burlando schlein conte salis decaro gualtieri

“SALIS, GUALTIERI, MANFREDI, DECARO SONO PIÙ FORTI DI SCHLEIN E CONTE PERCHÉ HANNO PRESO I VOTI E NON SONO STATI NOMINATI” – L’EX MINISTRO CLAUDIO BURLANDO, GIA’ PRESIDENTE DELLA REGIONE LIGURIA E FIGURA STORICA DELLA SINISTRA, INTERVIENE NEL DIBATTITO SUL CAMPO LARGO: "SE CONTE E SCHLEIN SI FANNO LA GUERRA, ALLORA SI RAGIONI SU UNA PERSONA CHE VIENE DAL TERRITORIO. IL CENTROSINISTRA ESPRIME NOMI PIÙ FORTI A LIVELLO LOCALE CHE NAZIONALE - LE PRIMARIE PER IL PREMIER? LE ABBIAMO FATTE SOLO PER PRODI, NEL 2005. MA ERANO DIVERSE, IL VINCITORE SI SAPEVA GIÀ. NON SO COME ANDREBBERO ADESSO: SE POI SI DICE CHE SONO PRIMARIE ANCHE SULLA POLITICA ESTERA, NON CI SIAMO PROPRIO" – L’ENDORSEMENT ALLA SINDACA DI GENOVA, SILVIA SALIS: “STUDIA, CAPISCE LE COSE, DISCUTE CON TUTTI. È BRAVA…”

Vai all'articolo precedente Vai all'articolo precedente
guarda la fotogallery

Mario De Fazio per “il Secolo XIX” - Estratti

 

claudio burlando

Mentre parla seduto sotto un melo nel suo orto di Marzano, a Torriglia, è difficile pensare a Claudio Burlando come a un ex. Ha lasciato la politica attiva, certo, ma contatti, consigli, incontri e pensieri finiscono per portarlo sempre lì, alla passione di una vita.

 

Gli esordi nel Pci e in Comune, l'esperienza da ministro del governo Prodi, le due volte in cui è stato presidente della Regione: Burlando ripercorre più di cinquant'anni di storia, che a tratti ha la esse maiuscola: la cena con Fidel Castro, l'incontro con Helmut Kohl, il ricordo di Taviani, Berlusconi, Napolitano.

 

Dopo due ore di chiacchierata, raccoglie fiori di zucca, pomodori e melanzane per portarli all'osteria "Becassa". Intanto, di mele ne sono cadute tante, mai troppo lontano dall'albero: ad ascoltarlo c'è suo nipote Tommaso, neanche dodici anni. Da grande - e intuirne il motivo non è difficile - vuole fare politica.  

 

Burlando, come si è avvicinato alla politica?  

«Era una scelta quasi obbligata: mio padre era un camallo iscritto al Pci, abitavamo in un quartiere popolare, Quezzi, dove la sezione era intitolata a Ho Chi Min. Mia madre invece era di qui, cresciuta con i partigiani in casa. Sfuggire alla sinistra era difficile. Nel 1970 ci fu l'alluvione : andammo a spalare e poi ci iscrivemmo in tanti alla Figc. Avevo 16 anni».  

silvia salis

 

(…)

Lei ha conosciuto bene il mondo dei camalli.  

«Era un mondo familiare. Anche i miei due zii erano camalli. E poi venivano a casa a mangiare i soci di mio papà. Ce n'era uno, Gaggioli, che quando scaricava le banane ne mangiava 70 in un turno. Era la fame della guerra. Mio padre quando fu prigioniero dei tedeschi, a Creta, mangiava solo carrube. Non c'era altro. Un mondo mitico».  

 

La prima volta candidato?  

«Prima andai in circoscrizione, dove si veniva nominati. Poi nel 1981 mi candidarono - decideva il partito - in Consiglio comunale. Mi dissero: "Sarai eletto, ma tra gli ultimi". Ne eleggemmo 33, io arrivai 32esimo. Come a dire: "Stai buono lì". Poi ho fatto l'assessore, il vicesindaco e il sindaco».  

