DAGOREPORT – PERCHÈ È PIÙ FACILE PARLARE CON L’UOMO PIÙ POTENTE (E DEMENTE) DEL MONDO CHE CON…
Aldo Grasso per “Il Corriere della Sera”
Va beh, siamo soltanto agli inizi, e in tv la prima impressione non è la sola che conti, ma se le premesse sono queste, converrà cercare altrove quelli che ormai pomposamente vengono chiamati «approfondimenti» giornalistici. Giovanni Floris in versione mezzobusto non convince, a confronto «Il fatto» di Enzo Biagi (1995) sembra tv del futuro.
«19 e 40» paga l’assurdo su cui si fonda: per sviscerare il fatto del giorno, bisogna che prima ci sia il telegiornale, bisogna che la notizia venga gerarchizzata dal notiziario, altrimenti si resta nel vago. Floris non approfondisce un fatto ma un tema (che fatalmente è astratto); Floris non espone un punto di vista ma mette assieme diverse opinioni (persino quella di Michel Martone, di cui proprio non si sentiva l’urgenza).
In poco più di un quarto d’ora, Floris ha messo troppa carne al fuoco, con il risultato che era difficile capire qualcosa. Tutto è in eccesso: il testo scritto (effetto compitino scolastico), i cartelli esplicativi (ancora effetto scuola), gli ospiti (effetto interrogazione), persino la grafica (effetto filmini scolastici).
La speranza è che qualcuno dei suoi autori usi forbici per potare, sfrondare, scortecciare. Anche la concitazione ha fatto la sua parte: parlare a braccio serve a trovare il ritmo giusto, a sottolineare un aspetto, a sorvolare su un altro. Siamo all’inizio e la tv si fonda sulla ripetizione, sull’abitudine. Ma anche su alcune regole.
Floris, per quanto si può conoscerlo dalla tv, non accetterà mai di fare da traino a Mentana. Eppure il suo compito, nella strategia palinsestuale, è proprio quello: in una corsa ciclistica c’è chi tira la volata al più veloce della squadra. E poi c’è da tener presenta l’intera sequenza de La7: Floris, Mentana, Gruber, il talk di prima serata. Arrivi a Lilli che sei già esausto e se poi appare Ale Moretti il desiderio di cambiare canale diventa impellente.
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