo Magnani, filosofo metodico del tennis, questi infatti così ha chiosato lo sgomento seguito alla rivelazione pubblica:
“Secondo i sensibili ed educati di Radio3 le visure catastali degne di nota sono quelle di Bertone e Scajola”. Sottoscrivo in toto questa riflessione, il fatto che i millesimi rivelati in questo caso riguardino una scrittrice viene visto dalle anime belle come una profanazione.
Provo a spiegare meglio la sostanza ultima della questione e a legittimare i Franti che hanno rotto l’incanto: se giochi a nasconderti con proprio l’abito dell’anima bella fra anime belle, è davvero sempre più letterariamente probabile che gli eredi di Philip Marlowe o perfino del Duca Lamberti di Scerbanenco, celebri detective implacabili, o perfino l’ultimo dei cronisti con fiuto da faina, risorgano dalla loro inaccessibile Arlington per scoprire dove risiedi davvero, chi sei in realtà, ma soprattutto, visto che nel nostro caso c’è di mezzo un riscontro monetario, che codice fiscale possiedi.
E’ una legge di natura, o se vuoi una legge finanziaria. E’ accaduto a tutti coloro che hanno cercato nel tempo di celare la propria presenza, perfino senza rinunciare alla vera identità: Salinger, Lucio Battisti, Matteo Messina Denaro. C’è perfino una trasmissione televisiva di successo a confermare il nostro modesto assioma, “Chi l’ha visto?”
Ora, ci sta tutta che la signora Anita Raja-Elena Ferrante e il suo compagno, Domenico Starnone, scrittore di indiscusso valore anch’egli, nonché Premio Strega, possano sentirsi personalmente risentiti per l’intromissione nel proprio privato bancario, e dunque stiano a guardia dei propri “730” come Giovanni Drogo davanti al deserto dei Tartari, assai meno comprensibile appare invece l’indignazione della comunità dei lettori sensibili rispetto all’accaduto, rispetto al fatto che un giornalista del “Sole 24 Ore”, testata di Confindustria, sia andato idealmente a sventrare i materassi di casa Raja-Starnone trovandovi dentro le royalties dei romanzi di successo planetario di Elena Ferrante, risaputa autrice per anime belle.
Mi spiace, ma non riesco davvero a comprendere la protervia lagrimosa dei sensibili che gridano al sacrilegio, li intuisco come gli stessi che stanno a guardia della zuppa di farro e delle ballerine, nel senso di scarpe, le medesime creature che si riconoscono nella prosa di Concita De Gregorio o che accorrono a vedere i film di Cristina Comencini e magari sotto Natale si complimentano con la regista per i successi del figlio così giovane eppure subito ministro dello Sviluppo economico, già interprete di Enrico, nel “Cuore” di nonno Luigi, gli stessi che all’uscita dell’ultimo film o romanzo di Veltroni si convincono queste questi sia davvero uno scrittore,
le stesse signore che anni addietro erano sinceramente convinte che Veronica Lario fosse una “quinta colonna” di sinistra ad Arcore e, sempre nel loro candore, innalzavano cartelli con “Silvio non ti merita!”, e poi tutto la banalità affluente da “Ultima spiaggia” di Chiarone cioè Capalbio, gli stessi che si commuovono davanti al mammismo di Nichi Vendola, speculari a quegli altri che, due traverse dopo, imprecano invece contri i “ladri!!!!” con la bava alle zanne.
E’ triste constatare che il popolo dei lettori di romanzi dà la sensazione d’essere più bigotto dei dorotei. Gente davvero sensibile. Per loro, educati al tatto da Radio3, le uniche visure catastali ammesse sono quelle di Bertone e Scajola.
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