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LA ROMA DEI GIUSTI - "ELSINORE" È UNA SORTA DI BIOPIC SULL'ATTORE GAY IAN CHARLESON, DIRETTO DA SIMON STONE E INTERPRETATO DA UNO STREPITOSO ANDREW SCOTT, ED È GIÀ IN ODORE DI NOMINATION AGLI OSCAR - CI PORTA NELL'INGHILTERRA DI FINE DEGLI ANNI ’80, QUANDO L’AIDS È NEL SUO MASSIMO MOMENTO DI DIFFUSIONE. IAN CHARLESON CADE IN UN MOMENTO DI CRISI PROFESSIONALE E SCOPRE DI ESSERE POSITIVO ALL'HIV. LA MUSICA È RIPETITIVA E OSSESSIONANTE E INUTILMENTE LACRIMOSA. QUANDO IL FILM, MALGRADO IL TEMA, È SPESSO DIVERTENTE. RIMANE CERTO UN BUON FILM, CHE IL PUBBLICO ITALIANO APPREZZERÀ MOLTO...
Marco Giusti per Dagospia
Dovremmo rivedere subito “Jubilee”, capolavoro punk di Derek Jarman, “Momenti di gloria”, kolossal pop di Hugh Hudson e “Opera” stravaganza horror di Dario Argento per capire chi fosse il protagonista dei tre film, l’attore scozzese Ian Charleson, morto a quarant'anni nel 1990 e come fosse il suo mondo, quello della scena britannica gay-punk di fine anni ’80, che si ritrovò falcidiata dall’Aids.
E anche per rendersi conto del perché dello scontro tra Charleson e il suo amico/amante Derek Jarman, che scelse, a differenza di lui, di rivelare pubblicamente di essere gay e di essere malato, che è uno degli aspetti più interessante di questo “Elsinore”, sorta di biopic, appunto, di Ian Charleson, diretto da Simon Stone, magnificamente scritto da Stephen Beresford, interpretato da uno strepitoso Andrew Scott già in odore di Nomination agli Oscar, presentato oggi nella rassegna “Best of 2026” alla Festa del Cinema di Roma, dopo l’apertura a Toronto e a Telluride, che potete vedere in questi giorni al festival di Roma e che uscirà in tutto il mondo fra novembre e dicembre.
"Elsinore" ci porta alla fine degli anni ’80, con l’Aids nel suo massimo momento di diffusione in Inghilterra, quando il promettente attore Ian Charleson, che tra il teatro e il cinema ha scelto il cinema, puntando a una Hollywood che tarda a arrivare, sembra essere caduto in un momento di crisi professionale. “Non sei Matt Dillon”, gli dirà Derek Jarman. “E tu non sei Luchino Visconti”, gli risponderà Charleson.
Pur essendo gay non vuole rivelarlo, perché essere etichettato come attore gay può precludergli una carriera americana. E quindi non vuole più fare un cinema apertamente gay (“con sei cazzi eretti in ogni scena”) come quello di Jarman che lo limiterebbe. Jarman ha l’Aids e lo rivela apertamente, “Sono nella fase a pois. Quando ti arriva scrivi il tuo memoir”.
Charleson non sembra però trovare nel cinema le offerte giuste. Anche se è stata la star di “Momenti di gloria” il film è più ricordato per la musica di Vangelis che per la sua interpretazione. Accetta quindi di girare l’horror di Dario Argento a Roma, che nel film è visto un po’ come un passo falso. Male. Quando, durante una rappresentazione di “Hamlet” al National Theatre il protagonista, il già prestigioso Daniel Day-Lewis, abbandona clamorosamente e misteriosamente la scena, il regista, Richard Eyre, disperato, chiede a Ian Charleson di sostituirlo.
Ma Charleson si è appena scoperto una macchia sospetta sulla tempia. Ha l’Aids. E glielo dice. Questo non toglie che veda la possibilità di interpretare Amleto al National come l’occasione che aspettava da tutta una vita. Cerca quindi, curandosi nel centro per le malattie infettive della dottoressa Johnson, interpretata da Olivia Colman, di rallentare il percorso della malattia per poter almeno interpretare Amleto. E morire con gloria. Ma non vuole rivelare né ai suoi colleghi né al mondo di essere malato, per non falsare il giudizio che possono avere di lui.
“Vedi, recita anche con l’Aids”. Mentre Derek Jarman lo vorrebbe spingere a fare della sua malattia e del suo Amleto una bandiera, un esempio, per tutti gli omosessuali malati. Riuscirà a interpretare per 24 volte “Hamlet” al National, ma morirà sei settimane dopo. E’ un film scritto benissimo, con battute fulminanti che non mi aspettavo con una storia simile, quasi da dark comedy pinteriana.
Per Andrew Scott, che avete visto in “Ripley”, “Blue Moon”, “Estranei”, è la grande occasione da Oscar, anche perché, avendo interpretato “Hamlet” 150 volte nel West End, è in grado di passare da Shakespeare al dolore di Charleson naturalmente. Ma sono bravissimi tutti, da Olivia Colman come dottoressa snob (“Non amo particolarmente il teatro”) a Peter Mullan come vecchio padre a Billie Piper come amica del cuore, casting director che dovrà dargli la morfina quando starà davvero male (“Non ho mai sentito di una casting director in grado di alleviare il dolore a qualcuno”).
Simon Stone, che ricordiamo regista di “Pride”, con lo stesso Andrew Scott, e del più noioso “La nave sepolta”, si affida molto all’improvvisazione degli attori e a quella del suo operatore, Mike Eley, che segue gli attori con affetto e discrezione. Ma la musica, di certo Stefan Gregory, è, ahimé, ripetitiva e ossessionante e inutilmente lacrimosa. Quando il film, malgrado il tema, è spesso divertente. Rimane certo un buon film, che il pubblico italiano apprezzerà molto, anche perché è coprodotto da Andrea Occhipinti che lo distribuirà a dicembre con la Lucky Red.
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