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    IL TESORO HA UN TESORO CHE NON VUOLE NESSUNO - GUALTIERI DEVE DISMETTERE LA QUOTA PUBBLICA IN MPS (68,2%), TRA LE OPZIONI CI SONO NOZZE (FORZATE) CON BANCO BPM O UBI. MA ANCHE LO SPEZZATINO TRA I VARI ISTITUTI - SULLA VENDITA PESA IL PREZZO DI CARICO: LO STATO HA PAGATO 6,49 EURO AD AZIONE PER LA PRIMA TRANCHE, 8,65 EURO PER IL BURDEN SHARING, E IERI IL TITOLO HA CHIUSO A 1,55 EURO


     
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    Rosario Dimito per “il Messaggero

     

    MONTE DEI PASCHI MONTE DEI PASCHI

    Il Tesoro accelera verso l'uscita da Mps (68,2%), dove era entrato a metà 2017 con la ricapitalizzazione precauzionale di 5,4 miliardi in un'operazione da complessivi 8,8 miliardi, autorizzata da Bce e Commissione alla concorrenza Ue. Il ministro Roberto Gualtieri punta a rispettare i tempi di fine anno per formalizzare alla Commissione le modalità di uscita a partire da giugno 2020 fino al 2021. Sicché il Mef ha cominciato a studiare le ipotesi di consolidamento, ha detto ieri Alessandro Rivera, direttore generale di Via XX Settembre a margine di un convegno alla Luiss.

     

    roberto gualtieri roberto gualtieri

    «Lo dobbiamo fare per forza entro fine anno, lo stiamo facendo». Secondo gli impegni con l'Antitrust europeo, il Tesoro dovrà indicare entro il 31 dicembre le modalità per dismettere la partecipazione da completare entro il 2021. Le strade sono due: fusione con un partner o vendita parziale o totale delle azioni. Ma non si esclude lo spezzatino. Il cda di Siena guidato da Marco Morelli ha già svolto in passato le sue riflessioni, inviando le proposte al Mef. All'epoca c'era Giovanni Tria, ministro della compagine gialloverde che sembrava orientata a chiedere una proroga.

     

    Diverso l'approccio di Gualtieri che per la sua esperienza in Europa dove ha guidato la Commissione Econ, intende mantenere gli impegni. Gualtieri dopo aver concluso con successo il salvataggio Carige assieme a Banca d'Italia, sventando contromosse da parte dell'azionista Malacalza Investimenti, pur alle prese con la manovra e il negoziato con la Ue, destina tempo alle soluzioni per la banca senese approfittando della scadenza del cda ad aprile prossimo.

     

    Sul tavolo in primis c'è una fusione: tra i possibili papabili Banco Bpm, Ubi, Credit Agricole Italia, che però hanno sempre smentito un interesse per Mps. In realtà non c'è fretta per dare attuazione al piano che va implementato da giugno 2020. Ma anche se non c'è fretta, i potenziali partner sono alle prese con la definizione delle proprie strategie. Sia Banco Bpm che Ubi hanno in cantiere i rispettivi piani industriali da presentare a fine anno.

    MARIO DRAGHI E GIOVANNI TRIA MARIO DRAGHI E GIOVANNI TRIA

     

    In Ubi si è appena costituito un nuovo patto di consultazione con efficacia 1 gennaio 2020: vuole avere voce in capitolo sulle strategie. Fino al nuovo anno Ubi potrebbe non fare nessuna mossa. Quanto a Banco Bpm, assieme al piano sta preparando il rinnovo del cda ad aprile 2020 con riduzione da 19 a 15 membri e un possibile rimpasto. Va detto che con il Tesoro gestione-Tria si sarebbero fatti avanti un paio di fondi esteri per acquistare quote di Mps: le avances sono però finite in un cassetto. Gualtieri sembra privilegiare la soluzione industriale. Sulla vendita pesa il prezzo di carico: 6,49 euro per la prima tranche, 8,65 euro per il burden sharing e ieri il titolo ha chiuso a 1,55 euro.

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