DAGOREPORT – CON SALVINI ALLE CORDE, TAJANI ALLO SBANDO, VANNACCI IN AGGUATO, BASTEREBBE UNA…
“ALL’OSSERVATORE ROMANO ERO COME ALDO MORO PRIGIONIERO DELLE BRIGATE ROSSE” – GIOVANNI MARIA VIAN, EX DIRETTORE DEL QUOTIDIANO DEL VATICANO, RACCONTA: “ERA ORMAI SERA QUANDO ARRIVÒ PER LA PRIMA VOLTA AL GIORNALE PAOLO RUFFINI, PREFETTO PER LA COMUNICAZIONE. ALLA FINE BUTTÒ LÌ: ‘ERO VENUTO QUI PER DIRTI CHE DOMANI VIENE NOMINATO UN NUOVO DIRETTORE’. DOVETTI ESSERE IO A CHIEDERGLI IL NOME” – “IL PAPATO DI BERGOGLIO? IN CHIAROSCURO. CHIARO FINO AL 2018. POI BERGOGLIO SI È COME CHIUSO IN SÉ STESSO. DOPO LA MORTE DI RATZINGER, HA INIZIATO A SBANDARE. SOTTO IL CUPOLONE SI MALIGNAVA: ‘HA VOLUTO CHIUDERE LA CORTE E NON SI È ACCORTO DI AVER APERTO UN CORTILE’”
Stefano Lorenzetto per "Il Mattino di Padova", "La Nuova di Venezia e Mestre", "La Tribuna di Treviso", "Messaggero Veneto", "Il Piccolo", "Corriere delle Alpi", quotidiani del gruppo gruppo Nord Est Multimedia
giovanni maria vian in piazza san pietro
Nella raccolta La meglio gioventù di Pier Paolo Pasolini compare il poemetto Il soldât di Napoleon, in dialetto friulano, che Sergio Endrigo nel 1962 tradusse nella canzone Il soldato di Napoleone.
Una strofa recita: «Il cavallo si ferma e con l’occhio quieto buono / guarda il suo padrone che ormai muore di freddo. / Vincenzo gli squarcia il ventre, la sua baionetta / e dentro vi ripara la vita che gli avanza».
Il più lontano antenato di Giovanni Maria Vian, 74 anni, per 30 docente di filologia patristica alla Sapienza di Roma, si chiamava Andrea e quel brano sembra parlare di lui.
Era un tagliaboschi originario di Meduno, in Friuli. «Quando la mamma rimproverava me e i miei fratelli per la nostra testardaggine, sbottava esasperata: “Siete proprio friulani!”», ricorda il pronipote del boscaiolo.
Doveva essere un marcantonio Andrea Vian, nato nel 1791, se andò in Russia come granatiere, arruolato da Bonaparte per la disastrosa campagna che fa da sfondo a Guerra e pace. Si salvò dal tremendo gelo nella battaglia della Beresina sventrando il cavallo e rannicchiandosi nella pancia del povero equino.
Tornato a casa, Andrea si stabilisce a Venezia, sposa una ragazza facoltosa e si dedica con successo al commercio. Comincia così la storia della famiglia Vian, imparentata con un ramo dei dogi Contarini, quello del cardinale Gasparo, il Martin Lutero italico, sepolto alla Madonna dell’Orto.
giovanni maria vian con papa ratzinger
Forse per compensare i sospetti di eresia che circondarono il porporato, da lì in avanti i Vian si sono distinti, tutti, per l’assoluta fedeltà alla Chiesa di Roma. Fedele fu Agostino, avvocato veneziano, amico di Pio X, che il patriarca Giuseppe Sarto unì in matrimonio con Giuseppina Castagna il 17 giugno 1903, poche settimane prima della morte di papa Leone XIII e della partenza per il conclave dal quale sarebbe uscito pontefice.
cesarina ghioldi tiene fra le braccia il figlio giovanni maria
Fedele fu il figlio Nello, amico e bibliotecario personale di Paolo VI, che era il suo direttore spirituale. Fedeli sono stati il primogenito di Nello, Giovanni Maria, direttore emerito dell’Osservatore Romano, che ha guidato per 11 anni, e Paolo, il terzogenito, medievista di formazione, anch’egli bibliotecario, attuale viceprefetto dell’Archivio vaticano.
«Ha sgarrato solo il secondogenito, Lorenzo, che è stato funzionario alla Banca nazionale del lavoro, ma è più fedele di noi due», ride l’ex timoniere del quotidiano della Santa Sede, autore di 6 libri negli ultimi 7 anni, Le vie delle Bibbie (Il Mulino) quello più recente.
