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DYLAN, IL BUGIARDO - NELLA FASE DELLA VITA IN CUI IL PUBBLICO GIOVANE SMETTEVA DI CREDERE CHE JOHN WAYNE FOSSE UN VERO COWBOY, ACCOGLIEVA VOLENTIERI L’IDEA CHE ROBERT ZIMMERMAN, DA HIBBING, MINNESOTA, FOSSE UN VAGABONDO TRASPORTATO A NEW YORK DAL VENTO DEL DESTINO – NEL 1961 L'ERA ROCK'N'ROLL DI ELVIS ERA FINITA? ZAC! SI RIBATTEZZO' BOB DYLAN E SI BUTTO' SULL'EMERGENTE MUSICA FOLK - INDOSSAVA ABITI DA LAVORO, SEBBENE FOSSE EVIDENTE CHE NON AVEVA MAI SGOBBATO IN VITA SUA, E RACCONTAVA UN MUCCHIO DI BALLE COLOSSALI SULLE SUE ORIGINI: “SONO CRESCIUTO IN NEW MEXICO. HO VIAGGIATO CON IL CIRCO DA QUANDO AVEVO CIRCA TREDICI ANNI” - DISSE DI AVER SUONATO CON GENE VINCENT, DI AVER IMPARATO LA CHITARRA DA UN BLUESMAN CON UN OCCHIO SOLO CHE SI FACEVA CHIAMARE WIGGLEFOOT - MODELLÒ IL SUO MITO SULLA VITA DELLA LEGGENDA DEL FOLK, WOODY GUTHRIE: DISSE DI AVER FATTO IL BRACCIANTE E CHE SUONAVA LA CHITARRA SLIDE CON UN COLTELLO A SERRAMANICO – IL MITO BOB DYLAN DECOLLÒ PER IL SEMPLICE MOTIVO CHE DISSE LE FREGNACCE CHE LA GENTE VOLEVA CREDERE. E LO ADORAVANO PER QUESTO… - VIDEO

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David Hepworth - "Uncommon People. Ascesa e caduta delle rockstar"Traduzione di Milena Sanfilippo Nottetempo editore - Estratti

 

Uncommon People Ascesa e caduta delle rockstar - David Hepworth

…nell’autunno del 1961 Bob Dylan arrivò a New York già maturo, tanto che il suo talento e la sua originalità furono subito chiarissimi a chiunque avesse orecchie per ascoltare, e che fermare la sua ascesa sulla ribalta mondiale sarebbe stato impossibile quanto arrestare l’avanzare del tempo. Peccato che non fu così semplice.

 

Nel 1961, il rock and roll sembrava ormai finito. Il twist la faceva da padrone. Elvis Presley, appena uscito dall’esercito, era apparso subito al Frank Sinatra Timex Show, completamente a suo agio in smoking e nel parodiare il suo stesso passato da ancheggiatore.

elvis presley

 

 

 

 

Little Richard si era sdoppiato in modo bizzarro, sposandosi e dedicandosi al sacerdozio cristiano.

 

Jerry Lee Lewis era ancora impantanato negli scandali del 1958. Chuck Berry era sotto processo per violazione del Mann Act – un’accusa il cui nodo legale era stabilire se avesse portato una quattordicenne apache oltre i confini di Stato allo scopo di salvarla dal vizio o per trascinarcela ancora più a fondo.

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LITTLE RICHARD

Ma in quel momento, almeno negli Stati Uniti, il fenomeno che apparentemente era subentrato al rock and roll tra i giovanissimi era la musica folk. Canzoni con testi che avevano un significato. Canzoni che celebravano valori antichi. Canzoni che indicavano opportunamente dove il mondo stesse fallendo.

 

jerry lee lewis 8

 

 

Canzoni che si prestavano a essere eseguite nel modo migliore con strumenti di legno semplici che non necessitavano né della plastica né dell’elettricità delle macchine. Canzoni che permettevano a chi le ascoltava, ovvero una maggioranza schiacciante di bianchi, benestanti e beneficiari di un’istruzione universitaria, di sentirsi dalla parte degli angeli.

 

CHUCK BERRY

Tutti si andavano adattando a questa nuova estetica. ………….. A casa sua a Hibbing, Minnesota, Robert Zimmerman aveva emulato lo stile classico del rocker con il colletto all’insù, spingendosi persino a ribattezzarsi Elston Gunn quando suonava con le varie band del posto.

