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Massimo Sideri per il "Corriere della Sera"
La miscela esplosiva della tempesta mediatica perfetta non era difficile da prevedere: 30% Twitter, 30% giornalismo, 30% discussione sul sesso e 10% l'onnipresente sfortuna. E infatti la detonazione è avvenuta ed è stata sentita da lontano. Il caso: un collaboratore del New York Times, Andrew Goldman, è stato sospeso dal giornale dopo aver concluso un botta e risposta con la scrittrice Jennifer Weiner sul popolare social network scrivendo che lei «avrebbe voluto avere l'opportunità di andare a letto con qualcuno per fare carriera».
Un raro esempio di quanti danni si possano fare in soli 140 caratteri. La discussione era tra loro due: peccato che fosse avvenuta online, sinonimo di spazio pubblico, che la diffusione virale dello strumento l'avesse sparata in mondovisione e che nell'America puritana e in una New York ossessionata dal sessismo si perda il lavoro per allusioni molto più sfumate ed «eleganti».
Il caso ha riacceso un dibattito destinato a polarizzare gli animi: chi è il proprietario dell'account Twitter che apriamo con il nostro nome? Noi o in qualche maniera indiretta le nostre aziende? Il giornalismo in questo caso fa da apripista ma il problema esiste un po' per tutti. Il public editor del Times, Margaret Sullivan, ieri ha postato le linee guida per i suoi colleghi. Una soluzione che fa inorridire i puristi della Rete, forse anche a ragione.
Mettere dei paletti su Internet è un ossimoro e l'egotismo spinto è genetico sui social network. I suggerimenti sono di buon senso: «Dovremmo trattare Twitter, Facebook e le altre piattaforme dei social media come attività pubbliche. Il vostro comportamento online dovrebbe essere appropriato a quello di un giornalista del Times. I lettori assoceranno inevitabilmente con il Times qualsiasi cosa pubblichiate».
Il che è fin troppo vero: l'avvertenza «ogni opinione espressa è solo mia» sulla biografia degli account è come le calorie sopra i cioccolatini: non le legge nessuno perché nessuno vuole veramente leggerle. Sullivan scrive anche: «Abbiate cura di evitare che qualsiasi cosa diciate online mini la vostra credibilità come giornalisti. I membri della redazione dovrebbero evitare di scrivere editoriali o di promuovere opinioni politiche. E dovremmo essere civili, anche nelle critiche, evitando attacchi personali e osservazioni offensive». Ne potremmo aggiungere uno: commentare i temi sui quali si è preparati. Ma c'era bisogno di linee guida? Chiaro che Goldman ha messo in imbarazzo il Times. Ma Twitter c'entra poco. Non sarebbe stato uguale in tv?
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