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DIO LI FA E POI LI ACCOPPIA: RITORNO DI FIAMMA TRA I TRUMPUTINIANI SALVINI E CONTE? – "LA STAMPA": "PER ENTRAMBI L'EUROPA È IL BERSAGLIO COSTANTE. IL LEADER LEGHISTA, CONSUMATO DAL PAPEETE E DA QUEL CHE È VENUTO DOPO, NON PUÒ PERMETTERSI DI TIRARE GIÙ IL GOVERNO ALTRIMENTI I SUOI LO ASPETTANO CON I FORCONI A MALPENSA. CONTE HA IL TALENTO DELL'ILLUSIONISTA, CHE GLI HA CONSENTITO TANTI NUOVI INIZI PERÒ, ANCHE IN QUESTO CASO, I FASTI ELETTORALI NON SONO PIÙ QUELLI DI UNA VOLTA” – NEL FINE SETTIMANA CONTE E SALVINI SARANNO PROTAGONISTI: UNO IN PIAZZA, L’ALTRO NEL CONGRESSO DEL CARROCCIO…
Alessandro De Angelis per "La Stampa" - Estratti
A Strasburgo la maggioranza ha votato, su armi e difesa, in ordine sparso e l'opposizione pure. Ma nel circo italiano, che periodicamente si esibisce a Bruxelles, ci sono due acrobati le cui piroette ormai coincidono sempre, pur essendo l'uno all'opposizione, l'altro al governo: Giuseppe Conte e Matteo Salvini.
E mettetevi comodi in vista del week-end gialloverde, dove l'uno arringherà a Roma la piazza sulla "pace", e sfiderà il Parlamento sulla sua mozione che mette nero su bianco il "no al riarmo" senza se e senza ma.
L'altro arringherà i delegati di un congresso che ha ben poco della Lega nord (parola pressoché scomparsa), molto della sua mutazione genetica in «sezione italiana dell'internazionale sovranista». E sfiderà, simmetricamente, Giorgia Meloni sul "piano Ursula": qualora dovesse passare per il Parlamento italiano, la Lega è pronta al "no", anch'esso senza se e senza ma. Insomma, è sbocciata la primavera gialloverde.
La novità è un già visto, non a caso in un analogo contesto internazionale (il primo Trump). Prevedibile che andasse a finire così. Lo si era capito sin dalla rielezione di Donald Trump. L'uno, Matteo Salvini, la salutò come un terno al lotto vinto, ravvisando in essa il contesto per una sua risurrezione politica. Da allora, si è ritagliato un ruolo di "portavoce" nostrano di Trump un po' su tutto, anche sui dazi che pur impattano sulle imprese del nord. L'altro è apparentemente meno sfacciato: qualche distinguo sui dazi, qualcun altro sul turbocapitalismo di Elon Musk e dei miliardari alla corte di Trump, ma la sostanza, in materia di sicurezza e difesa, è la stessa. Ed è il terreno su cui si definisce il ruolo dell'Europa (e delle democrazie) nella sfida con le autocrazie.
(...)
L'uno consumato dal Papeete e da quel che è venuto dopo, non può permettersi di tirare giù il governo né da uno stabilimento balneare né dal Parlamento, altrimenti i suoi lo aspettano con i forconi a Malpensa. L'altro, novello Conte Fregoli, ha il talento dell'illusionista, che gli ha consentito tanti nuovi inizi però, anche in questo caso, i fasti elettorali non sono più quelli di una volta.
E tuttavia le affinità elettive contano, e conta il racconto comune, che consente comunque di intercettare un sentiment diffuso e di esercitare una non banale capacità di condizionamento. La chiamano "pace", che è titolo nobile ed efficace, nella sostanza è espunto il tema valoriale, e cioè la difesa della libertà in Ucraina, senza la quale l'Europa perderebbe se stessa. Ed è espunto il tema politico della deterrenza per impedire il remake (chiedere a moldavi, estoni e baltici).
Anzi l'Europa è bersaglio costante, come se fosse l'ostacolo principale.
Quel racconto è una visione politica propria di chi non si sente fino in fondo parte dell'Occidente, per come l'abbiamo conosciuto. Magari si balbetta che Putin ha qualche colpa ma si ulula che sono di più quelle del mondo libero: ad esso è attribuita la responsabilità dell'escalation e il rifiuto della mitica via diplomatica, anche se non c'è un solo atto di disponibilità da parte dell'autocrate russo.
E ora si vuole l'Europa debole e divisa, come piace a Trump e Putin. C'è poco da fare, nelle parole attuali si avvertono tanti condizionamenti antichi: il "Giuseppi" e il patto di unità d'azione con Russia Unita, i militari russi negli ospedali ai tempi del Conte due, gli incontri molto irrituali tra i capi dei servizi segreti italiani e William Barr, il procuratore generale statunitense inviato da Trump a cercare le prove di un fantasioso complotto ai suoi danni. Non è solo un innocuo amarcord: la sfida tra democrazie e autocrazie ha una dimensione esterna, ma anche una interna, nei singoli paesi.
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MATTEO SALVINI CONTESTATO IN POLONIA CON LA MAGLIETTA DI PUTIN
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