 

Posava sulla Harley-Davidson che i suoi benevoli genitori gli avevano regalato per assecondare la sua ossessione per James Dean e girava per la città con un giubbotto di pelle rossa come ogni adolescente sognatore. Chi lo ha sentito cantare all’epoca racconta che prediligeva lo stile di Buddy Holly. Non a caso, dopo la morte di Holly nel disastro aereo del 1959 si mise in lutto.

buddy holly

 

Oltre al timore di non stare al passo con la moda, Zimmerman capì anche che c’era qualche vantaggio nella decisione di unirsi alle fila dei nuovi menestrelli. Inoltre, la sua esperienza nella città natale di quanto potesse essere faticoso tenere uniti i membri di una band lo aveva sensibilizzato al fascino di cimentarsi come solista folk.

 

La cosa faceva il paio con l’immagine che aveva di sé. Negli anni a venire Dylan avrebbe spiegato la sua urgenza giovanile dicendo di aver sempre creduto che il mondo in cui era nato non fosse quello giusto per lui. Che Hibbing non fosse casa sua. I grandi eventi della storia gli sembravano più stringenti di qualsiasi cosa pubblicassero i giornali. Era destinato a cose più grandi.

 

Dichiarò, addirittura, di essersi sempre visto come un comandante dell’esercito. Era nato fuori dal suo tempo. Non era il solo giovane ad affrontare il mondo angusto degli anni Cinquanta riparando nei sogni a occhi aperti.

 

bob dylan

Eppure, mentre il protagonista di Billy il bugiardo (Billy Liar), il romanzo di Keith Waterhouse pubblicato nel 1959, era oggetto di scherno per le sue fantasticherie, Robert Zimmerman, ragazzo di periferia con il carico standard di insicurezze, scoprì che trasformandosi in

Bob Dylan, cantante folk, poteva attirare l’attenzione di un’intera sala e dirigerla tutta verso di sé.

 

Quello che Zimmerman stava per compiere sarebbe stato impossibile entro i confini di una band. Gli altri membri non gli avrebbero mai permesso di fare a modo suo, e cioè inventare se stesso e anche una vita da protagonista.

 

Il giovane Robert Zimmerman avrebbe trasformato i suoi sogni a occhi aperti in canzoni epiche e i suoi problemucci in battaglie epiche.

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bob dylan

A generare il cambiamento nel suo stile personale fu l’ingresso all’Università del Minnesota nel 1959. Non fu tanto l’istruzione a favorire l’evoluzione, quanto piuttosto la classica occasione concessa dalla vita universitaria, cioè la possibilità di raccontare balle colossali sul tuo conto.

 

Mollò i corsi dopo un anno. Abbandonò l’abbigliamento da vecchio rocker e adottò invece il fustagno da gentiluomo di strada. Dylan indossava abiti da lavoro, sebbene fosse evidente che non aveva mai sgobbato in vita sua. Un tratto in comune con Bruce Springsteen, che avrebbe poi cantato della vita operaia senza aver mai fatto uno straccio di mestiere.

 

Come per l’adolescente Elvis di Memphis, anche per Dylan lo spettacolo iniziava ben prima di salire sul palco. Dylan interpretava un ruolo già solo camminando per strada. In Minnesota perfezionò un nuovo modo di parlare pensato apposta per dargli un’aria profonda con un tocco grezzo.

 

BOB DYLAN

Le sue risposte alle domande più comuni erano vaghe oppure precise fino all’esasperazione. Sorrideva tra sé, quasi gli fosse stata affidata una qualche verità sul comportamento umano che agli altri era ancora preclusa.

 

Non frequentava le lezioni. Di fatto l’università gli offrì una comunità di coetanei su cui esercitare il suo talento unico nell’assorbire diversi stili e proporli come suoi. Non disdegnava le ruberie, sia in senso estetico che concreto. Al campus chi ne sapeva più di tutti sulla musica folk era Paul Nelson.

 

E un giorno in cui l’appartamento di Nelson era vuoto, il giovane Dylan prese in prestito e si intascò una ventina di dischi. Non sarebbero mai stati restituiti, però avrebbero contribuito a plasmare il suo stile.

L’altra lezione che avrebbe imparato, la stessa che molti studenti avevano appreso nell’epoca pre-Facebook, era che il college rappresenta una delle poche opportunità concesse dalla vita per far sì che il mondo accetti il tuo passato come tu vuoi che sia.

 

joan baez bob dylan anni 70

Quando arrivò alla fermata successiva, la New York del 1961, era già impegnato a costruirsi una cornice comprensiva di leggenda.

 

Gran parte di quella leggenda era mutuata da altri. Era stata la musica di Buddy Holly a entusiasmarlo. Mentre ciò che lo entusiasmava di Woody Guthrie era la sua vita. Si mise in contatto con Guthrie, ormai gravemente malato in un ospedale nel New Jersey, dicendogli che sarebbe andato a trovarlo sull’East Coast – giusto un pizzico di presunzione.