 

La parentesi da sindaco fu breve: fu arrestato per un'inchiesta sul sottopasso di Caricamento e sul parcheggio di piazza della Vittoria. E si dimise.  

«Al di là del breve periodo da sindaco furono dodici anni bellissimi in Comune, perché cambiò la città. Pensi all'Acquario: fu una nostra idea, dall'opposizione».

conte schlein

(…)

 

 

Poi fu assolto. Quella vicenda giudiziaria la segnò? 

 «Sì, ma fu tale la solidarietà, in un'epoca in cui tiravano le monetine, che percepii subito che le persone avevano capito. Avevano preso una bufala gigantesca. Romanengo, uno dei protagonisti dell'Expo, disse che prima era stato costretto a pagare ma che quando cambiò giunta non si pagò più. Resta il mistero sul perché ci misero quattro anni ad assolvermi. Quando i pm sbagliano non vogliono ammetterlo, lo fanno fare ai giudici. Fu un colpo, ma anche un'opportunità: senza, non avrei fatto il ministro. Ci fu un momento però in cui persi la pazienza».  

 

(…)

 

Nel 1996 divenne ministro con Prodi.  

«Conobbi Prodi quando era presidente dell'Iri e io vicesindaco, me lo presentò Carlo Castellano. Ero in segreteria con D'Alema: dopo la sconfitta del 1994, ci dicemmo che serviva una componente moderata e una figura unificante. Gli parlai di Prodi, iniziò un lavoro di due anni, con episodi mai raccontati».  

prodi d alema

 

Ce ne racconti uno.  

«Il rapporto Prodi-D'Alema non era semplicissimo. Ma il momento più complicato fu quando, dopo la caduta del governo Dini, D'Alema pensò a un governo Maccanico. Prodi la prese malissimo. Andai da D'Alema, nel suo ufficio, c'erano Velardi e Latorre. D'Alema giocava a Tetris, e mi disse: "Dovresti chiamare il tuo amico di Bologna". Io gli risposi: "Già fatto, lo vedrò domenica a pranzo". A quel punto smise di giocare a Tetris». 

 

 E cosa accadde?  

«Andai a casa di Prodi, a Bologna, con il mio collaboratore Piero Piccolo. Prodi per due ore mi disse: "Mi avete rotto le scatole, voglio fare il boy scout". Si votava dopo pochi mesi, era il nostro candidato. La moglie aveva cucinato i passatelli in brodo, la discussione andò avanti a pranzo.

 

A un certo punto feci una battuta su D'Alema, raccontando l'episodio dell'Università. Lui rispose: "Ma se Massimo ha avuto un'infanzia difficile mica è colpa mia!". Si sciolse un po' il clima, e alla fine Prodi mi disse: "Avvisa Massimo, vengo a Roma". E così fecero la pace e vincemmo le elezioni. La sera del voto fu emozionante, D'Alema si affacciò a Botteghe oscure e la gente gridò "Enrico, Enrico", pensando a Berlinguer. Commovente». 

manfredi decaro

 

 Bertinotti fece cadere il governo, una scelta che rivendica ancora. Cosa ne pensa?  

«Facemmo un accordo di desistenza con Rifondazione, non presentandoci in alcuni collegi. Sulla strategia D'Alema era il numero uno. Andai a Chianciano, a parlare con Cossutta e Bertinotti. Stavano organizzando una manifestazione contro l'euro, che era il nostro programma. Alla fine, aiutato da Armando, lo convincemmo. Fausto disse: "Con questo accordo batteremo i fascisti. Ma se poi vinciamo?...". E io: "Fausto, se vinciamo pazienza...».  

 

Questo spiega ciò che è successo dopo. Durò due anni e mezzo.  

«Quel governo era incredibile: Prodi, Napolitano, Ciampi, Dini, Andreatta, Maccanico e alcuni ragazzotti come me, Bersani, Veltroni, Bindi, Finocchiaro. Interrompere un'esperienza così fu una bestialità senza senso».  

