LAURA PAUSINI VUOLE ESSERE L'UNICA DIVA DI SANREMO - DIETRO LE QUINTE DELL’ARISTON, SI RINCORRONO…
“POST” MORTEM – JEFF BEZOS TAGLIA IL 30% DELLA FORZA LAVORO DEL “WASHINGTON POST”: LICENZIATI VIA MAIL 300 GIORNALISTI, COMPRESE REPORTER DI PUNTA PLURIPREMIATI, SARANNO ELIMINATE IN UN SOL COLPO INTERE SEZIONI (SPORT E LIBRI) E CHIUSE LE SEDI A KIEV, BERLINO, GERUSALEMME, IL CAIRO – LE PERDITE DA 100 MILIONI ALL’ANNO SONO SOLO UN PRETESTO, VISTO CHE È STATO “SOPPRESSO” ANCHE IL POSTO DELLA GIORNALISTA CHE SEGUE AMAZON: BEZOS HA UN PATRIMONIO DI 250 MILIARDI, E SI È PROGRESSIVAMENTE AVVICINATO A TRUMP, CON TANTO DI FINANZIAMENTO DEL DOCUMENTARIO SU MELANIA – DICE CHE IL “POST” È SCHIERATO A SINISTRA, MA I GUAI SONO INIZIATI CON IL MANCATO ENDORSEMENT A KAMALA HARRIS (E A WASHINGTON TRUMP PRENDE IL 6% DEI VOTI)
jeff bezos con kash patel all inauguration day di trump
1. LA MANNAIA DI BEZOS SUL WASHINGTON POST LICENZIATI 300 GIORNALISTI
Estratto dell’articolo di Anna Lombardi per “la Repubblica”
“Democracy dies in darkness», la democrazia muore nell'oscurità. Il taglio di un terzo della redazione, circa 300 giornalisti, rischia di trasformare in tragica profezia l'apocalittica citazione del leggendario cronista Bob Woodward – che con il collega Carl Bernstein sviscerò i segreti del Watergate – impressa sotto la testata del Washington Post fin dal 2017.
[…] «Bloodbath», bagno di sangue, lo hanno definito via social i giornalisti licenziati letteralmente in tronco dal giornale fondato nel 1887 da Stilson Hutchins: gente come la corrispondente dall'Ucraina Lizzie Johnson che su X ha scritto «non ho parole, sono devastata, il WP mi licenzia mentre sono nel mezzo di una zona di guerra».
Con buona pace dei 76 Pulitzer vinti negli anni dal quotidiano reso glorioso fin dagli anni Settanta dalla mitica editrice Katharine Graham (che lo ereditò dal padre Philip, morto suicida): sprone di inchieste che contribuirono a scrivere la Storia d'America, dai Pentagon Papers sul Vietnam allo scandalo delle intercettazioni illegali nel quartier generale dei democratici, che portò alle dimissioni di Richard Nixon (raccontati pure in film da Oscar come Tutti gli uomini del Presidente e The Post).
Nel 2013 il patron di Amazon Jeff Bezos lo acquistò per 250 milioni di dollari proprio dagli eredi della famiglia Graham. Diventando proprietario unico del giornale. Ora il miliardario, che di recente si è così avvicinato a Donald Trump da finanziare con 75 milioni di dollari il docu-film sulla moglie, Melania, ha deciso di spegnere l'interruttore di quel faro d'informazione.
D'altronde, il terzo uomo più ricco del mondo — che per i primi 5 anni ha investito sul giornale — di recente si era lamentato delle perdite, pari a circa 100 milioni di dollari, e dell'emorragia di lettori.
Nonostante il fatto che a provocarla fossero state proprio certe sue scelte: come non far pubblicare l'endorsement già pronto pro Kamala Harris nel 2024, sebbene prendere posizione alle presidenziali fosse una tradizione del giornale.
donald trump tiene in mano una copia del washington post 6 febbraio 2020
Quell'intromissione provocò la cancellazione di migliaia di abbonamenti. Altre seguirono la decisione presa a marzo di chiudere la pagina delle opinioni: considerata troppo aperta a più punti di vista.
«Dovrà reggersi su due principi», sentenziò: «La difesa delle libertà personali e il libero mercato». Gli stessi che governeranno pure quel che resta del Post.
La decimazione riguarda tutte le redazioni internazionali — chiuse fra le altre Kiev, Berlino, Gerusalemme, Il Cairo — insieme alle locali che in questi giorni hanno contribuito a raccontare i soprusi dell'Ice, allo sport e alla sezione dei libri.