 

Divorò l’autobiografia del musicista, Bound for Glory, con i suoi racconti di luoghi visitati, strade percorse e lezioni imparate con le cattive; si modellò su quell’uomo più anziano. Guthrie aveva viaggiato sui treni merci, lavorato nei campi, fatto casino e girovagato e bevuto in ogni angolo del paese.

 

Zimmerman, che ormai si faceva chiamare Bob Dylan – col suo vecchio pseudonimo da cowboy Bob Dillon modificato senza un motivo preciso se non perché suonava meglio sulla lavagna fuori dai locali scalcagnati in cui si esibiva –, non si disturbò a fare davvero tutte quelle cose. Si limitava a dire di averle fatte, convinto che la voce si sarebbe sparsa.

bob dylan elizabeth taylor

 

Come Elvis Presley, Dylan era animato in tutto e per tutto dal bisogno di essere qualcuno, e trovava altrettanto intollerabile l’idea di accontentarsi di una vita qualsiasi. Anzi, durante una sosta a Madison, in Wisconsin, nel suo viaggio verso New York, si spinse a dire senza mezzi termini a un perfetto sconosciuto: “Sarò più grande di Elvis Presley”.

 

Un’affermazione non da poco per un diciannovenne dal viso paffuto.

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Nel mondo dei folkies americani di quel periodo, centinaia di artisti erano ossessionati dall’idea di sfondare. Ognuno di loro sapeva di dover essere pronto a calpestare anche suo fratello o sua sorella pur di arrivare alla svolta.

bob dylan fan

 

Perfino l’apparentemente pura di cuore Joan Baez, che aveva già alle spalle una carriera tale da guadagnare più di mille dollari a esibizione e investire la sua fortuna in una Jaguar, aveva fregato buona parte del repertorio a una sua compagna di college.

 

Si giustificava sostenendo che, mentre l’altra ragazza non aveva poi chissà quale ambizione, lei avrebbe preso quel materiale e ci avrebbe fatto qualcosa. Non si diventa star per caso. Devi volerlo.

 

bob dylan

Dylan arrivò a New York martedì 24 gennaio 1961, grazie a un passaggio su una Impala del 1957. Non aveva neanche vent’anni. La temperatura quel giorno era di –7°C, tredici gradi sotto la media. Il freddo era stato così severo lungo tutta la costa orientale che per poco non aveva causato l’annullamento della cerimonia di insediamento di Jfk, avvenuta il venerdì precedente.

 

C’era nell’aria la sensazione che, come Kennedy aveva detto nel suo discorso inaugurale, “la fiaccola” fosse passata “a una nuova generazione”.

 

Se Dylan aveva sentito quel discorso, prese il messaggio alla lettera. La città di New York sembrava spalancarsi davanti a quei pochi che erano abbastanza temerari da presentarsi lì e pretendere di essere ammessi.

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si assicurò di presentarsi a chiunque valesse la pena conoscere e stabilì uno schema mantenuto fino a oggi. Dylan non ha mai avuto paura di bussare alla porta di un estraneo e chiedergli ciò che vuole. Non ne aveva allora, e non ce l’ha neanche adesso.

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bob dylan joan baez primi anni 60

Dylan aveva il talento di assicurarsi il patrocinio di persone più adulte di lui. Uno di questi era Albert Grossman, che aveva gestito il club Gate of Horn di Chicago. Grossman sapeva bene che c’era da guadagnarci con il boom del folk, o portando questi talenti fuori dalle città universitarie e dentro il circuito dei night club, o, ancora meglio, attraverso l’editoria musicale.

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Mentre Elvis Presley era stato consacrato dalla televisione, a inventare Bob Dylan fu la stampa. Per tutta la carriera avrebbe beneficiato di quel meccanismo che solo la stampa può innescare, in cui le regole d’ingaggio vengono stabilite prima ancora che l’artista faccia il suo ingresso.

 

Per Dylan, la recensione di Robert Shelton sul New York Times fu la prima di una vita intera di articoli che avrebbero sempre incensato la sua unicità e la sua diversità…. Ed era solo l’inizio.

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bob dylan 1

Grossman iniziò a prenotare spettacoli in cui il suo pupillo potesse esibirsi in forma indipendente. Per promuoverli, Dylan partecipò alla trasmissione Folksong Festival sulla wnyc, un programma radio condotto da Oscar Brand.

 

Lì raccontò un mucchio di balle sulle sue origini. “Sono cresciuto a Gallup, in New Mexico,” dichiarò senza battere ciglio, con quel tremolio da bifolco nella voce. “Ho viaggiato con il circo da quando avevo circa tredici anni. È durata fino ai diciannove. Ogni anno mi univo di tanto in tanto a diversi carrozzoni”.

 

Lo sapeva benissimo che non era vero, neanche lontanamente, ma nella sua esibizione non c’era il minimo indizio che stesse per scoppiare a ridere. Fatto ancora più importante, anche Brand doveva sa- pere che non era vero. Poco contava.