Sta scrivendo il prossimo: «È una storia breve della comunicazione papale, dall’apostolo Pietro fino ai nostri giorni».
giovanni maria vian con lucetta scaraffia
Non mi risulta che al primo papa servisse un pi erre.
«Esiste una bellissima tavoletta di Beato Angelico, che allude a una sorta di ufficio stampa del tempo: mentre Pietro predica, l’evangelista Marco prende appunti, un collaboratore gli tiene i fogli, un altro li rilegge, un terzo li arrotola».
Fotografa i nostri tempi: mi dicono che il Dicastero per la comunicazione della Santa Sede conta 574 dipendenti.
«Qualcosa del genere. È un corpaccione cresciuto con la Radio Vaticana, che arrivò ad averne da sola circa 400. Ma all’epoca c’era la Guerra fredda. Le onde corte e medie rappresentavano l’unico modo per far giungere la voce del Papa oltre la cortina di ferro».
[...] Come arrivano i Vian a Roma?
papa francesco bacia la mano di ratzinger
«Mio padre Nello fu mandato da padre Gemelli a specializzarsi in biblioteconomia alla Biblioteca vaticana, ma i due entrarono in urto. Eugène Tisserant, poi cardinale decano, lo fece assumere in Vaticano. In quel periodo aveva trovato rifugio oltre le mura leonine anche Alcide De Gasperi. Era buon amico di papà, tornavano a casa insieme dopo il lavoro e conversavano a lungo».
Abitavate nella Città del Vaticano?
«No, in via di Porta Angelica, a 30 metri dalla Porta Sant’Anna, l’accesso principale al minuscolo Stato. Mia madre, Cesarina Ghioldi, comasca di Guanzate, ma orgogliosissima di essere stata battezzata “a testa ingiù” secondo il rito ambrosiano, ci portava a giocare nei giardini pontifici, un piccolo privilegio, perché papà era il segretario della Biblioteca vaticana.
Un giorno, mentre mettevo in acqua nella Fontana dell’Aquilone una barchetta ricavata da una pigna, scivolai sui ciottoli bagnati, spezzandomi un incisivo. L’altro me lo ruppe un fratello, credo Lorenzo». (Mostra i due denti scheggiati). «Facevamo spesso a botte, come tutti i bambini, e un nostro cugino ricorda ancora divertito che a ogni capocciata la mamma, spaventatissima, ci appoggiava sulla fronte una reliquia di san Pio X».
Del quale suo padre è stato il biografo.
«Ha studiato molto Sarto. Nel bellissimo Avemaria per un vecchio prete racconta le ultime ore di vita del Papa morto il 20 agosto 1914. L’anno prima, l’11 febbraio, era scomparsa Rosa, una delle tre Sarto, nubili, che lo avevano seguito a Roma. Il Papa ne soffrì acutamente.
Le sorelle gli avevano espresso il desiderio di riposare da defunte vicino a lui, in Vaticano. Le aveva deluse dicendo loro: “Tose, xe mejo che andè co’ vostra mare”. Non cambiò idea. Morta alla soglia di San Pietro, Rosa non ebbe nemmeno il funerale nella basilica, ma in quella cimiteriale di San Lorenzo fuori le Mura, e fu poi traslata accanto alla madre nel camposanto di Riese. La ripulsa del nepotismo, spesso praticato dai papi, in Pio X era netta».
Lei abitava in Vaticano?
PAOLO RUFFINI CON PAPA FRANCESCO
«Sì, nella Casina del Giardiniere, la più piccola e la più bella abitazione dello Stato, a 150 metri dal monastero Mater Ecclesiae in cui si ritirò Benedetto XVI dopo la rinuncia al papato. E anche la più umida: arrivavo la mattina al giornale con un mal di testa feroce, che in redazione spariva d’incanto».
Chi la volle direttore?
«Papa Ratzinger, d’intesa con Bertone, segretario di Stato, che avevo conosciuto quand’ero redattore dell’enciclopedia Treccani perché collaborava con noi per le voci sul diritto canonico appena rinnovato».
Che mandato ebbe da Benedetto XVI?
ANDREA TORNIELLI PAOLO RUFFINI
«Quello di rendere il giornale davvero internazionale e di aprirlo all’universo femminile. Lucetta Scaraffia, mia collega alla Sapienza e amica, lo fece benissimo con il supplemento Donne Chiesa Mondo, che piaceva molto a Ratzinger».
