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LA VENEZIA DEI GIUSTI - CI VOLEVA SHINYA TSUKAMOTO, VENERATO MAESTRO DEL CINEMA GIAPPONESE, PER TRATTARE UN TEMA INSOLITO COME LA GUERRA IN VIETNAM E LA CRISI POST-TRAUMATICA DI UN MARINE IN UN FILM, “MR. NELSON: DID YOU KILL PEOPLE”, TRATTO DA UNA STORIA VERA – IL REGISTA CI INDICA, SENZA ESAGERARE, LA CHIAVE DELL’ODIO PER I “MUSI GIALLI” CHE I MILITARI AMERICANI INSEGNANO E IMPONGONO AI LORO SOLDATI, IN GRAN PARTE NERI. MA CI INDICA ANCHE QUANTO QUESTA VIOLENZA CIECA, CHE PORTA I SOLDATI A UCCIDERE I VIETNAMITI NON VEDENDOLI COME ESSERI UMANI, È FIGLIA DELLA VIOLENZA SUBITA NEI GHETTI NERI E DEI TRAUMI CHE GLI STESSI SOLDATI SI PORTANO DA CASA. UN BUON FILM… - VIDEO
Marco Giusti per Dagospia
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Da quanti anni non si faceva un film sulla guerra del Vietnam? Ci voleva Shinya Tsukamoto, venerato maestro del cinema giapponese autore di capolavori del body horror come “Tetsuo”, per trattare un tema insolito non solo per lui, come il Vietnam, e la crisi post-traumatica da campo di battaglia di un marine nero, in un film, “Mr. Nelson: Did You Kill People”, tratto da una storia vera.
Quella di Allen Nelson, interpretato da grande da Rodney Hichs e da giovane da Mark Merphy, ragazzo di Harlem cresciuto con un patrigno veterano violento, in grande povertà, che parte per la guerra non rendendosi conto di dove si va a ficcare, scatena sui vietnamiti tutte le sue angosce che si è portato da casa e, quando torna, si ritrova a pezzi, con ricordi di massacri che non riuscirà più a cancellare e incubi continui.
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Ci vorrà l’aiuto di un bravo psicanalista, Geoffrey Rush, per trattare il problema e cercare di superarlo. Proprio perché prova giovamento alla sua angoscia raccontando al pubblico la sua storia, Allen Nelson, inizia una serie di conferenze sulla sua vita di soldato prima in America, poi in Giappone e infine nello stesso Vietnam.
Costruito, come fu per “Fuochi sulla pianura”, su un sano motivo anti-militarista, anche questo “Mr. Nelson: Did You Kill people?”, alterna alla giusta ricerca della verità, che sta tutta nella domanda “Perché uccidevi la gente?”, e al superamento del trauma, scene di battaglia violentissime e ultrasplatter tipiche di Tsukamoto, fino a delineare un percorso di redenzione dall’orrore che proprio il protagonista ha provocato.
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Dovendo affrontare la crisi post-bellica di un soldato nero americano che ha massacrato decine se non centinaia di asiatici, tema penso mai trattato da un regista giapponese, Tsukamoto ci indica, senza esagerare, la chiave dell’odio per i “musi gialli” che i militari americani insegnano e impongono ai loro soldati, in gran parte neri.
Ma ci indica anche quanto questa violenza cieca, che porta i soldati a uccidere i vietnamiti non vedendoli come esseri umani, è figlia anche della violenza subita nei ghetti neri e dei traumi che gli stessi soldati si portano da casa. Mettendo in piedi un percorso psicanalitico di accettazione delle proprie colpe e di superamento del trauma, il caso di Allen Nelson diventa esemplare rispetto a migliaia di altri casi che non trovano soluzione.
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Al punto che la violenza ingiustificata del padre veterano produce altri giovani soldati ignoranti e violenti che diventeranno a loro volta veterani problematici. Più riuscita nella prima parte militare coi ricordi che prendono forma nel racconto di Allen, il Vietnam funziona sempre, il film si appesantisce quando tenta la carta della redenzione del soldato. Ma rimane un buon film.
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