 

bob dylan (2)

Il conduttore, come gran parte degli ascoltatori, era talmente travolto dal fascino di quel racconto da essere disposto a sorvolare su dettagli irrilevanti come la verità oggettiva pur di percorrere il sentiero dorato che l’artista gli aveva spianato davanti.

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Disse di aver suonato con Bobby Vee e Gene Vincent, di aver imparato la chitarra da Mance Lipscomb e da un bluesman con un occhio solo che si faceva chiamare Wigglefoot. Accennò a una vita di stenti, che anche un’occhiata superficiale alle sue mani immacolate avrebbe smentito.

dylan

 

Disse di aver fatto il bracciante agricolo e che ogni tanto suonava la chitarra slide con un coltello a serramanico. Disse ciò che la gente voleva credere. E lo adoravano per questo.

 

I più sofisticati parlano con cognizione di causa dell’industria musicale e di qualcosa che chiamano “hype”. Nella loro versione, l’hype è un’oscura arte padroneggiata da sinistri burattinai avviluppati nel fumo di sigaro che manovrano le cose dai loro uffici ai piani alti.

 

Nella loro versione, l’hype consiste nel prendere per il naso un pubblico che più di ogni cosa desidera conoscere la verità. Amano pensare che a farsi ingannare dall’hype siano sempre gli altri, di certo non loro. Questo sminuisce la verità stessa dell’hype, che viene perlopiù montato dal pubblico stesso.

 

woody guthrie

La metamorfosi di Robert Zimmerman in Bob Dylan, che spiccò il volo nel 1961 e nel giro di due anni avrebbe fatto il giro del mondo, non fu architettata da un burattinaio, ma dal burattino medesimo.

 

Decollò per il semplice motivo che il desiderio del pubblico di credere alle sue invenzioni era più grande del desiderio di conoscere la verità nascosta dietro.

E questo perché nella nuova musica pop nata sulla scia di Elvis Presley, era cruciale poter credere che il cantante e la canzone fossero inscindibili, in un certo senso.

 

Una rockstar non si limitava a interpretare le canzoni, una rockstar era le canzoni. Proprio nella fase della vita in cui il pubblico giovane smetteva di credere che John Wayne fosse un vero cowboy, accoglieva volentieri l’idea che Robert Zimmerman, da Hibbing, Minnesota, fosse un vagabondo trasportato a New York dal vento del destino.

Bod Dylan

 

Fu proprio il mito che Dylan stesso plasmò nel 1961, un mito per cui era già un vecchio dentro il corpo di un giovane, a farne la rockstar per antonomasia del nostro tempo, rendendolo non solo grande quanto Elvis Presley, ma sotto certi aspetti persino più grande.

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La carriera di Bob Dylan insegna che, se si padroneggia l’alone di mistero di una grande rockstar, si può facilmente superare qualsiasi fase travagliata o

periodo di crisi, perché l’investimento più grande è sul mito stesso. Potrebbe addirittura essere più importante delle canzoni.

woody guthrie e pete seeger

 

Una volta affermato, il mito ti consente di mettere in scena uno spogliarello in cui in realtà non devi toglierti neanche un indumento – uno spettacolo che Robert Zimmerman porta avanti da cinquant’anni. La più grande invenzione di Zimmerman è stato Bob Dylan.

 

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“LE ROCKSTAR ERANO GENTE FUORI DEL COMUNE. VENIVANO DALLO STESSO MONDO DA CUI VENIVAMO NOI, MA NON ERANO COME NOI E LI AMAVAMO PER QUESTO” - IL LEGGENDARIO CRITICO MUSICALE INGLESE DAVID HEPWORTH RACCONTA L’ASCESA E LA CADUTA DEL MITO DELLA ROCKSTAR: “DETTAVANO MODE, FACEVANO PARLARE DI SÉ (RICORDATE IL PROCESSO AL PENE DI JIM MORRISON?) E SFASCIAVANO HOTEL. OGGI PASSEREBBERO TUTTO IL TEMPO A CHIEDERE SCUSA PER AVER OFFESO QUALCUNO. NESSUN DIVO HA MAI PENSATO DI SCUSARSI, E NON CI ASPETTAVAMO CHE LO FACESSERO, PERCHÉ GRAN PARTE DEI MOTIVI PER CUI CI PIACEVANO ERA IL NON DIRE COSE APPROPRIATE. OGGI DEVI FARTI AMARE, ESSERE BENEDUCATO…”  

 

https://www.dagospia.com/media-tv/leggendario-critico-musicale-inglese-david-hepworth-racconta-l-ascesa-468864

 

 

bruce springsteen a minneapolis

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