IL NECROLOGIO DEI GIUSTI - FORSE NON VE LO RICORDATE, MA C’È STATO UN TEMPO CHE RICHARD HARRISON, CHE NE È ANDATO A 90 ANNI SOTTO IL SOLE DELLA CALIFORNIA A LOS ANGELES, È STATO UNA STAR DEL CINEMA ITALIANO E PERFINO DI QUELLI ASIATICO, TRA HONG KONG E LE FILIPPINE. OLTRE 100 TITOLI DALLA FINE DEGLI ANNI ’50 AL 2000 - BENCHÉ NON FOSSE UN ATTORE DI GRANDE ESPRESSIVITÀ, E AVESSE DATO IL MEGLIO NEI PEPLUM GRAZIE AI MUSCOLI IN GRANDE EVIDENZA, LO TROVIAMO IN DECINE E DECINE DI TITOLI DI SPY, WESTERN, AVVENTUROSI, DIRETTI DAI NOSTRI KINGS OF B’S - SIMPATICO, VITALE, OTTIMISTA, L’HO INTERVISTATO SIA A ROMA CHE A LOS ANGELES. ERA UNA SPECIE DI POZZO INFINITO DI STORIE PER IL CINEMA DI SERIE B-C-D-… - VIDEO

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Marco Giusti per Dagospia

 

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Forse non ve lo ricordate, ma c’è stato un tempo che Richard Harrison, che ne è andato a 90 anni sotto il sole della California a Los Angeles, è stato una star del cinema italiano e perfino di quelli asiatico, tra Hong Kong e le Filippine.

 

Oltre 100 titoli dalla fine degli anni ’50 al 2000, tutti o quasi di serie B, ma anche C-D-… E’ Ringo in “100.000 dollari per Ringo” di Alberto De Martino, è Bob Fleming alias 077 in una serie di sub James Bond prodotti da Mino Loy e Luciano Martino, come “Le spie uccidono a Beirut”, per non parlare di ultimi e penultimi gladiatori, di Perseo, o di guerrieri Ninja.

 

Benché non fosse un attore di grande espressività, e avesse dato il meglio nei peplum grazie ai muscoli in grande evidenza, lo troviamo in decine e decine di titoli di spy, western, avventurosi, diretti dai nostri Kings of B’s.  Il suo è un percorso esemplare nel cinema di exploitation.

 

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 Nato a Salt Lake City nel 1936, si fa un nome come culturista, con servizi in riviste come “Adonis”, «Body Beautiful», «Tomorrow's Man», «Physique Pictorial» e «Man Alive». Ottiene qualche ruolo di bel ragazzo al cinema dalla fine degli anni ’50, in “Kronos, il conquistatore dell'universo” di Kurt Neumann, “Jeanne Eagles” di George Sidney, “South Pacific” di Joshua Logan, “Plotone d'assalto” di R.G. Springsteen, “In punta di piedi” di Joshua Logan.

 

 Già sposato con Maria Francesca Pomentale, divorzia quando incontra la donna che gli cambierà la vita, Loretta Nicholson, figlia del produttore James H. Nicholson, patron con Samuel Z. Arkoff della American International Pictures, meglio nota come A.I.P., la società che distribuiva in America e in tutto il mondo gran parte del nostro cinema di genere.

 

 Con la A.I.P. gira “Il padrone del mondo” di William Witney nel 1961, per ritrovarsi l’anno dopo catapultato in Italia, dove divenne la garanzia dei nostri produttori per avere una sicura distribuzione americana. Non so quanto questo abbia pesato sulla carriera di Richard Harrison, certo che da ruoli di pochi minuti ottiene in Europa ruoli da protagonista.

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Eccolo ne “Il gladiatore invincibile” firmato dallo spagnolo Antonio Momplet, per doveri di coproduzione con la Spagna (c’era uno scarico fiscale), ma quasi tutte le riprese furono girate da Alberto De Martino. Lo produce il mitico Italo Zingarelli, sempre sul set. Richard Harrison ne parlava con grande affetto. “Italo lo adoravo. Lui sapeva più di cinema di qualsiasi altra persona che avessi mai incontrato”.