Com’è che all’Osservatore lei scriveva «il Papa», con la maiuscola, mentre adesso, da collaboratore di Domani, lo scrive con la minuscola?
«Ero come Aldo Moro prigioniero delle Brigate rosse, si parva licet. Ma solo per il lessico».
Questa sì che è buona.
«Fu l’unica richiesta che mi rivolse Bertone: “Almeno Papa lo scriva con la maiuscola”».
Non servì. Le tolsero la direzione dalla sera alla mattina.
«Dice bene: era ormai sera quando arrivò per la prima volta al giornale Paolo Ruffini, prefetto per la comunicazione. Credevo che volesse parlare del rilancio dell’Osservatore e, in effetti, ne discutemmo. Ma alla fine buttò lì: “Ero venuto qui per dirti che domani viene nominato un nuovo direttore”. Dovetti essere io a chiedergli il nome di chi avrebbe preso il mio posto, altrimenti non so se me lo avrebbe detto. Tornai a insegnare alla Sapienza».
Che motivi aveva papa Francesco per cacciarla?
«Lo ignoro. Al suo ex allievo Jorge Milia, giornalista e scrittore argentino, una volta disse di me: “Es trabajador, tiene un buen español y no molesta”, è un lavoratore, parla bene lo spagnolo e non dà fastidio. L’avranno convinto che l’avvicendamento era necessario».
Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, non prese le sue difese? «Due settimane dopo mi tenne al telefono un’ora. È una persona attenta e premurosa. “Io non sapevo niente”, si giustificò. Lo stesso mi aveva detto Angelo Becciu, sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato. Ho creduto a entrambi».
Si sussurra che Parolin lascerà il ruolo di numero 2 della Santa Sede e verrà mandato come patriarca a Venezia.
«Sarebbe il coronamento della sua carriera e un ritorno nella terra natia. Solo che ha già 71 anni. Beh, il cardinale di Barcellona ne ha compiuti 80 ad aprile ed è tuttora in carica».
Come giudica il papato di Francesco?
«In chiaroscuro. Chiaro fino al 2018. Poi Bergoglio si è come chiuso in sé stesso. Dopo la morte di Ratzinger, ha iniziato a sbandare. Prima si tratteneva, perché riconosceva la grandezza del Papa tedesco e gli era devoto, anche se credo che non sopportasse il confronto. Gli sarebbe bastato governare, ma non lo ha fatto, come i due predecessori non italiani dopo il 1978. Non si fidava di nessuno. Si appoggiava a collaboratori stravaganti, diciamo così. Li usava e li allontanava. Risultato: lo sgoverno».
Fra costoro, figurava la lobbista Francesca Immacolata Chaouqui, principale accusatrice del cardinale Becciu. La quale portava a Bergoglio la torta di compleanno e si vantava sui social di fare la spesa all’Annona vaticana. Protagonista dello scandalo Vatileaks 2, fu condannata nel 2016 dal tribunale vaticano a 10 mesi per concorso nella divulgazione di documenti riservati della Santa Sede.
«La incontrai all’Osservatore su richiesta di una persona influente. Voleva arrivare a Francesco, perché sosteneva che fosse in pericolo. Le risposi: guardi, secondo me, il Papa non è affatto in pericolo e comunque sa difendersi benissimo da solo».
PIETRO PAROLIN - ROBERT FRANCIS PREVOST
A me Becciu rivelò che la nomina di Chaouqui nella Cosea, commissione che avrebbe dovuto riorganizzare la struttura economica e amministrativa della Santa Sede, avvenne a sua insaputa.
«È uno degli aspetti poco chiari del governo bergogliano. La residenza del Papa a Santa Marta ha significato il venir meno dei filtri istituzionali, rodati da secoli nel Palazzo Apostolico. Sotto il Cupolone, dove non mancano i battutisti urticanti, si malignava: “Ha voluto chiudere la corte e non si è accorto di aver aperto un cortile”».
Ritiene Becciu colpevole?
«No, sicuramente innocente».
Ecco spiegato perché vi hanno defenestrati tutt’e due.
«La sua rimozione, un vero calvario, è un enigma in cui si mescolano aspetti caratteriali e gelosie. Fu lo stesso Francesco a dirgli, dopo avergli revocato le prerogative cardinalizie sulla base di un’inchiesta dell’Espresso che alla prova dei fatti si è rivelata una montatura: “C’è qualcuno che ti vuole male”.