 

Da ministro andò in Germania ed ebbe modo di conoscere il cancelliere Kohl.  

«Prodi mi portò con lui, insieme a Dini e Ciampi. Io parlo tedesco, lo studiai per scelta di mia mamma. Kohl non parlava inglese, quindi a pranzo c'era l'interprete ma io capivo prima degli altri italiani. Tutte le premesse di Kohl erano chiare: sembrava che non ci volesse nell'euro. Poi disse "aber", che in tedesco significa "ma". E spiegò che la moneta unica era un fatto culturale e politico, che andava fatta subito, quando erano ancora vive le persone che avevano vissuto gli orrori della guerra. Anche a costo di perdere le elezioni. E infatti le perse. Uno statista».  

(…)

Ha conosciuto Fidel Castro.  

«Fui mandato dai Ds a un congresso all'Avana, e feci una cena di sei ore con Castro. Mi raccontò cose incredibili». 

 

 Ad esempio? 

roberto gualtieri

 «Mi parlò del rapporto complicatissimo con i sovietici. I cubani sono latini, giocosi, mentre i russi sono quadrati. Mi raccontò che un pilota sovietico faceva dei giri in elicottero con lui per capire dove potevano attaccare gli Stati Uniti. Una notte questo pilota stava per andare a sbattere verso una montagna, e Fidel glielo disse. Lui rispose che il piano di volo veniva da Mosca e non poteva cambiarlo. Castro allora gli puntò una pistola alla tempia e gli disse: "Questo argomento è sufficiente a cambiare il piano di volo?"».  

 

(…)

 

Nel 2007 suscitò clamore l'errore che la portò a prendere uno svincolo autostradale contromano. Che ricordo ha di quella serata?  

«Presi una rampa, per cinque secondi, a passo d'uomo. Mi scusai. Biasotti chiese le mie dimissioni da presidente: adesso lui è condannato in primo grado per reati societari, è consigliere di Iren ma non si è dimesso. Possono vincere solo se ci dividiamo: la nostra classe dirigente, come dice spesso Salis, è migliore della loro». 

 

 Fu indagato anche per la vicende Tirreno Power, la centrale a carbone di Vado sequestrata dai giudici.  

«È una vicenda diversa da Ilva. La rigorosissima dirigente della Regione Gabriella Minervini, bestia nera di chi inquina, mi ha sempre detto che erano nei limiti. Cambiò il procuratore e fummo tutti archiviati».  

 

(…)

Salis può essere la leader del centrosinistra italiano?  

CLAUDIO BURLANDO STRINGE LA MANO A FIDEL CASTRO

«Quando è apparsa non la conoscevo, ma ho capito subito di che pasta è fatta: è brava. Studia, capisce le cose, discute con tutti. La girandola di nomi - Salis, Gualtieri, Manfredi, Decaro - è figlia del fatto che noi esprimiamo nomi più forti a livello locale che nazionale. Questi quattro, e tanti altri, diversamente da Schlein e Conte sono più forti perché hanno preso i voti e non sono stati nominati».  

 

Serve un sindaco, quindi?  

«È naturale che se Conte e Schlein si fanno la guerra, e non hanno la necessaria forza, allora si ragioni su una persona che viene dal territorio».  

 

Le primarie vanno fatte? 

 «Le primarie per il premier le abbiamo fatte solo per Prodi, nel 2005. Ma erano diverse, servivano a mobilitare il popolo, il vincitore si sapeva già. Non so come andrebbero adesso: se poi si dice che sono primarie anche sulla politica estera, non ci siamo proprio. Ci sono momenti in cui è il leader a fare le svolte, come Occhetto».  

 

Cos'è, per lei, la politica?  

«Una grande passione che ti prende e non ti molla più». 

 

marco travaglio burlandoburlando schenone sanna e lo yacht di spinelliburlando COFFERATI BURLANDO CLAUDIO BURLANDO GIURA DA MINISTRO