 

Harrison arriva a Roma a metà aprile e l’inizio delle riprese è previsto per il 2 maggio 1961. Zingarelli lo vorrebbe anche per due film che non si faranno, “Atlas” e “Prometheus”. De Martino ricordava che “Richard Harrison ce lo aveva segnalato l’amministratore di Macario, agente di attori, era quello che aveva scoperto Steve Reeves. Ci fece vedere le foto.

 

Ad Harrison gli dissi che se vinceva il provino faceva il film, altrimenti ritornava a casa col biglietto pagato da noi. Lui venne in viaggio di nozze. Fece il provino con barba e senza barba e andò bene”. Subito dopo gira “Il giustiziere dei mari” di Domenico Paolella, un cappa e spada, poi “I sette gladiatori” di Pedro Lazaga, e “Perseo l'invincibile”, primo peplum diretto e firmato da Alberto De Martino.

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Qui il produttore è Emo Bistolfi, di solito più interessato alla commedia, ma molto attivo nelle coproduzioni con la Spagna. “A me avevano dato un copione”, ricordava De Martino, “che ho riscritto assieme a Mario Guerra e a Ernesto Gastaldi. L’ho girato quasi tutto in Spagna, a parte qualche interno a Cinecittà. Richard Harrison come protagonista se la cavava bene, era sportivo, molto ambizioso”.

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Intervistato sul set di “I sette gladiatore”, dirà che “comincia ad essere stanco di film in costume. La sua ambizione è quella di interpretare finalmente un film moderno, dove possa mettere in evidenza la sua maturità drammatica”. Il film moderno è forse il suo primo western, “Duello nel Texas”, firmato dallo spagnolo Ricardo Blasco, il primo, importante, spaghetti western della Jolly Film di Papi e Colombo uniti alla Tecisa di José Gutiérrez Maesso.

 

Per Arrigo Colombo, detto Harry da quando si era rifugiato in America nel 1939 in fuga dalle leggi razziali, è anche il primo vero western all’italiana, anche se diretto dallo spagnolo Ricardo Blasco, allora attivissimo in tv. Ha un grande valore storico perché è girato un po’ prima di “Per un pugno di dollari” dalla stessa Jolly. Secondo Leone è il film che dimostra quante possibilità avesse il genere, visto che “aveva battuto tutti gli incassi con 400 milioni a Canicattì”.

 

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“Quando è finito il film”, raccontava Harrison, “Papi e Colombo mi chiedono se voglio girarne un altro, ma in meno tempo, due settimane e meno soldi. Io gli dico: Ma come? già questo film non è bello, e ora mi offrite meno soldi e meno tempo?...”

 

Il film meno bello era ovviamente “Per un pugno di dollari”. Minchia. Come mi disse lui stesso: “In quel tempo Luciano Martino mi aveva offerto I giganti di Roma. Io non sapevo bene che film fare perché non conoscevo i registi italiani. Stavo girando un film con Umberto Lenzi quando venne sul set Sergio Leone. Sembrava un pazzo.

 

Lui voleva che io facessi Per un pugno di dollari. Io ho chiesto a Umberto chi è questo pazzo e lui mi dice che è quello che ha fatto Il colosso di Rodi. Così, gli ho detto, mi dispiace o mi date più soldi o non lo faccio. E il finale è stato che ho fatto I giganti di Roma invece di Per un pugno di dollari.” Ha più volte raccontato, però, che fu proprio lui a segnalare a Leone come alternativa Clint Eastwood, che allora stava interpretando la serie western di grande successo della CBS TV “Rawhide”.

 

“Forse il mio più grande contributo al cinema è stato non fare Per un pugno di dollari e consigliare Clint per la parte”. Gira però in Almeria “I tre spietati”, noto anche come “El sabor de la venganza”, grande western di Joaquín Luis Romero Marchent. Lo impose il produttore italiano, Alberto Grimaldi della PEA.