L'attenzione si «concentrerà su aree che dimostrano autorevolezza, unicità e impatto: politica, sicurezza interna, economia, scienza, tecnologia», come elencato dal direttore Matt Murray, che ha definito lo strappo «doloroso ma necessario» […]. […]
LA SCURE DI JEFF BEZOS SUL WASHINGTON POST: LICENZIATI 300 GIORNALISTI, CANCELLATE INTERE SEZIONI
Estratto dell’articolo di Massimo Gaggi per il “Corriere della Sera”
[…] L’accusa di difendere «una struttura troppo radicata in un’altra epoca, quella nella quale i giornali avevano quasi il monopolio dell’informazione» contiene elementi di verità, ma l’impressione è che vengano fatti tagli con l’accetta senza fare troppo caso a quanto questo inciderà sulla qualità del prodotto e, quindi, sul suo successo.
Sono in tanti, poi, al Post a pensare che i tagli non seguano solo logiche di risparmio: hanno ricevuto la mail che comunica «il tuo posto è stato soppresso» anche la giornalista che segue Amazon, l’azienda del proprietario, e redattori che si occupano di temi razziali.
lauren sanchez jeff bezos all inauguration day del secondo mandato di donald trump 2
Lecito, allora, sospettare che in un giornale che ha fatto la storia portando alla luce lo scandalo Watergate nel 1974 e costringendo alle dimissioni il presidente Nixon, mentre oggi Trump si congratula col direttore che fa cambiare rotta alla testata, alcuni tagli siano, in realtà, epurazioni. Una svolta iniziata alla vigilia delle presidenziali 2024 quando Bezos vietò al giornale di dare l’endorsement alla candidata democratica, Kamala Harris, come da tradizione dei decenni precedenti.
Dopo quella decisione, 200 mila lettori hanno cancellato il loro abbonamento al Post .
Cosa che rende un po’ ridicolo giustificare i problemi economici del giornale con la sua scarsa presa sui lettori conservatori perché sbilanciato a sinistra.
Ci può essere la volontà politica di fare un giornale diverso, meno severo con Trump o addirittura a lui favorevole, come avviene già da tempo, ma sostenere che questa sia la via giusta per conquistare masse di lettori in una città, Washington, nella quale Trump ha preso appena il 6% dei voti, sa di trasferimento dei «fatti alternativi», cavallo di battaglia di The Donald, nel giornale che ha inventato il fact checking misurato coi Pinocchi: proprio per denunciare queste affermazioni false.
IL GIORNALE DEL WATERGATE, IL QUARTO POTERE CHE FECE CADERE NIXON, VIVE LA CRISI PIÙ NERA
Estratto dell’articolo di Alberto Simoni per “La Stampa”
[…] La salvezza immaginata da Bezos è un passaggio a raso per decimare la redazione, ridurre di un terzo i posti di lavoro nel giornale (300 su 800 nella newsroom) e in genere nella compagnia.
Intere sezioni smantellate, azzerate. Non ci sarà più lo sport, la sezione dei libri, gli uffici all'estero ridotti a presenze con appena una dozzina di posti coperti quando sino a ieri mattina c'erano giornalisti e corrispondenti, stringer e collaboratori in Asia, Medio Oriente, Australia, India.
Hanno ricevuto una e-mail in cui si notificava che la posizione era stata «eliminata». Su X i reporter destinatari della lettera hanno postato dispiace e il ringraziamento per «i favolosi anni trascorsi» in una selva di re-post ed emoticon.
La lista è lunga, i nomi sono noti alla platea di lettori: Lizzie Johnson, Maria Luisa Paul, Mark Johnson. Una Spoon River di un giornalismo che fatica a stare al passo con clic e algoritmi, stritolato dall'Intelligenza artificiale.
[...]
La cifra del rosso è 100 milioni di dollari all'anno, per diversi ormai. Peter Baker, fra le firme più acute e prestigiose del New York Times, ha notato che Bezos potrebbe assorbire le perdite di 100 milioni per cinque anni di fila con appena una settimana del suo reddito, se volesse. È chiaro che l'uomo-Amazon vuole altro.
JEFF BEZOS WASHINGTON POST E PATRICK SOON-SHIONG LOS ANGELES TIMES
[...]
mark zuckerberg - lauren sanchez - jeff bezos - sundar pichai - elon musk - inauguration day di donald trump
melania. il film 10
washington post 1
sarah buzbee
washington post 4
THA WASHINGTON POST
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