Ma in questa vicenda c’entra anche una peculiarità di Bergoglio: il voler mostrare che lui non guardava in faccia nessuno. Aggiunga la volontà di minimizzare la Segreteria di Stato. Non è un mistero che detestasse la curia. Il caso Becciu è servito allo scopo».
Come andrà a finire?
papa leone xiv al meeting di rimini
«È un intrico complicato e molto criticato sul piano del diritto, come ha avuto il coraggio di scrivere il cardinale spagnolo Julián Herranz, giurista esperto e rigoroso, nel suo libro Due papi dedicato a Benedetto e Francesco. Il mio maestro Manlio Simonetti, che all’università ne aveva viste di tutti i colori, mi ripeteva spesso: “L’unico modo per far saltare un concorso è il vizio di forma”».
Quindi?
«In Vaticano non accadrà mai che venga sconfessato un pontefice defunto. Leone XIV, in netta controtendenza rispetto al suo predecessore, ha però messo in chiaro fin da subito che “i papi passano, ma la curia resta”, ridandole così fiducia. E ha nominato sostituto della Segreteria di Stato il bergamasco Paolo Rudelli, un diplomatico di prim’ordine, solido e prudente».
Lei ripone molta fiducia in Leone XIV, o sbaglio?
i nuovi cardinali incontrano ratzinger 1
«Non sbaglia. È il primo papa non italiano che governa. E lo fa benissimo, in modo calmo ma deciso. Ha trovato un campo minato e lo sta sminando con la necessaria cautela».
Lo ha mai incontrato?
«A Trujillo, durante il viaggio di Francesco in Cile e Perú. E lo incrociavo frequentando a Roma la biblioteca degli agostiniani, quando lui era il priore generale dell’ordine».
Quanti papi ha visto nella sua vita?
«Avevo 6 anni quando morì Pio XII, ma ricordo solo vagamente la notizia. Poi, da Giovanni XXIII li ho visti tutti: in totale sono 7. E dal 1963 non ho mai mancato un “Habemus papam” in piazza San Pietro. Ero lì anche la sera dell’11 ottobre 1962, quando Roncalli improvvisò il celebre discorso dopo l’apertura del Concilio Vaticano II: “Si direbbe che persino la luna si è affrettata, stasera – osservatela in alto! – a guardare a questo spettacolo. Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa”. Ero uno di quei bambini, però stavo in piazza».
L OSSERVATORE ROMANO - PRIMA PAGINA DELL EDIZIONE STRAORDINARIA PER L ELEZIONE DI PAPA LEONE XIV
È legatissimo a san Paolo VI.
«Sarà pure un pregiudizio, ma in casa nostra Montini è sempre stato “il” Papa. Un gigante della spiritualità e del governo della Chiesa. Mi battezzò in San Pietro, quando era sostituto della Segreteria di Stato, come faceva con i figli degli amici».
Il modo in cui il Vaticano si è sbarazzato di lei ha incrinato la sua fede?
«Proprio no. Conosco la casa. E come i corvi di Dumbo posso cantare: “Ne ho vedute tante da raccontar, giammai gli elefanti volar”».
E non vacillò quando perse sua moglie Margarita Rodríguez, uruguaiana?
«Nemmeno. Siamo stati insieme 23 anni, 16 dei quali da marito e moglie. A presentarmela fu Anna Portoghese, giornalista di Rocca, la rivista della Pro Civitate Christiana di Assisi. Margarita si ammalò di sclerosi multipla. Non abbiamo avuto figli e in questi casi ci si domanda sempre...». (Abbassa lo sguardo). «Avrebbero visto l’agonia della madre».
Dov’è sepolta?
robert francis prevost durante un alluvione in peru
«I fratelli hanno voluto disperdere le sue ceneri nell’Atlantico, di fronte a Montevideo».
È vero che partecipò alle selezioni per Miss Universo?
«Una leggenda, anche se in tutte le leggende c’è un fondo di verità: era davvero molto bella».
Sicuro di rivederla, un giorno?
«Non sappiamo nulla dell’aldilà. Ma uno dei punti di forza della fede cristiana è la comunione dei santi, cioè il legame indissolubile tra i vivi e i morti. E io ci credo».
Il suo primo editoriale da direttore dell’Osservatore Romano si concludeva così: «Il male non avrà l’ultima parola». È certo anche di questo?
«Sì, altrimenti non avrei accettato di guidare un giornale che reca nella testata il motto “Non praevalebunt”. Le porte dell’inferno non prevarranno. Ce lo ha promesso Gesù».
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