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“Mi disse che era un attore culturista”, ha dichiarato Marchent nella sua biografia, “che aveva fatto tante cose sia negli Stati Uniti che in Italia, e che era sposato con la figlia di un magnate di Hollywood”. Harrison si vede catapultato nel western italiano e spagnolo un po’ per caso. Non gli piacerà mai per davvero il genere. Ma aveva un ottimo ricordo del film di Marchent.

 

“Ha vinto anche un premio in Spagna, il terzo premio del Sindacato National del Espectaculo. Era molto più riuscito di altri miei western, anche di 100.000 dollari per Ringo. Era molto violento”. Non abbandona certo il peplum, e nel 1964 ne escono ben quattro che lo vedono protagonista, “L'ultimo gladiatore” di Umberto Lenzi al suo primo peplum, con Lisa Gastoni che ruba la scena a tutti come Messalina.

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“I due gladiatori” di Mario Caiano, dove si notano i sabbioni di Tor Caldara mentre Harrison e Giuliano Gemma arrivano a Roma, “La rivolta dei pretoriani” di Alfonso Brescia, “I giganti di Roma” di Antonio Margheriti, prodotto da Mino Loy e Luciano Martino. In un documentario americano che si girò sul set del film di Lenzi, Harrison confessa “di usare l’Italia come strumento di preparazione culturale. Quando avrà imparato a fare l’attore tornerà in America”.

 

In realtà Richard Harrison non sa bene come muoversi nel cinema romano. Non conosce nessuno e non si rende bene conto dei film che gira. Lenzi lo richiama per “I tre sergenti del Bengala” e “La montagna di luce”. Dove ottiene davvero successo è nell’eurospy. Mino Loy e Luciano Martino lo vogliono protagonista, come Bob Fleming nel loro primo spy, “Le spie uccidono a Beirut”, uscito nel 1965. Come agente segreto aveva il fisico giusto e tanto avrebbero doppiato tutto.

 

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 Accanto a lui troviamo la bellissima Dominique Boschero, come la ragazza in pericolo. Uscirà anche in America come “Secret Agent Fireball”. Per Loy e Martino, stavolta solo produttori, girerà anche il successivo “Agente 077, sfida ai killer” di Antonio Margheriti. Per il regista era “un brutto film, una storia di spionaggio fatta in serie come i film che tutti i registi italiani erano obbligati a fare dopo il successo di James Bond. Il sistema produttiva ci obbligava a questi compromessi.”

 

Un grande successo fu invece “100.000 dollari per Ringo” di Alberto De Martino, prodotto dalla Fida di Edmondo Amati e dai fratelli Balcázar. “L’incasso reale”, ricordava De Martino, “è stato di un miliardo e trentasei milioni, rivalutato al 1993 fanno 42 miliardi e 229 milioni. Un successo grosso. Anche se allora i film incassavano”.

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Harrison diventa un nome che fa cassetta. Nel suo western successivo, “El Rojo”, ha il potere di fare cacciare il regista, Mario Costa, perché non ci andava d’accordo e al suo posto viene chiamato Leopoldo Savona. Si inventa un nuovo look alla Harry Palmer per lo spy “Duello nel mondo” di Georges Combret e Luigi Scattini. Ai produttori, Martino e Loy, viene quasi un colpo. Per tutti i fan è uno dei suoi film migliori.

 

Girerà ancora degli spy, anche se il genere sta finendo, come è finito il peplum. Lo troviamo così nel rado “L'uomo del colpo perfetto” di Aldo Florio, in “Colpo maestro al servizio di Sua Maestà britannica” di Michele Lupo, film di colpi, un nuovo genere. Gioca già sulla parodia in “La donna, il sesso e il superuomo” di Sergio Spina. Ma già nel 1967 anche il genere che sembrava più sicuro, lo spaghetti western, sta perdendo colpi.

