DAGOREPORT: FRATELLI DEL KAOS - IL DISGREGAMENTO DI FRATELLI D’ITALIA, DOPO TRE ANNI DI MELONISMO…
Giampiero Mughini per Dagospia
Caro Dago, sono stato uno dei dodici italiani che nel secolo scorso firmarono innanzi a un notaio il loro proposito di dar vita al quotidiano "Il manifesto". Quando in assemblea ragionammo su quanto dovessero essere pagati i redattori, ossia 150mila lire del 1971 al mese, alzai il ditino a dire che con quella cifra a Roma non ci si campava. L'unico.
il manifesto prima pagina con gli articoli di giulio regeni dopo la morte
Ora, se "Il Manifesto" è nato, cresciuto e tuttora dura - e io ne sono felicissimo anche se non lo leggo più da oltre vent'anni - è perché pagava talmente poco e chi ci lavorava e chi ci scriveva. Un miracolo che andasse in edicola, altro che pagare chi apponeva la propria firma in calce alle tre o quattro cartelle.
Il New York Times annuncia che gli Usa solleveranno il caso di Giulio Regeni con l Egitto
Ecco perché trovo desolante, e degna di Facebook, questa polemica in morte del povero Giulio Regeni, se si o no lui dovesse essere considerato un "collaboratore" del quotidiano romano e se si o no i collaboratori del giornale debbano essere pagati. Una polemica in cui in molti si stanno allontanando dalla discrezione del silenzio, quale lo meriterebbe una tale tragedia.
Ovvio che il povero Regeni non era un collaboratore del giornale, era uno che aveva "piacere" a scrivere su quel giornale le cose che gli stavano a cuore e che ha pagato con la vita. La professione, i diritti sindacali non c'entrano niente. Quel giornale esce per volontariato, per ardore, per sacrificio, talvolta per la vanità di chi vuole manifestare un proprio punto di vista il più di sinistra possibile.
La professione non c'entra niente anche perché la professione di scrivere sulla carta non esiste più. I giornali e tutto ciò che attiene allo scrivere non ha più mercato. Se domattina Marchionne si incazza, un grande quotidiano torinese chiude. Vi sta parlando uno che pensererebbe di essere un citrullo se osasse chiedere a Dago un solo euro per queste inezie che hanno in calce la mia firma. Neppure un euro. È il nostro tempo, bellezza.
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