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NON C’È NIENTE DA RIDERE – DALLE BARZELLETTE DI BERLUSCONI ALLE FACCETTE DELLA MELONI, DALLE TOSCO-FREDDURE DI RENZI AI SALTELLI DI TAJANI: NON È MAI UNA BUONA NOTIZIA QUANDO I POLITICI FANNO GLI SPIRITOSI – FILIPPO CECCARELLI: “LE CONDIZIONI PER IL CROLLO DELLA PRIMA REPUBBLICA COMINCIARONO AD ALLINEARSI ALLORCHÉ I PERSONAGGI DELLA VITA PUBBLICA, IN SIMULTANEA E IN PARALLELO, PRESERO A DARSI IN PASTO A UN CALCOLATO DILEGGIO. POI CON L’AVVIO DEL CICLO DI POTERE BERLUSCONIANO, LE RISATE SI MOLTIPLICARONO FINO A TRASFORMARE LA VITA PUBBLICA IN UNA SPECIE DI CARNEVALE SENZA QUARESIMA...

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Estratto dell’articolo di Filippo Ceccarelli per “D – la Repubblica”

 

giorgia meloni

Che non suoni troppo gravoso o troppo saccente, ma ogni volta che i politici fanno gli spiritosi – e succede spesso – viene da pensare a ciò che scrisse Giacomo Leopardi a proposito del nostro popolo, che qualche riga più sotto definisce “popolaccio”.

 

E dunque: “Gli italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza, che non fa niun’altra nazione”.

 

Ma siccome la si è presa un po’ alla larga, ecco che passando dal laboratorio identitario leopardiano alle grevi, ma assai ben recitate barzellette di Berlusconi, alla stranianti metafore di Bersani, alle tosco-freddure di Renzi, ai siparietti gastro-social di Salvini, alle bimbe di Conte, ai saltelli da Orso Yoghi di Tajani e all’indubbio istrionismo che periodicamente porta la premier Meloni a strabuzzare gli occhi: «Regà!», interrompendo le conferenze stampa perché le scappa la pipì o coprendosi la testa dentro il soprabito nell’aula di Montecitorio...

 

berlusconi corna

E insomma, dinanzi a questa raffica di allegria che proviene dai vertici politici e istituzionali, occorre integrare Leopardi con l’osservazione di un altro grande e caustico poeta dell’800, Giuseppe Gioachino Belli, al quale dobbiamo un rimarchevole point of view sul buonumore dei potenti: “Er Papa ride? Male, amico, è segno/ che a momenti er su popolo ha da piagne”. Il sonetto ha come titolo Le risate der Papa, che ai tempi del Belli restava pur sempre un sovrano assoluto. Dal che l’illuminante conclusione di quei versi: “Sovrani in alegria so’ brutti esempi./ Chi ride cosa fa? Mostra li denti”.

 

[…]  se i politici che fanno ridere in genere lo fanno per farsi amare, è pur vero che occorre sempre ridere alle spalle del nemico e nessuna folla resiste a sfogarsi su qualche capro espiatorio.

 

guido crosetto matteo renzi fabio rampelli bruno vespa atreju 2025

A ripensarci con il senno di poi, le condizioni per il crollo della Prima Repubblica cominciarono ad allinearsi allorché i personaggi della vita pubblica, in simultanea e in parallelo, presero a darsi in pasto a un calcolato dileggio. Così da una parte leader e ministri della maggioranza di governo si distinsero in canti, danze e sciagurate prove atletiche sul proscenio di trasmissioni tv come Cipria o Biberon, fino all’abisso delle “torte in faccia” distribuite da Pippo Franco al Bagaglino.

 

Così come nel mondo comunista ormai in crisi esistenziale, si aprì una sintomatica stagione di auto-satira culminata nella copertina di Cuore, nato come inserto (verdolino) dell’Unità, da cui si affacciò l’allora segretario Natta costretto a ballare nudo mentre Craxi suonava la fisarmonica.

 

ANDREOTTI A BIBERON BAGAGLINO

Di lì a poco venne giù tutto, ma non appena la lunga transizione parve interrompersi con l’avvio del ciclo di potere berlusconiano, le risate si moltiplicarono fino a trasformare la vita pubblica in una specie di carnevale senza Quaresima.

 

Del tutto incurante di essere canzonato come uno “statista da avanspettacolo”, a capo di una “Repubblica fescennina” o di finire col naso rosso e in vesti di clown sulle copertine dei magazine internazionali, fin dagli esordi Silvione intensificò uno stile di governo fatto di sorrisi, battute, frizzi, motti, facezie, scherzi, giochi, scenette, finte gaffe, doppi sensi, imitazioni, spiritosaggini.

 

antonio tajani

E anche, i confini fra i generi essendo comunque labili, vere buffonerie e obiettive pagliacciate. Mai come nel caso del Cavaliere, che bene o male proveniva dal mondo dello spettacolo e in ogni caso era simpatico e sapeva mobilitare quelle corde, l’umorismo si rivelò un dispositivo strategico, vero e proprio instrumentum regni utilizzato per sciogliere il ghiaccio, scaldare le platee, armonizzare i conflitti, ma soprattutto far venire allo scoperto critiche che sulla bocca degli avversari gli avrebbero fatto più male.

 

In tal modo egli preveniva e al tempo stesso la buttava in caciara facendo suo il potenziale disprezzo per anticiparlo, addomesticarlo e neutralizzarlo secondo un precetto che Shakespeare, mica pizza&fichi, aveva già sintetizzato come meglio non si sarebbe potuto: “Vivi sicuro nella vergogna. Ferito di beffa, fiorisci di beffa”.

 

Durò dunque quello che doveva durare, alla fine tra scandali sessuali e disastri economici, anche troppo – per quanto quelle risate suscitino oggi una qualche nostalgia.

 

giorgia meloni al senato foto lapresse.

Ma nel ricordo comprensibilmente edulcorato dell’età berlusconiana si tende di solito a sottovalutare quanto il contagio ridanciano sfruttato a piene mani dal Cavaliere abbia contribuito a rassodare e concimare il terreno per la seguente irruzione di un buffone, Beppe Grillo, che dell’arte di far ridere le moltitudini scagliandosi selvaggiamente contro questo o quello aveva le caratteristiche professionali: voce, tempi, ritmi, smorfie, istinto predatorio.

 

[...]

 

matteo salvini

E qui si potrebbe perfino chiudere il cerchio ritornando a Leopardi e al suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani (1824), i quali, ieri come oggi “passano il loro tempo a deridersi e a pungersi sino al sangue”. Ma forse è più utile, per quanto niente affatto consolatorio, notare come nel frattempo l’osmosi tra il Re e il Buffone si sia compiuta – e quando c’è da ridere non sai bene se davvero ne valga la pena.