 

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E Harrison perde un po’ di quella identità che si era guadagnato negli anni precedenti. Fa un po’ di tutto, lo troviamo in “Anche nel West c'era una volta Dio” di Marino Girolami, la versione wetsren di “L’isola del tesoro”, nel più interessante “Joko - Invoca Dio... e muori” di Antonio Margheriti, o in “Uno dopo l'altro” diretto da Nick Nostro (“Nick Nostro era un tipo simpatico, ma complessato, di non grande personalità. Il film comunque aveva una buona produzione dietro). 

 

O “Lo sceriffo di Rockspring” di Mario Sabatini. Per Richard Harrison, un totale disastro:“Sabatini non sapeva fare il regista. Era pazzo proprio”. Diciamo che percorre tutta la fase calante dello spaghetti western anni ’70. Lo troviamo in  “Reverendo Colt” di Leon Klimowky e Marino Girolami, nel curioso “Lo chiamavano King” diretto da Giancarlo Romitelli e Renato Savino, in  “Acquasanta Joe” di Mario Gariazzo, nel folle “Una donna per sette bastardi” di Roberto Montero con Gordon Mitchell e Dagmar Lassander.

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Gira pure con Tanio Boccia, “La lunga cavalcata della vendetta”, il suo ultimo western “Tanio Boccia era molto simpatico”, raccontava. “Mi offre questo film. Leggo il copione e lo trovo uguale a uno che avevo già fatto [che sia El Rojo?]. La stessa storia”. Ma anche a film girato è completamente uguale. Così mi fa: lo cambio al montaggio”. L’ho visto. Ma non si capiva niente”. Gira film che neanche arrivano in sala, come “I fantasmi di Omah-ri” di Amasi Damiani.

 

O si chiude in Spagna per girare tardissimi western con Juan Bosch, che si forma John Wood, o per il regista e produttore Ignacio F. Iquino. I titoli sono roboanti, “Prima ti perdono… poi t’ammazzo”, “Sei già cadavere amigo, ti cerca Garringo”, “Alla larga amigos… oggi ho il grilletto facile”. Passa alla produzione e alla sceneggiatura, ma mette anche le mani nella regia in “Jesse e Lester – due fratelli in un posto chiamato Trinità”, dove si firmerà James London, per il suo lontano amore per Jack London.

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E’ la stroia di due fratelli, uno mormore, interpretato da un altro americano vero, Donald O’Brien e l’altro, Richard Harrison, pistolero bello, macho e pieno di donne. Dopo tre giorni di riprese, Harrison ha cacciato dal set Renzo Genta, il regista ufficiale, e se lo è fatto da solo. E’ nel disastro delle produzioni italiane di serie B degli anni ’70 che conosce e diventa amico di Frank Agrama, per il quale girerà da protagonista “L’amico del padrino”, un mafia movie per l’esportazione, e che ritroverà in America anni dopo come compratore di film per Mediaset.

 

Nel 1975, stanco della degenerazione del nostro cinema, che si ostina in produzioni assurde, come il porno nazi, “Kaput Lager - Gli ultimi giorni delle SS” di Luigi Batzella, il gangster comico “Clouzot & C. contro Borsalino & C.” di Mario Pinzauti, o il superiore “La belva col mitra” adorato da Tarantino, parte per Honk Kong dove diventa la star dei film di Chang Che, “L’inferno dei mongoli” e “Boxer Rebellion”.

 

Torna in Italia, quando il mercato è ormai invaso da porno e tardi film di genere. Gira “Orgasmo nero” di Joe D’Amato, “I guappi non si toccano” di Mario Bianchi, anche qualche titolo migliore, come “È arrivato mio fratello” di Castellano e Pipolo. Sua eè la sceneggiatura di “Scalps” di Bruno Mattei e Claudio Fragasso.

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Ma preferisce muoversi nella distribuzione e nelle coproduzioni con Hong Kong. Dalla prima metà degli anni ’80 si sposta a Los Angeles, ma ogni tanto torna in Italia. Simpatico, vitale, ottimista, l’ho intervistato sia a Roma che a Los Angeles. Era una specie di pozzo infinito di storie per il cinema di serie B-C-D-…

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