UN CINEPANETTONE RADICAL-CHIC - IL ‘MIDNIGHT IN PARIS’ DI WOODY ALLEN, CHE RICEVE APPLAUSI SLINGUAZZANTI, HA TUTTO PER ESSERE LA VERSIONE UPPER CLASS DI “UN MATRIMONIO A PARIGI” DI MASSIMO BOLDI - UN FILM DA CINETURISMO DI LUSSO, CON INQUADRATURE DA CARTOLINA CHE NEANCHE LA PRO LOCO E UN PROTAGONISTA FIGHETTO CHE DETESTA LA CULTURA DI MASSA E VORREBBE FUGGIRE DALLA VOLGARITÀ DI MALIBU PER VIVERE DI ROMANTICHE PROMENADES LUNGO LA SENNA - ARIDATECE BOLDI!…

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Gianni Canova per "il Fatto quotidiano"

E se Midnight in Paris fosse poco più (o poco altro...) che un cinepanettone per intellettuali radical chic? La domanda mi si insinua subdola in una zona d'ombra del cervello mentre sto cercando faticosamente di capire perché l'ultimo Woody Allen sia stato definito «incantevole» e «delizioso» da quasi tutti i colleghi "critici", mentre in me suscita per lo più noia, insofferenza e - da un certo momento in poi - perfino irritazione.

Owen Wilson come Massimo Boldi, alle prese con la sua versione upper class di un "matrimonio a Parigi"? Idea perfida, ma non del tutto infondata. Perché Midnight in Paris è a tutti gli effetti una forma di cineturismo di lusso. Fin dall'incipit, quando Woody Allen celebra la ville lumière con alcune esemplari inquadrature "da cartolina". Non manca nulla: Montmartre e il Moulin Rouge, gli Champs Elysées e la Tour Eiffel, Notre Dame e il Louvre. Per non parlare di un bistrot molto "tipico" e di un paio di inquadrature della Rive Gauche sotto la pioggia, sulle note di un jazz struggente che più struggente non si può.

Ma - dicono i fan - è un incipit che ricorda quello di Manhattan, quando Woody Allen dipingeva sullo schermo i grattacieli, le insegne luminose, Park Avenue sotto la neve, e poi il Guggenheim, Broadway, lo Yankee Stadium, impaginando il tutto sulle note rapinose della Rapsodia in blu di Gershwin. Vero. Ma a patto di ricordare che lì, in Manhattan, Woody Allen non vampirizzava uno stereotipo, lo fondava, e creava l'iconografia con cui la Grande Mela si sarebbe depositata per sempre nell'immaginario collettivo degli ultimi decenni del Novecento.

Qui invece non crea nulla: impagina solo - come un tour operator di lusso - gli stereotipi con cui qualsiasi "straniero" ama immaginare la capitale francese. Ma Midnight in Paris non è solo un tour turistico nella Parigi dei giorni nostri: attraverso la trovata del "Cenerentolo" che allo scoccar di mezzanotte si imbarca su una misteriosa vettura che lo porta indietro nel tempo, l'ultimo film di Woody Allen è anche un viaggio nelle meraviglie della Parigi degli anni Venti e poi, più indietro ancora, in quella della Belle Époque.

Nella prima destinazione l'alter ego di Woody Allen (un Owen Wilson che cammina come lui, balbetta come lui, e porta i capelli come lui li portava 40 anni fa...) incontra Hemingway e Picasso, Dalì e Buñuel, Zelda e Scott Fitzgerald, mentre nella Parigi della Belle Époque siede allo stesso tavolo con Lautrec, Gauguin e Degas, fra allegre e scanzonate ballerine di can can. Come dire: Woody Allen costruisce il suo personalissimo Pantheon. Incolla le figurine giuste sul suo album Panini.

Fa del suo personaggio il fighetto radical che detesta la cultura di massa e vorrebbe fuggire dalla volgarità di Malibu per vivere di romantiche promenades lungo la Senna, dormendo magari - povero ma felice - in un austero monolocale a Pigalle. Che originalità.
Eppure la critica l'ha osannato. Quegli stessi che avevano stroncato film come The Tourist o Mangia, prega, ama con l'accusa di rappresentare una Venezia e un'Italia gonfie di stereotipi da cartolina, ora plaudono incondizionatamente al "genio" dell'occhialuto comico newyorkese.

Che era un grande regista quando gli stereotipi li faceva a pezzi (come in Zelig, Harry a pezzi, Crimini e misfatti), lo è un po' meno quando negli stereotipi ci si crogiola mellifluo e compiaciuto. Ma Midnight in Paris - osserva qualcuno - è anche un apologo "filosofico" sulla nostalgia, e sul bisogno di avere un'epoca d'oro da rimpiangere per rimuovere o negare un presente insoddisfacente. Il vintage come forma di opposizione? Sarà.

Io ho sempre pensato che fosse prima di tutto un'astuzia del Capitale: una strategia del marketing per reimmettere nel circuito del consumo ciò che dal punto di vista funzionale è ormai sorpassato e obsoleto. Ma alla volgarità dell'economia gli intellettuali chic preferiscono le svenevolezze della fantasia. E danzano immemori sulle sue ali leggiadre. Buon per loro. Del resto, lo confesso, è successo anche a me: all'uscita di Midnight in Paris, a proposito di viaggi nel tempo, mi sono ritrovato a rimpiangere la mitica DeLorean di Robert Zemeckis e il suo volgarissimo Ritorno al futuro.

 

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